A colloquio con il colonnello Theodor Elmar Mäder,
comandante del Corpo della Guardia Svizzera Pontificia

Il mito oltre il fascino
di una storica divisa

di Nicola Gori

Il fascino della variopinta divisa di stile rinascimentale, gli elmi lucidi con il pennacchio di struzzo e la suggestiva alabarda d'ordinanza, il mito che si accompagna alla loro fama nel mondo fa indubbiamente delle Guardie Svizzere Pontificie uno degli elementi di maggior richiamo per il turista e il pellegrino che si avvicina ai palazzi vaticani. Nessuno si nega una foto ricordo con la Guardia Svizzera. In pochi però sono a conoscenza del ruolo effettivo che essi svolgono presidiando gli ingressi della Città del Vaticano, notte e giorno, e occupandosi della protezione e della sicurezza del Papa e della sua casa. Se una certa ritrattistica di maniera li descrive come l'"esercito disarmato" del Papa, che nel 1970 Paolo vi risparmiò dalla soppressione dei corpi militari vaticani, in realtà la "piccola compagnia" che non ama definirsi un esercito, è tuttavia composta da elementi altamente specializzati, che hanno un triplice ruolo:  di onore, di controllo e di ordine. Ne abbiamo parlato con il colonnello Elmar Theodor Mäder, comandante del Corpo della Guardia Svizzera Pontificia, in questa intervista al nostro giornale.

La Guardia Svizzera Pontificia attira la curiosità e l'ammirazione dei fedeli e dei turisti che giungono in Roma. Quale immagine essenziale invece vorrebbe fosse percepita all'esterno?

È inevitabile che le nostre guardie attirino la curiosità della gente. Tuttavia ci farebbe piacere essere considerati per quello che facciamo piuttosto che per quello che sembriamo. I nostri compiti sono infatti quelli di vigilare gli ingressi del Vaticano, di controllare il Palazzo apostolico e proteggere il Papa. La guardia è chiamata a prestare servizio di onore, di controllo e di ordine ogni volta che il Papa è presente, cioè durante le celebrazioni liturgiche nella basilica di San Pietro, nelle udienze generali e in occasione delle visite dei capi di Stato, di governo, di ministri esteri e ambasciatori. Non vogliamo certamente trasmettere l'immagine di essere un esercito all'ingresso del Vaticano, anche se l'80% del nostro servizio è di sicurezza. Anche quando non si vede, per esempio la notte, quando l'accesso al Vaticano è chiuso, vi sono sempre delle guardie in servizio.

Cosa spinge un giovane a lasciare il suo paese ed entrare nella guardia?

Le motivazioni sono diverse. Essenzialmente, diventare una guardia è un'avventura, come cinquecento anni fa. Infatti, questi giovani vengono a contatto con una nuova lingua, una nuova cultura, devono poi vivere in comune con altri militari e approfondire la propria fede. L'ambiente internazionale del Vaticano favorisce una grande maturazione nei 25 mesi di permanenza. Se si pensa all'età media di 22-23 anni delle reclute, il passo che fanno in due anni è enorme. La motivazione principale, comunque, non è sicuramente lo stipendio, non lo è mai stato. Si guadagna poco rispetto alla Svizzera, ma questo non è un argomento per scegliere di entrare nel Corpo, perché soprattutto si vuole fare un'esperienza nuova. I requisiti per l'ammissione sono essere cittadini svizzeri, di fede cattolica, avere una reputazione irreprensibile, aver assolto la scuola reclute in Svizzera, avere un'età compresa tra i 19 e i 30 anni, essere alti almeno 174 centimetri, essere celibi e possedere un certificato di capacità professionale o di maturità in una scuola medio-superiore.

Come si svolge la giornata tipo di una guardia?

