La visita di quattro giorni del cardinale segretario di Stato

L'Ucraina
laboratorio ecumenico


Pubblichiamo l'intervista rilasciata dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone a "L'Osservatore Romano", alla Radio Vaticana e al Centro Televisivo Vaticano dopo la sua visita in Ucraina dal 23 al 26 maggio in occasione della beatificazione della serva di Dio suor Marta Maria Wiecka.

Perché ha definito l'Ucraina "Terra di mezzo" tra l'Europa occidentale e l'Europa orientale?

Perché, in realtà, l'Ucraina può svolgere un ruolo importante essendo un punto d'incontro, un crocevia tra le culture dell'Oriente e dell'Occidente. La Chiesa, per riprendere le famose parole di Giovanni Paolo ii - ma non solo la Chiesa, anche l'Europa - deve respirare a due polmoni:  Oriente e Occidente. Proprio quest'anno ricorre il 1020° anniversario della prima evangelizzazione della Rus' di Kiev che, partita dall'Ucraina, è andata verso l'Oriente e ha messo le basi di quelle radici cristiane che sono l'humus che fa unità tra i popoli dell'Oriente e dell'Occidente. Radici cristiane che sono state riprese, ribadite non solo a livello di  gerarchia delle varie Chiese, ma anche a livello e nella coscienza di identità propria delle autorità dell'Ucraina.

Esiste una sufficiente conoscenza reciproca tra i cattolici dell'Ucraina e i cattolici dell'Europa occidentale?

Questo è un problema reale. Le persone di una certa età ricordano bene l'epopea del famoso cardinale Slipyj, che fu un grande testimone della fede dell'Ucraina. Almeno certi episodi della storia religiosa, della inconcussa fedeltà del popolo ucraino alla fede cristiana, e in particolare alla Chiesa cattolica, sono presenti nella memoria di tante persone. Adesso, non so se c'è una vera conoscenza. Forse, c'è anche memoria della famosa carestia degli anni 1932 e 1933 che storicamente qualcuno spiega come un atto di punizione per la popolazione ucraina e per altre popolazioni. Anche questa memoria è entrata nei libri di storia. Auspico che le Chiese e le società occidentali conoscano meglio questa storia. Si diceva una volta che l'Ucraina fosse il granaio dell'Europa; si parlava delle immensità delle sue pianure e delle sue colture. Poi, c'è stato il fatto di Chernobyl. Non bisogna, tuttavia, conoscere l'Ucraina solo per questo singolo episodio, ma proprio per la sua dignità:  il profilo di popolo che ha una grande  cultura, rimasto fedele ai valori cristiani forse più di altri popoli e che adesso si affaccia alle porte dell'Europa con una sua dignità e con delle risorse che tutti dobbiamo valorizzare.

Nei suoi discorsi ha richiamato sovente la testimonianza dei martiri additandola ai cristiani di oggi. Ci sono motivi di preoccupazione pastorale per questo richiamo insistente?

Anzitutto c'è un motivo storico. Anche in Ucraina, come in molti altri Paesi dell'Unione Sovietica, ci sono stati martiri della fede, i famosi martiri del XX secolo, cattolici e ortodossi. In Ucraina c'è stato un tentativo di annientamento delle Chiese, soprattutto della Chiesa greco-cattolica, mentre la Chiesa latina, pur nelle immani sofferenze che hanno segnato quegli anni sotto la dittatura comunista, ha avuto dei barlumi di libertà e quindi di esercizio del ministero e di espressione della fede cristiana. E poi, in modo particolare bisogna ravvivare la memoria per l'oggi, perché allora c'era una persecuzione aperta, adesso c'è un attacco sottile, un attacco dell'indifferentismo e del consumismo. È caduto il Muro di Berlino, è caduto l'impero comunista però ci sono altri problemi che sfidano la fede, che esigono un coraggio, un impegno ancora maggiore - forse - nella testimonianza della fede cristiana, e nel fare esperienza vera di vita cristiana.

Nel corso del suo viaggio lei ha insistito molto anche sull'impegno ecumenico. Parlava ai cattolici o agli ortodossi?

Anzitutto ai cattolici, perché naturalmente mi sono rivolto ai cattolici, sebbene abbia incontrato autorità e rappresentanti ortodossi anche alle manifestazioni della Chiesa cattolica. È un discorso che vale per tutti, perché lo sforzo di creare unità, di fare piattaforma di unità, di convergere su obiettivi comuni proprio in base alla fede comune, è un presupposto indispensabile per la nuova evangelizzazione e per l'efficacia della testimonianza di tutte le Chiese, di tutte le confessioni cristiane.  Nelle  loro  diversità, ma nell'unità  della  medesima  fede in Cristo.

