L'arcivescovo Amato spiega il recente decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede

Negli apostoli
il modello di ogni ministero sacerdotale



Giampaolo Mattei

"Nessuna nuova dottrina, semplicemente la conferma di ciò che tutta la Chiesa, dall'Oriente all'Occidente, ha sempre saputo e vissuto nella fede:  essa riconosce nella figura dei dodici apostoli il modello normativo di ogni ministero sacerdotale". È con le parole scritte dall'allora cardinale Joseph Ratzinger in relazione alla Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994) che l'arcivescovo Angelo Amato, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, presenta il Decreto generale "circa il delitto di attentata ordinazione sacra di una donna", entrato in vigore dal momento della sua pubblicazione su L'Osservatore Romano (edizione di venerdì 30 maggio 2008, pagina 1).
Decreto generale - spiega l'arcivescovo Amato che lo ha firmato insieme al cardinale prefetto William Levada - "significa che si tratta di leggi che confermano i principi generali della disciplina e del diritto della Chiesa". La Congregazione per la Dottrina della Fede ha così inteso "tutelare la natura e la validità del sacramento dell'ordine sacro" che è da riservarsi soltanto agli uomini.

Perché la necessità di un Decreto?

Ci sono stati singoli episodi di cosiddette ordinazioni di donne in varie regioni del mondo. Inoltre il Decreto generale è uno strumento di aiuto ai vescovi per assicurare una risposta uniforme in tutta la Chiesa di fronte a queste situazioni.

In realtà non si tratta nemmeno di ordinazioni vere e proprie.

Bisogna dire subito che non sono ordinazioni. Sono invalide e cioè nulle. La disciplina canonica della Chiesa dice infatti che "riceve validamente la sacra ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile" (canone 1024).

Perché solo gli uomini possono ricevere gli ordini sacri?

La ragione fondamentale è unica e chiara:  la Chiesa cattolica non si sente autorizzata a cambiare la volontà del suo Fondatore Gesù Cristo. Così nella partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa la donna non può ricevere il sacramento dell'ordine e, pertanto, non può compiere le funzioni proprie del sacerdozio ministeriale. È questa una disposizione che la Chiesa ha sempre ritrovato nella precisa volontà, totalmente libera e sovrana, di Gesù Cristo che ha chiamato solo uomini come suoi apostoli. La Chiesa si riconosce dunque vincolata da questa scelta fatta dal Signore stesso. Per questo motivo l'ordinazione delle donne non è possibile. La Chiesa e il suo Magistero non hanno autorità a partire da se stessi, ma solo a partire dal Signore.

La Chiesa cattolica va controcorrente rispetto ad altre confessioni cristiane?

Non è questo il solo caso. Comunque, sulla questione, la Chiesa - per così dire - è in buona compagnia dal momento che anche le antiche Chiese orientali e le Chiese ortodosse mantengono la stessa disciplina bimillenaria e integra della Chiesa cattolica. Alcune comunità ecclesiali della Riforma hanno invece di recente purtroppo rotto una tradizione bimillenaria della Chiesa.

Che cosa significa la scomunica latae sententiae prevista dal Decreto sia per colui "che avrà attentato il conferimento dell'ordine sacro ad una donna" sia per la donna "che avrà attentato di ricevere il sacro ordine"?

Latae sententiae significa innanzitutto che la scomunica è automatica, ipso facto. In secondo luogo la scomunica, in concreto, vieta allo scomunicato (canone 1331) di prendere parte in alcun modo come ministro alla celebrazione del sacrificio eucaristico o di qualunque altra cerimonia di culto pubblico; di celebrare sacramenti o sacramentali e di ricevere i sacramenti; di esercitare funzioni in uffici o ministeri o incarichi ecclesiastici qualsiasi o di porre atti di governo.

Come si toglie questa scomunica?

Si tratta di una scomunica riservata alla Santa Sede. La si toglie quando le persone interessate mostrano sincero pentimento e si impegnano a seguire la retta dottrina e disciplina della Chiesa. La scomunica è una pena medicinale, che invita al ravvedimento, alla conversione e alla riparazione dello scandalo, visto che si è trattato di un fatto pubblico.



(©L'Osservatore Romano 1 giugno 2008)
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