Intervista a Grum Abay, ambasciatore dell'Etiopia in Italia,
sui risultati del vertice Fao a Roma

Quando gli aiuti umanitari
non aiutano nessuno

di Luca M. Possati

Un Paese che per molti anni è stato suo malgrado il simbolo stesso della fame nel mondo, l'Etiopia, si trova oggi ad affrontare - come molte altre Nazioni - la crisi alimentare generata dalla crescita dei prezzi dei cereali. Al momento sono circa quattro milioni le persone che hanno bisogno di aiuti umanitari. Sui modi per affrontare questa situazione, e di molto altro ancora, ha parlato - alla chiusura del vertice Fao - l'ambasciatore etiopico in Italia, Grum Abay, in un'intervista a "L'Osservatore Romano".

Qual è la situazione attuale in Etiopia?

Non abbiamo un'agricoltura industrializzata. Il nostro sistema è formato dai piccoli agricoltori. Tuttavia, negli ultimi cinque anni l'Etiopia ha registrato una notevole crescita economica. I dati, che sono stati confermati anche dalla Banca mondiale, dicono che tra i Paesi subsahariani che non hanno risorse petrolifere siamo al primo posto, con uno sviluppo economico che ha toccato un incremento dell'undici per cento.
Qui sta l'anomalia:  perché una nazione che sulla carta è tanto ricca si trova a fronteggiare una crisi così spaventosa?
Il nostro problema principale è la siccità. Abbiamo un'agricoltura che si fonda sulla pioggia. Quest'anno le precipitazioni attese da settembre a novembre e da febbraio a marzo non sono venute e dobbiamo fronteggiare un'emergenza. Le riserve di cui disponiamo stanno diminuendo rapidamente. Cerchiamo di non prendere risorse dall'esterno. Il fatto è che in alcune regioni l'acqua c'è in abbondanza, mentre in altre scarseggia. Insieme al Pam stiamo tentando di trasferire le risorse verso le zone più bisognose.

Cosa si sta facendo per aiutare la popolazione? Come giudica il lavoro delle organizzazioni non governative?

Proprio ieri il Governo etiopico ha chiesto l'aiuto della comunità internazionale per circa tre milioni di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari. Abbiamo già stanziato ottantaduemila tonnellate di cibo nelle zone dove si riscontrano i maggiori deficit. Vorremmo arrivare a trecentomila. Negli ultimi giorni l'Unicef ha detto che in Etiopia sei milioni di bambini rischiano di morire di fame. Ebbene, ieri quest'organizzazione ha smentito la notizia. Ho paura che molte persone stiano usando la crisi alimentare a scopi lucrativi. Il fatto è che alcune ong sperano di avere più soldi ingigantendo le notizie. Non sto accusando nessuno, ma l'esperienza che abbiamo avuto in Etiopia me lo fa credere. Capisco le difficoltà nelle zone di guerra. Ma ci sono anche situazioni nelle quali queste organizzazioni sono accusate di prendere posizione, di sostenere una certa parte invece di un'altra. Insomma, non possiamo dire che tutte le ong siano prive di interessi politici. Non tutti coloro che dicono di lavorare in certi Paesi del mondo conoscono realmente i problemi di quel Paese.

Quali sono le conseguenze che le storiche tensioni politiche nel Corno d'Africa hanno sugli interventi umanitari?

Il Corno d'Africa è sempre stato ed è ancora oggi una regione colpita da tensioni politiche. I conflitti tra alcuni Paesi potranno avere un impatto negativo sulla distribuzione degli aiuti, ma credo che la vera domanda che ci dobbiamo porre sia il perché di questi conflitti, quali siano le loro vere radici. In realtà, i contrasti nel Corno d'Africa e nella maggior parte del continente sono causati dalla competizione per il controllo delle risorse. Noi africani dobbiamo imparare a gestire queste competizioni. Si può ricorrere ai capi tribù, o tentare di raggiungere un accordo attraverso le istituzioni. Il problema è che in alcuni casi manca la volontà di cercare e trovare queste soluzioni.

Che tipo di segnali stanno venendo dal vertice della Fao a Roma? Sono emerse idee da valorizzare per l'Africa?

Mi è piaciuto il discorso del presidente del Brasile. Lula ha sottolineato come nessun capo di Governo abbia finora collegato esplicitamente la crisi alimentare alla corsa dei prezzi del greggio. I due aspetti invece rinviano l'uno all'altro. Anche l'Etiopia sta cominciando a pensare alle bioenergie. Visto che dobbiamo importare il petrolio dall'esterno, e questo ci costa tantissimo, abbiamo deciso di cambiare rotta e di puntare sulla produzione di biocarburanti a partire da materie agricole. Al momento stiamo sperimentando diverse soluzioni, tra cui l'uso della canna da zucchero, come già fatto dal Brasile. Ci tengo comunque a precisare che usiamo soltanto terreni non finalizzati alla produzione alimentare.

Nel suo messaggio Benedetto XVI ha chiesto riforme strutturali per rilanciare l'agricoltura mondiale. Come giudica questa proposta?

Voglio ringraziare il Papa per le sue parole. Penso che Benedetto XVI abbia messo in rilievo due aspetti molto importanti. In primo luogo, che come esseri umani dobbiamo aiutare i nostri simili. Si tratta di una responsabilità fondamentale. Il Papa ha parlato in qualità di leader spirituale del mondo cattolico, ma le sue parole ci colpiscono tutti, cristiani e non, cattolici e non. Hanno un posto importante nel nostro cuore. E su di esse dobbiamo fondare le nostre future attività.

Che cosa si aspetta concretamente dal vertice di Roma?

Ho preso parte a molti vertici internazionali di questo tipo. Ogni volta si parla molto e si promette molto. Si fanno bei discorsi. Ma alla fine, se non c'è la volontà politica, non si raggiunge nessun risultato concreto. Quante volte, durante i vertici del G-8 e quelli tra Unione europea e Unione africana, i leader mondiali hanno promesso aiuti ai Paesi africani per sviluppare la loro economia. Dove sono ora queste promesse? Sono state a poco a poco erose, perché è venuto meno l'interesse e l'impegno del momento. Questa volta voglio essere ottimista. Mi inchino davanti al discorso di Jacques Diouf e a quelli degli altri leader mondiali. Ma spero che domani uscirà quella dichiarazione, piena di parole che, speriamo, avranno risultati concreti. Temo che, dopo domani, qualcosa di diverso attirerà l'attenzione dei media e, ancora una volta, verrà persa un'opportunità importante. Ma voglio credere che questa volta sarà diverso perché la posta in gioco è davvero molto alta. Non è solamente un problema di alcuni Paesi in via di sviluppo. Se falliamo, le conseguenze ricadranno su tutti noi.



(©L'Osservatore Romano 6 giugno 2008)
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