Abbiamo 24 ore su 24 dei turni di servizio. Per questo, non tutti si alzano alla stessa ora. Una giornata tipo inizia alle ore 8 con tre ore di servizi, poi si cambia di posto per altre tre ore fino alle 14. Capita che alle 17 si ricominci il servizio per altre tre ore, oppure il milite sia libero per fare il turno di notte. Il terzo giorno dopo aver fatto turni diurni, si presta servizio di notte. La notte si fanno quattro ore di lavoro. Sono le ore più pesanti, perché si devono affrontare la solitudine e il sonno. Quelli che lavorano di notte, il giorno dopo dovrebbero averlo libero dal servizio ordinario, però quando c'è un'udienza generale o la presentazione delle credenziali degli ambasciatori, per esempio, allora rientrano in servizio anche quelli che hanno fatto il turno di notte. È possibile che una guardia faccia servizio da mezzanotte fino alle 4, stacchi per poi ricominciare alle ore 8. In media le guardie lavorano almeno sei ore al giorno, che talvolta diventano dieci. In un periodo normale si lavora fino a 180 ore al mese. Il giorno libero non è quasi mai completamente a disposizione, perché vengono fatti i corsi di formazione. Per quanto riguarda la colazione e il pranzo, vengono fatti nella mensa per chi non è sposato. La cena è libera, si può mangiare alla mensa, ma questo non è obbligatorio. Vi sono due turni di pranzo:  alle 12.30 e alle 14. Per la cena:  alle 18.30 e alle 20. Nel primo anno di servizio, alla sera le guardie devono rientrare entro mezzanotte e cinque volte al mese possono prolungare l'uscita per un'ora. Nel secondo anno l'uscita è fino all'una con il prolungamento di un'ora per cinque volte al mese. Quando diventano caporali hanno libera uscita e possono sposarsi, non prima.

Come è strutturato il Corpo?

Attualmente, il Corpo conta 118 effettivi:  un comandante, un cappellano, un vice comandante, un maggiore, due capitani, un sergente maggiore, cinque sergenti, dieci caporali, dieci vice caporali e 86 alabardieri.

Ci parla della formazione delle reclute?

I giovani ricevono già una prima formazione in Svizzera. Quando giungono in Vaticano vengono preparati spiritualmente al giuramento. Chi se ne occupa è il cappellano della guardia, attualmente monsignor Alain de Raemy. Potrebbe sembrare un lusso avere un cappellano per 110 persone, ma è molto importante, perché nel servizio quotidiano occorre un sostegno spirituale. Quando un giovane che non parla italiano arriva a Roma, è difficile per lui anche capire i discorsi del Papa. In questo la presenza del cappellano è molto utile, perché egli può aiutare a comprenderli. Vi è poi una formazione specifica per apprendere le manovre del servizio di onore e, fondamentale, lo studio dell'italiano. Ci sono degli esami appena le reclute arrivano, tra i quali un esame d'italiano. Poi insegniamo loro a riconoscere coloro che vivono e lavorano in Vaticano. Gradualmente aumenta anche la formazione:  informatica, comunicazione, inglese. Ogni guardia può accedere a un corso di diploma in esperto di sicurezza che costituisce una base per una possibile successiva carriera nella polizia o nel settore della difesa. Nei 25 mesi di obbligo, la guardia in pratica studia sempre. Vi sono 30 giorni di ferie all'anno, divisi in due periodi di due settimane. Le nuove reclute giungono tre volte all'anno:  inizio giugno, novembre e febbraio. Il primo mese è riservato esclusivamente per la formazione, la cosiddetta scuola reclute, che serve per preparare i giovani a svolgere i primi servizi. Segue una formazione più specifica che dura sei-otto mesi. Al termine vi è un esame da superare per essere ammessi a fare il servizio agli ingressi. Per diventare capo-posto c'è un altro esame da superare. Attualmente, chi si occupa della formazione è il vice comandante Jean Daniel Pitteloud, coadiuvato da due istruttori sottufficiali che seguono un programma stabilito dall'ufficiale responsabile.

Come ogni esercito avete in dotazione delle armi. Quali sono quelle usate dalle guardie? Avete anche armi di ultima generazione?

Abbiamo pistole, fucili e attrezzature che usano anche altri eserciti. Non entro nei dettagli, ma abbiamo armi di ultima generazione. Da oltre trenta anni, abbiamo cambiato il modo di porci di fronte alla gente e abbiamo scelto di non tenere armi sul posto di servizio. Non è necessario mostrare agli ingressi del Vaticano delle armi, perché il pubblico si senta più a proprio agio. Nei punti di controllo ci sono le armi, ma non vengono portate indosso. L'equipaggiamento comprende uno spray contro le aggressioni. Fino ad oggi, durante il mio comando, l'uso delle armi non è mai stato necessario e ricordo una sola volta in cui è stato fatto uso dello spray.