Ha riscontrato motivi di fiducia e segnali per una presenza più unitaria e meno conflittuale sul piano religioso e civile, tra cattolici e ortodossi?

Devo dire che ho incontrato una Chiesa viva - parlo in modo speciale della Chiesa cattolica nelle sue varie componenti - una Chiesa perfino entusiasta e partecipe. Mi hanno detto anche le autorità che lì, in Ucraina, le Chiese sono piene. Penso sia vero, avendolo sperimentato negli incontri che ho avuto, sia in occasione della festa del Corpo e Sangue di Cristo, con la processione lungo le vie di Kiev, sia nella grande beatificazione di suor Marta Maria Wiecka, a cui guardano non solo i cattolici. Quella testimone della carità sociale eroica è un punto d'incontro di cattolici e ortodossi e anche di non credenti. Già questo segno è un segno di unità, un segno di identità comune. Ho trovato, quindi, dei segni positivi; ho trovato segni anche di dialogo, segni di adesione al cuore della Chiesa cattolica, cioè al Papa, in particolare a Papa Benedetto xvi, e negli incontri con gli esponenti soprattutto della Chiesa ortodossa russa - perché ho incontrato il metropolita Volodimir - ho sentito questo anelito all'unità. Tutti hanno parlato della necessità di fare dei passi concreti comuni. Nonostante le difficoltà che persistono ancora, ci sono passi positivi di dialogo interconfessionale per convergere su alcuni temi. Pensiamo, ad esempio, al tema dell'educazione, della formazione. Abbiamo parlato persino del tema della santità, con il metropolita ortodosso, e mi hanno interrogato sui percorsi che la Chiesa cattolica fissa per proclamare un beato o un santo, confrontandoli con i percorsi della Chiesa ortodossa. Ecco:  sono temi che indicano una sorta di convergenza, di desiderio di condividere certe metodologie e poi anche le mete finali.

Una buona armonia tra i cristiani in Ucraina, superando il contenzioso storico, può facilitare il dialogo in corso tra Roma e Mosca?

Con la Chiesa ortodossa russa, con il Patriarcato di Mosca, noi siamo certamente in fase di dialogo. Avevo avuto incontri con la Chiesa ortodossa russa già in Azerbaigian e così adesso li ho avuti a Kiev. Questi sono segni positivi. Mi sembra che siamo in una fase di dialogo aperto, di incontri che si rinnovano:  proprio nei giorni scorsi il cardinale Kasper è stato a Mosca nella sua qualità di Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani. È chiaro che tutti aspettano il famoso incontro tra il Papa e il Patriarca di Mosca che avverrà quando Dio vorrà e quando ci saranno tutte le condizioni. Alcuni esponenti ortodossi di varie parti dell'Europa spingono per questo incontro, esplicitamente. Ci sono stati dei fatti positivi - a parte la traduzione organica dei documenti del Concilio Vaticano ii in russo e la distribuzione di questi documenti, che permettono di conoscere il pensiero della Chiesa cattolica, sia in campo dogmatico sia in campo morale:  non solo in campo di morale personale, ma di morale sociale, di morale internazionale. Pure la traduzione del Catechismo della Chiesa cattolica in russo, con una specie di accordo con la Chiesa ortodossa, e poi, ultimamente, proprio, la traduzione del Compendio della dottrina sociale cristiana in ucraino e in russo. Questo è un fatto positivo che permette di avvicinare le due Chiese in maniera culturale pacificamente, in modo cristallino, cioè direttamente; e quindi, di conoscersi e di condividere. Sappiamo anche che la Chiesa ortodossa russa sta elaborando una sua dottrina sociale.

Ci sono risultati concreti dal suo incontro con il presidente Viktor Yushenko e con il vice primo ministro Gregory Nemyria?

