L'arcivescovo Gardin spiega il nuovo documento

Alla ricerca di Dio e della sua volontà

 

È l'arcivescovo Gianfranco Agostino Gardin, che spiega nell'intervista a L'Osservatore Romano il senso della nuova Istruzione vaticana centrata sull'obbedienza, aspetto importante del paradosso sempre antico e sempre nuovo della vita consacrata. Ancora oggi donne e uomini sono affascinati da una radicale sequela di Gesù. La qualità e la bellezza di questa sequela sono più forti di ogni crisi che può colpire la vita consacrata.

Il titolo della nuova Istruzione non rischia di farla confondere con un ennesimo passo per "normalizzare" religiosi e suore?

Il titolo di per sé è privo di accentuazioni o coloriture particolari. Dice solo che l'Istruzione parla dell'esercizio dell'autorità e dell'obbedienza negli istituti religiosi. Ma forse già il sostantivo "servizio" riferito all'autorità esprime una caratterizzazione evangelica di questo compito. Può essere illuminante considerare il sottotitolo latino, che riprende le prime parole del documento:  Faciem tuam, Domine, requiram - "Il tuo volto, Signore, io cerco" (Salmo 26, 8). Potremmo dire che il documento presenta l'obbedienza con uno sguardo di ampio respiro, quale frutto di un'appassionata ricerca di Dio e della sua volontà (ecco il senso del sottotitolo). A questa obbedienza sono chiamati tutti, autorità compresa, anzi, l'autorità per prima. All'interno di questo grande tema vengono offerte indicazioni per un esercizio evangelico dell'autorità. Più che di normalizzazione nei confronti della vita religiosa, si tratta di un aiuto a vivere con più intensa fedeltà evangelica questa scelta di vita.

A quale esigenza intende rispondere l'Istruzione e come si è giunti all'attuale testo?

Autorità e obbedienza hanno subìto in questi anni l'influsso di mutamenti culturali, sia in positivo che in negativo, e anche di nuove accentuazioni in ambito ecclesiale e all'interno della stessa vita religiosa. Si pensi, per esempio, all'insistenza sul rispetto per la dignità della persona, ma anche alla concezione talora esasperata dell'autonomia dell'individuo. E poi all'importanza della "spiritualità di comunione" e, per i religiosi, della vita fraterna in comunità. Si è voluto valorizzare il meglio dei mutamenti recenti e della sensibilità attuale, custodendo, al tempo stesso, i punti fermi della vita religiosa, quelli che la rendono in tutti i tempi autentica sequela del Signore. Si spiega così il documento, che trova la sua origine in una "Plenaria" del dicastero per la vita consacrata, e che è stato poi elaborato con la consulenza dei membri del dicastero e anche di superiori e superiore generali.

Quale contributo può dare il documento a superare la crisi nella vita consacrata maschile e femminile?

Temo che sul tema "crisi della vita consacrata" vi siano oggi molte affermazioni superficiali. Di fatto tale crisi viene ricondotta spesso al calo numerico; ma il numero in sé non dice automaticamente qualità, né si può dire che un istituto sia migliore di un altro solo perché attira più vocazioni. Giovanni Paolo II ha scritto che la vera sconfitta della vita consacrata non sta nel declino numerico, ma nel venir meno dell'adesione spirituale al Signore. La crisi della vita consacrata è spesso il riflesso della crisi della comunità cristiana, all'interno della quale soltanto essa trova la sua collocazione vitale. Con questo documento il nostro dicastero intende semplicemente, e umilmente, aiutare i consacrati a vivere con consapevolezza, ma anche con gioia, la loro ricerca di Dio e la loro fedeltà a Lui.


Quanto conta una percezione sbagliata dell'obbedienza nel calo di vocazioni in Occidente?

Le ragioni per cui vi sono meno ingressi nella vita consacrata in vari Paesi sono varie e spesso complesse, e non si possono frettolosamente ascrivere alla perdita di attrattiva della vita consacrata. È vero, comunque, che una errata concezione dell'obbedienza, per esempio di sapore militaresco oppure risucchiata in un vago "fraternalismo", come anche un esercizio non evangelico dell'autorità, potrebbero dissuadere dall'entrare nella vita religiosa.

L'introduzione dell'obiezione di coscienza nella vita consacrata non è un controsenso?

Lo sarebbe se l'obiezione di coscienza fosse intesa come una sorta di meschina "furbata" per eludere il dovere dell'obbedienza. L'accenno a questo tema nel documento aiuta invece a capire che l'obbedienza nella vita religiosa non domanda e non produce esecutori passivi, privi di responsabilità, ma persone a cui è chiesta una profonda maturità morale, la quale, come è noto, comporta la capacità di agire con una coscienza profondamente protesa alla ricerca e all'attuazione del bene vero. Su questo tema, del resto, il documento ha valorizzato un testo della Evangelica testificatio di Paolo vi, un testo del 1971 ma ancora di attualità.

Che cosa si intende per "difficili obbedienze" e "difficili autorità", di cui si parla nel testo?

Si è voluto richiamare il fatto che sia l'obbedienza come l'esercizio dell'autorità possono comportare momenti difficili e sofferti. Non a caso un'espressione biblica più volte richiamata nel testo è quell'"imparò l'obbedienza dalle cose che patì" riferito a Cristo dalla Lettera agli Ebrei (5, 8). I superiori, come pure le norme che guidano la vita dei consacrati, sono "mediazioni umane" della volontà di Dio. Si tratta però sempre, osserva il testo, di mediazioni precarie, fallibili, che possono dare luogo a fatiche, a incertezze, a domande angoscianti sia in chi deve dare disposizioni sia in chi deve obbedire. Già san Benedetto parlava di una possibile obbedienza "molto gravosa, o addirittura impossibile a eseguirsi"; e san Francesco d'Assisi considerava il caso in cui il religioso "vede cose migliori e più utili alla sua anima di quelle che gli ordina il superiore".

A donne e uomini consacrati si richiede povertà, castità, obbedienza. Forse che anche oggi l'obbedienza è la prova che preoccupa di più?

Sono tre rinunce, ma, nella logica della sequela di Gesù, acquistano piuttosto il carattere di scelte per conformarsi a Colui dalla cui bellezza si è stati conquistati. Difficile dire se l'obbedienza sia la più dura. Ognuno ha la sua storia, la sua sensibilità, i suoi punti deboli e i suoi punti di forza.



(©L'Osservatore Romano 29 maggio 2008)
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