Architettura e Sacre Scritture:  intervista a monsignor Ravasi all'apertura del Festival Biblico di Vicenza

Il mondo di oggi somiglia a Laodicea
la città degli indifferenti


di Silvia Guidi

"Secondo la tradizione rabbinica il mondo è come un occhio, il bianco della cornea è il mare, l'iride è il mondo, la pupilla è Gerusalemme, l'immagine riflessa nella pupilla è il tempio. La ricerca del centro segna la topografia di ogni città, in ogni cultura:  l'acropoli, la pietra fondante o il palazzo del re. Per il popolo d'Israele la Parola divina è l'unica vera casa per l'uomo". Monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, illustra il tema della quarta edizione del Festival Biblico che si terrà a Vicenza - con appendici a Bassano del Grappa, Schio, Piazzola sul Brenta, San Bonifacio - dal 29 maggio al 2 giugno:  "Dimorare nelle Scritture".
La dimora è il luogo in cui si vive, in cui si torna ogni sera e da cui si parte ogni mattina, è il luogo degli affetti familiari e del riposo; gli organizzatori del Festival - tra cui la Diocesi di Vicenza, il centro culturale San Paolo, Famiglia Cristiana - hanno voluto prendere sul serio il paradosso dell'Incarnazione anche nella stesura del programma, mescolando incontri con teologi, biblisti, architetti e scrittori a happening per bambini, mostre, concerti, notti bianche a base di musica e danza.
Persino dialoghi virtuali con chi è in carcere:  "Dimorare il deserto che ci abita", ad esempio non sarà un incontro a porte chiuse; grazie alla tecnologia tutti gli spettatori - dal carcere e da fuori - vivranno l'evento come se si trovassero in un unico luogo. Un modo concreto per sottolineare che la Parola non è solo un rifugio interiore, ma una "tenda piantata in mezzo a noi". Vicenza "quinta di teatro", come amava definirla Piovene, è la casa ideale di questa edizione del Festival con le sue piazze, chiese e ville. Lo è ancora di più in questo 2008, anno in cui festeggia il cinquecentenario della nascita del suo Palladio, l'architetto che cambiò volto della città. Un incontro con Timothy Verdon aiuterà il pubblico a capire le ragioni profonde dell'armonia stilistica dell'artista, mentre la poesia in musica di Alda Merini e Giovanni Nuti sarà l'occasione per lasciarsi ancora stupire dal paradosso della Croce, l'esperienza della resurrezione al centro stesso del dolore.

La Parola come una casa in cui abitare. Ma il festival aiuterà davvero a conoscere la ricchezza del testo biblico?

Seguo questa iniziativa da quando è nata; l'anno scorso il tema era il cosmo, in un'edizione precedente i cinque sensi e la Scrittura. Quest'anno introdurrò il festival con Mario Botta partendo dal versetto "Ero come un architetto". Abitare e frequentare il testo biblico ci aiuta a capire la situazione in cui viviamo. La Sapienza divina, mentre sta progettando l'immensa struttura cosmica, è raffigurata come âmon, un apax legòmenon, ovvero una parola che ricorre una volta sola. Il termine può evocare l'architetto, ma anche una giovane donna che danza, evidente parabola dell'artista che crea. A questa immagine del libro dei Proverbi si oppone però il realismo dello scrittore seicentesco Abraham Cowley:  "Dio fece il suo primo giardino, Caino la prima città". Nel libro della Genesi segue una generazione di fondatori di città segnati dal sangue, come Enoch e Lamech; la vendetta occhio per occhio dente per dente moltiplica esponenzialmente una violenza senza confini, fino alla ùbris dell'autodivinizzazione, della secolarizzazione assoluta.

Da cui il caos di Babele

Da un lato c'è la consapevolezza che esiste Babele-Babilonia, la città della confusione e, se si vuole, dell'appiattimento, dell'omologazione diffusa, forzosa e forzata in cui i modelli sono unici e senza il respiro della libertà, gli stereotipi imperano e la banalità disordinata si allarga a macchia d'olio. Dio stesso nella creazione è messo in contrasto col caos simboleggiato dal mare, dagli abissi acquatici o nel buio fondo o nel paesaggio indistinto del deserto. Dall'altro lato però si ha l'appello incessante a costruire la Gerusalemme nuova prospettata dall'Apocalisse secondo un modulo quadrato simbolico, segno di perfezione e di armonia. Siamo dunque ininterrottamente sospesi tra il brutto e il bello, tra il nadir diabolico dello spazio devastato e della terra desolata e lo zenit di una città affascinante come una giovane sposa, di una costruzione edilizia gemmata, illuminata da una luce eterna, e di una terra feconda in cui si intravvede la struttura stessa della Sapienza divina.

Ovvero la Gerusalemme Celeste sognata dalle utopie di tutti i tempi, l'unità impossibile da costruire nella storia con le sole forze umane...