Il viaggio in Ucraina è stato organizzato in modo speciale per la beatificazione di suor Marta Maria Wiecka, che è amata e venerata da tutti, ricordata anche dalle autorità. Tanto è vero che alla beatificazione c'erano le autorità di Leopoli e i delegati delle varie istanze pubbliche. Come ho già detto, la figura di suor Marta è una figura che attrae e che unifica. Ho avuto degli incontri - lunghi incontri - sia con il presidente della Repubblica e sia con il vice primo ministro. Ho sottolineato, anche nei discorsi pubblici e a nome della Santa Sede, la positività degli sforzi compiuti dal Governo, dalle autorità ucraine, per la crescita della democrazia nei vari ambiti e per la volontà di riconoscere i diritti umani, riconoscere la libertà religiosa, l'uguaglianza delle confessioni cristiane; per la promozione di una politica a favore della famiglia. Naturalmente, ho ripetuto che la Santa Sede non è una potenza politica, non agisce come una potenza politica:  agisce con la sua missione spirituale, con la sua autorità morale. Quindi anche nello specifico problema di essere eventualmente integrata nell'Unione europea si tratterà di verificare gli adempimenti delle condizioni poste dall'Europa. Però, mi sembra che nella comunità internazionale l'Ucraina occupi un buon posto e prova ne sia, ultimamente, che è stata eletta nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. E questo, naturalmente, non è solo un riconoscimento all'Ucraina, ma la investe pure di una responsabilità, perché la prima verifica sulla promozione e sull'osservanza dei diritti umani, la prima carta di credito deve  venire  proprio dal comportamento  del Governo dell'Ucraina stessa, di fronte alla comunità internazionale.

Proprio in questo contesto, dall'osservatorio Ucraina, quale sensazione le ha fatto il considerare le misure che i vari Paesi dell'Unione europea stanno prendendo nei confronti degli immigrati, anche dell'Europa Orienta
le?

Ho accennato nei miei incontri al problema dell'immigrazione. Mi è stata posta anche qualche domanda, perché in Europa, compresa l'Italia, ci sono molti immigrati ucraini e molte aziende estere, in particolare italiane, operano in Ucraina. Proprio la sera prima della partenza ho avuto una cena con molti ambasciatori e con una parte del corpo diplomatico. L'ambasciatore italiano a Kiev ha parlato molto positivamente dei lavoratori ucraini e dell'esperienza delle aziende e delle ditte italiane che operano in Ucraina. Io stesso ho avuto una buona esperienza a Genova dove risiede una forte comunità ucraina e noi abbiamo dato una parrocchia alla loro comunità e al loro parroco. La comunità ucraina si è inserita abbastanza positivamente nel tessuto sociale, senza porre i problemi che altri gruppi, che altre comunità di altra provenienza, hanno posto. Bisogna valutare bene gruppo per gruppo, vedere chi viene per lavoro, chi viene con volontà di lavoro, chi viene con un senso di identità culturale e religiosa, che sostiene questi immigrati, queste comunità anche nell'espatrio, nel trapianto in un'altra cultura, in un'altra nazione. Direi che gli ucraini si sono inseriti abbastanza positivamente. Il giudizio sull'immigrazione ucraina è abbastanza positivo, almeno a quanto ho sentito io stesso. Naturalmente abbiamo parlato anche del problema di sostenere culturalmente, nella formazione, nell'educazione, le comunità, i figli e le nuove generazioni. Abbiamo parlato dell'Università cattolica di Leopoli in Ucraina con le autorità governative, che riconoscono il ruolo formativo della Chiesa cattolica e delle istituzioni ecclesiastiche e lo apprezzano molto. A Kiev c'è un Istituto superiore di studi religiosi, il San Tommaso, che è frequentato da molti giovani cattolici, ortodossi e anche non credenti, che però sono in ricerca. E questo è un fatto positivo:  che le autorità riconoscano la funzione di questi istituti superiori di formazione, di cultura, e vogliano anche sostenerli.

Lei ha trovato tracce nei colloqui avuti, del ricordo della tragedia della carestia e della fame che nel 1932 e nel 1933 decimò la popolazione ucraina?

La tragedia dell'Holodomor come viene chiamata la terribile carestia, è un problema molto sentito dal popolo ucraino e dalle autorità, in modo particolare, perché come sappiamo in quegli anni ci fu la terribile carestia che colpì l'Ucraina sovietica e causò la morte di milioni e milioni di persone. Secondo diversi storici e nella convinzione del Governo ucraino, la carestia è stata causata intenzionalmente proprio per decimare la popolazione ucraina. Adesso, le istanze culturali, il Governo ucraino, lo stesso presidente, chiedono di poter investigare, magari organizzando delle commissioni di ricercatori per analizzare la documentazione esistente su questo fatto e anche sull'aiuto che ha tentato di dare la Chiesa cattolica, la Santa Sede, in questa occasione. Naturalmente non si tratta solo di questo problema. Gli studi e la condivisione di ricerche storiche toccherebbe anche tutta la storia dell'Ucraina, come si è soliti fare nella ricostruzione della memoria di tutti gli Stati che in qualche modo hanno avuto un rapporto con la Santa Sede e, in modo particolare, con i Papi.



(©L'Osservatore Romano 30 maggio 2008)
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