Intervista all'arcivescovo Karakéhéyan, ordinario per gli armeni cattolici dell'Europa orientale

Una comunità
ricostruita dal nulla


di Giampaolo Mattei

I khatchkar sono croci di pietra che raccontano l'anima dell'Armenia cristiana. Mai vi è scolpita la figura di Cristo, quasi che rappresentarlo significasse negare la risurrezione e dunque la speranza. È come se gli armeni volessero dire che su quelle croci vuote sono sempre pronti a salirci loro al posto di Cristo. Per questo le considerano la loro seconda pelle:  documenti della loro identità e di una storia segnata da indicibili sofferenze.
In questa intervista è l'arcivescovo Nechan Karakéhéyan a raccontare la complessa realtà degli armeni cattolici oggi, sopravvissuti alla persecuzione e alla dispersione nei territori dell'Unione Sovietica. Ordinario per gli armeni cattolici dell'Europa orientale e amministratore apostolico dell'ordinariato per i cattolici di rito armeno residenti in Grecia, appartiene al clero dell'istituto patriarcale di Bzommar e di recente ha lavorato per alcuni anni in Iran, tra i seimila fedeli del suo rito, come vescovo di Ispahan. Nella mattina di giovedì 24 aprile è stato ricevuto in udienza da Benedetto XVI in occasione della visita "ad limina Apostolorum" degli ordinari del Caucaso.

Qual è oggi la realtà degli armeni cattolici nell'Europa orientale?

Una premessa fondamentale per comprendere la nostra situazione:  sotto l'Unione Sovietica tutti i nostri settantuno sacerdoti sono stati uccisi, spediti in Siberia o in esilio. L'ultimo è morto nel 1975. Tutte le ottanta chiese e cappelle ci sono state confiscate. Quando il regime è caduto non avevamo letteralmente più nulla. Nel 1991 siamo ripartiti da zero, con un sacerdote inviato dalla Santa Sede per vedere che cosa si poteva fare.

E che cosa ha trovato quel sacerdote?

Non ha trovato più niente. Per i sacramenti gli armeni cattolici erano andati dagli armeni apostolici, che da noi sono la stragrande maggioranza, o anche dai cattolici latini ad esempio nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Tbilisi. Le nostre comunità erano tutte disperse. Nel luglio del 1991 il Papa ha nominato il primo ordinario per gli armeni cattolici dell'Europa orientale nella persona di Nerses Der Nersessian, grande e indimenticato pastore morto il 24 dicembre 2006:  è sepolto a Panik, un luogo simbolo per i cattolici armeni. Così abbiamo ricominciato a poco a poco a ricostruire partendo dal nulla. La visita di Giovanni Paolo II nel settembre 2001 ha fatto conoscere a tutti la nostra comunità - che si è rivelata non così piccola come in molti pensavano - e ha mostrato che cos'è la cattolicità:  nei Paesi comunisti il centro della terra era Mosca e si ignorava che cosa fosse veramente la Chiesa cattolica.

Oggi com'è la situazione?

In Armenia ci sono quattro sacerdoti, in Georgia cinque e due sono a Mosca. Tra questi ci sono quattro salesiani, uno a Mosca e tre in Georgia. Due sono di origine armena, provengono da villaggi georgiani, uno è polacco e l'altro ucraino ma hanno imparato lingua e rito armeno. E hanno iniziato a fare apostolato clandestinamente già nel tempo del comunismo. Bisognerebbe avere al più presto altri sacerdoti per tutti gli armeni cattolici che vivono nei Paesi ex comunisti.

Quanti sono gli armeni cattolici?

Ci sono centottantamila fedeli in Armenia, trentamila in Georgia e duecentomila in Russia e negli altri Paesi ex comunisti. Per un raffronto, nel mondo ce ne sono altri duecentomila. Le chiese sono trentanove:  alcune restaurate, altre costruite. Abbiamo anche comprato un cinema e ne abbiamo fatto una chiesa:  in fondo lo stesso sistema dei comunisti che, invece, prendevano le chiese e le trasformavano in cinema! Comunque c'è bisogno di altre chiese. A Yerevan, la capitale, abbiamo solo una cappella e anche a Gyumri, la mia sede, non abbiamo una cattedrale ma solo una piccola chiesa nel vescovado. Riguardo alla cattedrale, i primi passi li abbiamo compiuti e ora speriamo che presto si trovi una soluzione. Ne ho parlato al Papa e il cardinale Bertone, segretario di Stato, ha visto con i suoi occhi la situazione quando, all'inizio di marzo, è venuto in visita in Armenia.

Quali sono le difficoltà che incontrate nella vostra missione?

È evidente il problema della dispersione. Per garantire le celebrazioni domenicali nelle parrocchie i pochi sacerdoti devono percorrere tantissimi chilometri. E qui viene fuori subito la questione prioritaria:  mancano i sacerdoti, mancano le vocazioni. Siamo in dodici - un vescovo e undici sacerdoti - per circa quattrocentodiecimila fedeli sparsi in un territorio grande quanto la vecchia Unione Sovietica. Questo è il nostro problema più grande, drammatico. Si aggiunge, poi, la mancanza di mezzi e non abbiamo modo di assicurare una formazione ai laici, di fare una pastorale adeguata.

Per le vocazioni cosa pensate di fare?

Dobbiamo riconoscere che all'inizio, dopo il crollo del comunismo, abbiamo pagato lo scotto dei primi passi. Al momento abbiamo un seminario con quattro ragazzi in Armenia, due seminaristi di teologia in Polonia e due in Georgia. Si apre qualche prospettiva.

Quali sono gli aspetti positivi maturati in questi anni di rinascita?

Innanzitutto non abbiamo nessun problema con il governo che ha verso di noi una grande stima:  è noto che ci sono cattolici anche in ruoli importanti. Abbiamo ottime relazioni con la Chiesa apostolica armena. Il Catholicos di Etchmiadzin ci invita spesso e sempre ci riceve fraternamente. Del resto ci conoscono bene e sanno qual è il nostro stile e la fede che ci anima. Abbiamo in comune lingua e liturgia.

Come reagite alla difficile realtà sociale?

La povertà è diffusa come la tentazione di nuovi esodi. Abbiamo la Caritas dove lavorano settanta persone. Facciamo il bene che possiamo. Da tutti apprezzato è il servizio delle suore. In particolare, ci sono le religiose armene dell'Immacolata Concezione che hanno due case in Armenia e una in Georgia:  si occupano di orfani, poveri, giovani e della catechesi. In Armenia, già dal 1989, ci sono due fondazioni delle suore di Madre Teresa per i poveri, i disabili e i piccoli abbandonati. In Georgia c'è una casa delle salesiane di rito armeno. C'è poi il noto ospedale dei camilliani ad Ashotsk dove ci sono anche le piccole sorelle di Gesù.

Ora che vi proponete?

Speriamo di poter essere sempre più utili alla nostra gente. Il futuro non può essere la diaspora che significa anche perdere cultura e tradizione. Poi dobbiamo trovare il modo di sostenerci di più e meglio con i cattolici latini. La diversità dei riti deve veramente essere considerata una ricchezza. Essere cattolici non significa per forza essere latini. Nella cattolicità il rito armeno non può andare perduto.



(©L'Osservatore Romano 27 aprile 2008)
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