Secondo la Bibbia, è necessario intessere nella città storica, ferita e sporca, ingiusta e squilibrata, il disegno di una città escatologica in cui uomo e Dio vivranno insieme. Nella Pentecoste ognuno parla la propria lingua, ma tutti si capiscono, è salvata la loro individualità e c'è vero dialogo, l'opposto speculare di Babele. Ma il nostro mondo assomiglia di più a Laodicea, la città dei tiepidi, degli indifferenti, non c'è neanche la drammaticità del duello con Dio. Nella visione escatologica dell'Apocalisse non ci sarà più il mare, il caos sarà sparito; non ci sarà neanche il tempio perché tutto sarà tempio, alleanza con il Creatore. La città-occhio, pupilla, moglie ornata di gioielli, si contrappone alla prostituta, la donna mercificata, umiliata come oggetto di compravendita. Non è solo metafora, gli studi più recenti dimostrano che spesso le parole dei profeti possono essere interpretate in senso letterale. Un esempio tra tanti. La Samaria dell'ottavo secolo avanti Cristo per il profeta Amos è la città dell'ingiustizia che denuncia:  "Hanno venduto il povero per un paio di sandali". Gli studi sulla storia economica e le più recenti scoperte archeologiche ci hanno rivelato che un paio di sandali di lusso costavano proprio come uno schiavo. L'umano viene umiliato dalla schiavitù per debiti, la città-sposa si degrada nella città-prostituta, mentre si approfondisce la spaccatura la divisione tra ateniesi e meteci, tra rondini e topi come a Marozia, una delle città invisibili di Calvino. La città storica diventa grembo di male, mentre la planimetria della Gerusalemme Celeste, nella storia dell'arte, da quadrata diventa sempre più ellissoidale, tende alla circolarità, all'immagine della perfezione divina. Diventa sempre più chiaro che bellezza e armonia non sono frutto dello sforzo dell'uomo, ma sono un regalo di Dio. Non ci si salva in una città brutta.

L'architettura è l'unica arte che si impone al fruitore; si può non ascoltare una musica, non leggere un libro, non vedere un film, ma non si può evitare di vedere ogni giorno la fabbrica o l'ufficio dove si lavora, o il condominio-alveare dove si abita. O la brutta chiesa dove si va a messa la domenica

Durante tante Cresime celebrate in periferia ho notato la straordinaria bruttezza delle chiese, capolavori di orrore, cubi di cemento costruiti trent'anni fa che si stanno degradando anche dal punto di vista dei materiali. Una chiesa brutta è una sorta di male etico. Il bambino che usciva dalla porta di casa nella Siena del Trecento si trovava davanti Piazza dei Miracoli, era educato automaticamente al bello. Non succede lo stesso in certe zone degradate di Roma. Per questo ho lanciato, d'accordo con gli organizzatori, l'idea di una Biennale "alternativa" a Venezia, per far ripartire il dialogo con l'arte contemporanea, e vorrei provocare artisti come Jannis Kounellis, Bill Viola o Anish Kapoor a esprimersi su soggetti aperti al trascendente.

Il dialogo con l'architetto Mario Botta è iniziato da tempo; penso alla cattedrale della resurrezione a Évry, dedicata a San Corbiniano

In cui torna la simbologia tradizionale dell'albero della vita, che pianta le sue radici nella cripta, mentre i ventiquattro tigli piantati sull'ellisse che corona l'abside simboleggiano la giovinezza perenne dell'eternità. È molto interessante anche la sperimentazione dei materiali di Richard Meier:  le vele a forma di mani che si congiungono in preghiera nella sua chiesa a Tor Tre Teste restano bianchissime nonostante lo scorrere del tempo perché il materiale con cui sono state costruite distrugge chimicamente la patina scura lasciata dall'inquinamento, mentre la tensione dell'uomo verso l'infinito viene resa dalle curvature estreme del vetro innestato nel calcestruzzo.
Ma sono eccezioni che confermano la regola, troppo spesso non c'è dialogo tra l'architetto e l'artista che deve arredare la chiesa; chi disegna il progetto teme che tabernacolo, confessionali, quadri, statue sporchino il nitore delle linee, non considerando che sono elementi indispensabili per la liturgia. Il parroco di solito rimedia a questa assenza con dell'artigianato, non con dell'arte, e si mescolano riproduzioni stanche di stili precedenti a strutture intellettualistiche totalmente astratte dal contesto. L'esito finale è pessimo.

Stesso dualismo anche nella forma d'arte più diffusa nel Novecento, il cinema, tra film di cassetta e intellettualismo sterile

La nostra epoca non ha il coraggio di guardare se stessa nello specchio della Parola divina; la nuova traduzione della Cei sarà un'occasione preziosa per riavvicinare credenti e non alla Bibbia. Perdere di vista le domande fondamentali della vita non fa bene agli artisti. Basti pensare a Woody Allen. Non è più lui; ora si limita a divertissement, fuochi di artificio che lasciano il tempo che trovano. Il successo del Festival del cinema spirituale in America Latina dimostra che la domanda c'è, registi e sceneggiatori sono stanchi di banalità e luoghi comuni; richieste di seminari e collaborazioni sono arrivate dagli Studios di Los Angeles e dalla New York Film Academy. In Italia, Ermanno Olmi sta lavorando a un progetto su Gesù per Rai tre; è arduo rendere la trascendenza nell'arte, ma è l'unica sfida che la mantiene viva.



(©L'Osservatore Romano 29 maggio 2008)
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