In caso di eventuali atti di ostilità nel territorio vaticano, quali misure prendete?

Non siamo responsabili della difesa di un territorio, non siamo l'esercito del Papa, siamo una guardia di palazzo e della persona del Pontefice. Gli ingressi del Vaticano ci sono stati affidati nel 1929, prima non c'erano le guardie a presidiare le porte di accesso. Altro nostro compito specifico è la sorveglianza del Palazzo apostolico. D'altra parte, in Vaticano esiste una rete di sicurezza, assicurata dalla Gendarmeria, con la quale collaboriamo attivamente. Esiste anche una collaborazione con la polizia di Stato italiana. Altro compito della guardia svizzera è la protezione del Papa nel corso dei viaggi apostolici all'estero. Naturalmente, è il servizio di sicurezza del Paese visitato che si occupa di farlo, ma il nostro ruolo è importante, perché facciamo da collegamento con i responsabili locali. Questo perché da una parte conosciamo le abitudini del Papa e del suo seguito, dall'altra comprendiamo le necessità della sicurezza e facciamo da mediatori. Ovunque il Papa pernotti, lì sono presenti le guardie.

Cosa significa per un giovane giurare di servire fedelmente, lealmente e onorevolmente il Sommo Pontefice?

La lealtà è probabilmente l'aspetto più facile da seguire, in quanto le reclute provengono già dall'esercito svizzero. Per questo, la lealtà è riconosciuta da tutti come un valore da rispettare. Per la fedeltà è già più difficile, perché in essa si esprimono gli aspetti della fede e della morale della Chiesa. Nel nostro regolamento è indicato che la guardia deve vivere secondo la morale della Chiesa. Per quanto riguarda l'onore, effettivamente esso è una delle motivazioni per le quali i giovani scelgono di entrare al servizio della Santa Sede. È proprio per rendere onore al Papa e alla Chiesa che un giovane svizzero decide di venire a Roma.

Nella sua esperienza di Comandante ha mai avuto momenti di difficoltà e di vera emergenza durante il suo servizio di protezione al Papa?

Difficoltà ne ho avute molte. Per esempio lo scorso anno, vi fu un individuo che saltò le transenne mentre passava Benedetto XVI. Ma episodi di vera emergenza non li ricordo. Talvolta ci vengono trasmesse delle informative riservate che ci avvisano delle intenzioni dimostrative di qualche gruppo, ma non è mai successo niente di grave.

Quali progetti avete per il futuro della guardia?

Ci sono sempre dei piccoli progetti da realizzare. Una cosa che mi sta a cuore e che stiamo studiando è un lieve aumento del nostro effettivo, perché le esigenze di servizio lo richiedono. Con i numeri attuali manca un po' di tempo per una formazione efficace. Attualmente, dobbiamo inserire ore di formazione nel tempo libero e a volte non è sufficiente nemmeno. Una cosa da notare è che chiunque entri nel Corpo rimane guardia per sempre, almeno nello spirito, perché si porta dentro di sé un'esperienza unica.

Il comandante del Corpo è sempre stato di lingua tedesca?

No, c'è stato per esempio il comandante Jules Repond, francofono, che nel 1914 ripristinò l'antica divisa che ancora portiamo. Credo che non vi siano mai stati comandanti di lingua italiana, perché storicamente, non sempre i ticinesi sono potuti entrare nel Corpo. Infatti, i ticinesi hanno avuto accesso alla guardia solo dalla metà del xix secolo. Poi vi è stato un altro periodo nel quale non potevano essere ammessi e il reclutamento è ricominciato negli anni Quaranta del xx secolo. La ragione di tutto ciò può forse essere spiegata nel fatto che il territorio del Ticino sino alla fine del xix secolo apparteneva in parte alla diocesi di Milano e in parte a quella di Como. Vi era perciò il timore di un'italianizzazione della guardia.



(©L'Osservatore Romano 6 giugno 2008)
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