Intervista al direttore generale della Fao, Jacques Diouf

Troppo per le armi
Troppo poco per l'agricoltura


di Giuseppe Fiorentino

Maggiore richiesta di cibo da parte dei Paesi emergenti - soprattutto India e Cina - e cambio di destinazione delle colture da alimentare a energetica. Sono queste secondo alcuni osservatori i motivi della crisi alla quale la Fao - l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura - cerca di rispondere con il vertice di Roma. Altri e non meno qualificati osservatori ritengono invece che il vertiginoso aumento dei prezzi dei generi alimentari sia essenzialmente dovuto a fenomeni speculativi. Nell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano" il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, offre - alla vigilia del vertice straordinario dell'Organizzazione - la sua versione dei fatti. A cominciare proprio dalle reali motivazioni che, a suo avviso, hanno condotto al drammatico rincaro dei prezzi del cibo.

La crisi che il mondo si trova ad affrontare è dovuta a una singola causa o piuttosto a una serie di fattori concorrenti?

È corretto parlare di un insieme di ragioni. In un certo senso, ci troviamo di fronte al risultato di decenni di negligenza circa la sicurezza alimentare da parte dei politici, sia nei Paesi in via di sviluppo sia nel mondo industrializzato. Lo evidenzia la forte riduzione delle quote di aiuti allo sviluppo all'agricoltura. È una diminuzione di circa due terzi in termini reali. Si va dal 17 per cento nei primi anni ottanta del secolo scorso a solo il 3 per cento del 2006.
In alcune nazioni produttrici di cereali le cattive condizioni atmosferiche hanno inoltre avuto il loro peso così come la crescita dell'industria di biocarburanti liquidi, che ha assorbito più di 100 milioni di tonnellate di cereali nel biennio 2007-2008.
Per quanto riguarda le speculazioni, gli esperti stanno esaminando la questione, ma la prima impressione è che, sebbene le speculazioni abbiano portato nuova liquidità sul mercato delle commodity alimentari e abbiano contribuito alla volatilità dei prezzi, gli speculatori seguono il mercato piuttosto che muoverlo. Il mercato, in definitiva sembra infatti essere influenzato più da elementi di base che da attività speculative.

Pensa che la crisi in atto possa essere definita come un effetto negativo della globalizzazione?

Certamente sì, nel senso che si tratta di una crisi che colpisce, a vari gradi, tutti i Paesi del mondo. Il rovescio della medaglia è che l'aumento dei prezzi dei generi alimentari ha fatto capire ai Governi che non possono più procrastinare un'azione decisiva volta a incrementare la produzione alimentare e gli investimenti nell'agricoltura. La globalizzazione in quanto tale dovrebbe essere di beneficio agli agricoltori e non colpirli. Sempre che vi sia una situazione paritaria. E questa non è certo la situazione attuale perché i Paesi ricchi spendono miliardi di dollari per aiutare i propri agricoltori, privando gli agricoltori del mondo in via di sviluppo della possibilità di competere.

Netta condanna, quindi, delle politiche di sostegno pubblico all'agricoltura da parte dei Paesi più sviluppati?

Il sostegno dei Paesi dell'area Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ai propri agricoltori è stato stimato nel 2006 intorno ai 372 miliardi di dollari statunitensi, mentre gli obblighi, le tariffe e le barriere commerciali e tecniche hanno discriminato l'agricoltura dei Paesi in via di sviluppo. Auspico una rapida conclusione nel 2008 dei negoziati sull'agenda di sviluppo di Doha per stabilire un regime agricolo internazionale più corretto e orientato al mercato. Che aiuti prima di tutto i Paesi in via di sviluppo ad aumentare la propria capacità di produzione agricola.

Cosa pensa della decisione di alcuni Governi di sospendere temporaneamente le esportazioni di generi alimentari?

È ovvio che Governi responsabili verso i propri elettori devono prendere delle misure. Tuttavia, queste misure possono essere controproduttive. Da una parte impediscono agli agricoltori nei Paesi interessati di trarre vantaggio dai prezzi più alti per produrre di più, giungendo alla fine alla riduzioine dei prezzi. Dall'altra mantengono i prezzi alti, riducendo la quantità di cibo disponibile sul mercato internazionale. Tuttavia, alcuni Paesi che avevano imposto divieti o limitazioni alle esportazioni li hanno già eliminati e ho fiducia nel fatto che anche altri seguiranno il loro esempio.

In che modo la comunità internazionale può affrontare questa crisi attraverso organizzazioni come la Fao? Non sarebbe più utile l'unificazione delle organizzazioni che si occupano di alimentazione, come la stessa Fao, il Programma alimentare mondiale (Pam) e il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad)?

Il vertice sulla sicurezza alimentare che sta per svolgersi a Roma e che si spera prenderà misure risolutive per combattere alla radice la fame e la povertà, è stato indetto dalla Fao un anno fa. L'organizzazione ha lanciato l'allarme sull'attuale crisi alimentare molto prima dello scorso settembre, e in dicembre ho annunciato un'iniziativa speciale sul rincaro dei prezzi per assistere una trentina fra i Paesi più vulnerabili a livello di importazione di generi alimentari. Come parte del programma di riforma delle Nazioni Unite ci stiamo adoperando con l'Ifad e con il Pam per migliorare la nostra cooperazione e potenziare le sinergie sia in sede sia sul campo.

Alcuni si sono espressi negativamente sul ruolo svolto dalla Fao nell'affrontare la crisi. Su cosa si basano queste critiche e come sente di poter rispondere?

Le critiche sono utili quando sono costruttive. Ho già pubblicato sul sito internet della Fao una lunga e dettagliata replica ad alcune critiche recenti espresse dal Presidente del mio Paese, il Senegal.

Più di una volta Benedetto xvi e i suoi predecessori hanno esortato alla riduzione delle spese militari per migliorare le politiche di sostegno in favore dei Paesi in via di sviluppo. Perché questi appelli restano inascoltati?

A dire il vero, se i Paesi in via di sviluppo avessero speso per l'agricoltura quanto hanno speso per gli armamenti il problema alimentare non esisterebbe. In Africa, i Paesi che hanno compiuto meno progressi sulla sicurezza alimentare sono quelli maggiormente impegnati in conflitti interni o in guerre. Tuttavia cinque anni fa i Governi africani, nella dichiarazione di Maputo, si sono impegnati a spendere il dieci per cento del loro bilancio preventivo nell'agricoltura. Auspico che gli eventi degli ultimi mesi li abbiano convinti dell'urgenza di onorare quell'impegno.



(©L'Osservatore Romano 2-3 giugno 2008)
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