Intervista al cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia

L'Europa deve investire
sull'educazione


Dal «cor inquietum» di Hemingway all'uomo impagliato di oggi

di Maurizio Fontana

"In Europa c'è bisogno di un soprassalto di senso civico e di democrazia. E la grande questione che le nazioni europee devono porsi è:  da dove può venire un cittadino europeo, dinamico, aperto al futuro e non bloccato dalle paure?". L'Europa, le paure che l'attanagliano e che la frenano, il coraggio da trovare, la speranza da alimentare, il dialogo da coltivare. Comincia da qui il nostro incontro con il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, che abbiamo avvicinato alla vigilia della consegna del premio "Lignano-Europa" - riconoscimento speciale nell'ambito della ventiquattresima edizione del premio letterario e giornalistico "Ernest Hemingway Lignano Sabbiadoro" - che gli sarà consegnato il 7 giugno nella celebre località adriatica che fu tra le mete preferite dello scrittore e giornalista statunitense.
Il cardinale è stato premiato - si legge nelle motivazioni della giuria - non solo per lo spessore culturale del personaggio, "uno dei più lucidi e illuminati esponenti del pensiero filosofico cattolico contemporaneo", ma anche per la sua intensa attività in favore dell'incontro e del dialogo fra i popoli e le culture. Perciò parliamo con lui dell'Italia, dell'Europa, dei confini che si allargano, dei popoli e delle culture che si incontrano e, a volte, si scontrano.
E riferendoci all'Europa e alle contraddizioni sociali e culturali che ancora accompagnano il suo odierno cammino comunitario non possiamo non fare riferimento al fatto che ancora oggi sembra che a essa manchi sempre qualcosa per definire la sua vera identità. "Io penso che l'Europa - ci dice il patriarca - debba ritrovare la sua origine che sta nella sensibilità romana ripresa dal cristianesimo. Come dice il filosofo parigino Rémi Brague, questa sensibilità romano- cristiana è data dalla capacità di "secondarietà". La cultura romana - e, sulla sua scia, quella cristiana - non mise se stessa davanti a tutti, ma riuscì a fare spazio ad Alessandria, a Gerusalemme e ad Atene. La forza dell'Europa risiede proprio in questa capacità di secondarietà, cioè di fare spazio - all'interno della sua sensibilità culturale - a tutto ciò che si sta muovendo di nuovo sul pianeta. Ma proprio questo è secondo me ciò che manca oggi".

Da dove proviene il malinteso secondo il quale per alcuni se si parla di radici cristiane dell'Europa sembra che si leda l'Europa stessa o che si urti la sensibilità di qualcuno?

Tutto nasce dall'incapacità di guardare al futuro, che caratterizza molti aspetti delle società europee. Se si guardasse davvero al futuro, si capirebbe che il cristianesimo è invece una grande risorsa. Quando noi parliamo delle radici cristiane dell'Europa, infatti, non intendiamo conservare un fossile, ma sottolineare come il cristianesimo - facendo spazio a Dio e facendo spazio all'uomo nella sua dignità e a tutti i popoli, soprattutto a quelli emergenti - può continuare a essere una risorsa particolarmente stimolante per identificare il nuovo stile di vita dell'uomo europeo.

Forse c'è anche un deficit di conoscenza. Hemingway è stato grande giornalista e grande scrittore. Forse l'Europa ha bisogno di chi sa raccontare, di chi sa mediare cultura? E, dal punto di vista giornalistico, di chi sa essere testimone affidabile della verità?

Esattamente. Queste due osservazioni sono di capitale importanza. Proprio il grande dibattito che si sta svolgendo da anni in Europa sulla laicità, e soprattutto l'idea, che Papa Benedetto riprende spesso, di una sana laicità - anche invitandoci a guardare, con le debite differenze, all'America - ci deve far capire che una società civile oggi vive della narrazione, del racconto di tutti i soggetti personali e sociali che la abitano. Senza questo riconoscimento reciproco - in tempi di mutazioni così radicali come quelli che stiamo vivendo - è impossibile trovare una via comune realmente spalancata al futuro. Perciò, all'interno di questa società - che è una società plurale, in cui i vari soggetti si raccontano per riconoscersi - le varie figure espressive (tutte le forme letterarie, artistiche e filosofiche) e un giornalismo realmente capace di raccontare i fatti, devono essere interpreti reali della vita civile e dei popoli che la abitano.

C'è in questo senso una carenza nella formazione di certe professionalità?

Il discorso dell'educazione è fondamentale, ma quella indicata non mi sembra la carenza più preoccupante. Ciò che a me sembra realmente capitale è che l'Europa, e nel particolare l'Italia, deve guardare all'educazione in maniera molto più puntuale, profondendo risorse di uomini e di mezzi per dare alle scuole, alle università e a chi svolge un compito educativo, un peso decisamente più marcato e rilevante.
Io, per esempio, credo che - per poter realmente gestire un sistema che risulta ormai infiacchito - si debba passare da un pluralismo nella scuola a un pluralismo delle scuole. I soggetti che animano la società civile formulino delle proposte educative da far verificare e accreditare, com'è giusto, dallo Stato che deve governare la scuola. Le libertà civili e sociali non si potranno realizzare senza un'adeguata libertà di educazione. Occorre imboccare con coraggio la strada di una libertà di espressione che incentivi creatività e confronti nella scelta degli educatori, ma anche dei programmi. In taluni Paesi europei già accade. L'Italia, invece, da questo punto di vista è un po' arretrata.

Siamo arrivati a parlare di Italia. Paese che è una sorta di ponte lanciato nel Mediterraneo. Quali responsabilità comporta questo dato di fatto?

Le responsabilità sono enormi, specie in questo tempo che io, per indicare il processo in atto di mescolamento tra popoli, sono solito chiamare provocatoriamente meticciato di civiltà (e sottolineo "di civiltà"). L'Italia, per la sua collocazione geografica, si trova nella condizione di poter dettare il passo futuro a tutta l'Europa. E lo può fare cercando di equilibrare intelligentemente l'accoglienza - che sia rispettosa della dignità e della domanda di partecipazione a un benessere equo da parte di moltissime persone provenienti da Paesi poveri - con l'esercizio di una democrazia nella quale sia garantita al cittadino la sicurezza e il rispetto della propria tradizione.

Da queste considerazioni emerge anche l'importanza del confronto e del dialogo. A questo proposito da Venezia è nata l'idea di "Oasis". Che cos'è?

"Oasis" è un centro che ha per obbiettivo quello di tessere una rete di rapporti volta alla promozione della reciproca conoscenza e all'incontro tra cristiani e musulmani.
Vi sono persone che vengono dal Pakistan, dall'Indonesia, dalla Siria, dal Libano, dagli Stati Uniti e che cercano insieme di conoscere meglio il mondo islamico, ascoltando soprattutto la testimonianza dei cristiani che vivono in Paesi a grande maggioranza islamica. E il lavoro che abbiamo fatto in questi quattro anni, e quello che faremo fra quindici giorni nell'incontro ad Amman - circa ottanta persone provenienti da più di venti Paesi del mondo - va appunto in questa direzione. Per esempio quest'anno rifletteremo sulla libertà religiosa, sulla libertà di coscienza, sulla libertà di conversione alle religioni, partendo dalla sensibilità orientale messa a confronto con quella occidentale circa il grande tema - che è poi un importante termine di confronto con l'islam - che è quello del rapporto tra verità e libertà.

Nelle motivazioni del premio "Hemingway Europa" si legge del suo intenso lavoro, in qualità di patriarca di Venezia, per sostenere il dialogo fra culture diverse. C'è un linguaggio comune al quale fare riferimento?

Fondamentale, per la costruzione di un linguaggio comune, è quell'allargamento della ragione cui il Papa, da Ratisbona in poi, non si stanca di richiamarci. Insieme alla certezza che la storia non è abbandonata alla deriva del caso, ma è saldamente sorretta dalle mani di Dio. Quando l'uomo esclude Dio dalla sua vita personale e sociale, vive male. In questa direzione le religioni - come espressione concreta, vitale, popolare di un rapporto con Dio - sono una particolare e straordinaria risorsa, purché accettino di lasciarsi purificare dalla fede. E proprio a questo serve il dialogo tra le religioni. Gesù Cristo, unico e universale redentore, accompagna l'umanità che cammina con le due ali della ragione e della fede.

Un altro dialogo che sembra oggi difficile è quello tra scienza e fede.

Su questo versante credo che le vie del dialogo siano due. La prima, e principale, è che tutti dobbiamo riconoscerci figli di un unico Dio. Anche chi dice di non credere, dovrebbe cercare di non rinunciare all'ipotesi che Dio sia all'opera, perché questa di fatto è l'ipotesi più ampia e più rispettosa di tutti. In secondo luogo dobbiamo mettere in grande evidenza il valore pratico dell'essere insieme. Troppo raramente si sottolinea questo dato:  il primo grande valore che abbiamo in comune è che siamo, per così dire, "costretti" a vivere insieme. Perciò il confronto incessante nel rispetto del comandamento della "regola d'oro" - non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te - è una condizione fondamentale perché si possa vivere per quanto possibile in pace.

Torniamo a Hemingway. Venne in Italia durante la prima guerra mondiale e poi ci ritornò alla fine degli anni Venti, quando completava il suo Addio alle armi. Sono passati circa ottant'anni, e il mondo è già molto diverso da quello che lui raccontava.

Certo. Anche se l'inquietudine che animò Hemingway - e che purtroppo lo condusse a una soluzione tragica della sua vita - letta positivamente, dovrebbe suonare da sveglia per l'uomo europeo che oggi invece risulta piuttosto impagliato. Certamente il mondo è cambiato. Le grandi trasformazioni in atto a livello dell'amore, a livello della vita, della globalizzazione, della civiltà delle reti, del meticciato di civiltà costringono anche noi a un cambiamento che cominci dal profondo. Ma la radice di questo cambiamento è legata a quell'inquietum cor che Hemingway possedeva e di cui Agostino ha fornito la giusta interpretazione. L'uomo che non sente più l'inquietudine suscitata dal desiderio di vedere il volto di Dio, non ha energia per costruire civiltà. In questo senso Hemingway resta attuale.



(©L'Osservatore Romano 8 giugno 2008)
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