A colloquio con monsignor Lawrence John Saldanha,
arcivescovo di Lahore e presidente della Conferenza episcopale

Ostacoli e difficoltà
non spengono la speranza
in Pakistan

di Nicola Gori

Una Chiesa in perenne situazione di emergenza, che rischia di essere soffocata dalla difficile congiuntura economica e sociale. Una comunità che testimonia il Vangelo con la vita dei suoi membri, prima ancora che con l'annuncio verbale e che riscopre la sua identità nella carità e nella solidarietà con i poveri. È una Chiesa di frontiera quella di cui parla monsignor Lawrence John Saldanha, arcivescovo di Lahore e presidente della Conferenza episcopale del Pakistan, in questi giorni a Roma per la visita "ad limina Apostolorum".

Come è strutturata oggi la Chiesa in Pakistan?

In Pakistan abbiamo duecentosettanta sacerdoti, duecentoundici dei quali sono pakistani. Siamo pochi, ma sufficienti per andare avanti. Le vocazioni sono un po' diminuite, ma ogni anno ne abbiamo due o tre da tutto il Paese. In Pakistan esistono sette diocesi, di cui sei diocesi e una prefettura apostolica.
La Chiesa qui è stata istituita nel 1886 nella diocesi di Lahore, che è la più antica e conta 370.000 cattolici, un terzo dei totali 1.100.000 su una popolazione complessiva di 160.000.000 circa. Quindi i cattolici sono meno dell'1% della popolazione.

Quali problemi incontra l'evangelizzazione?

Annunciare il Vangelo è possibile, ma difficile, in particolare nel Sud dove fra i gruppi tribali operano missionari stranieri, le religiose di Mill Hill, una congregazione inglese, e i comboniani. Il Governo è molto sospettoso; dunque l'ingresso dei missionari è sempre un problema per via delle difficoltà per ottenere i visti.

La Chiesa gestisce varie scuole nel Paese. Come è accolto il vostro servizio in questo campo?

È una questione un po' problematica. Le prime scuole le abbiamo istituite trentasette anni fa, nel 1971. Circa otto anni fa, sono state nazionalizzate e poste sotto il controllo dello Stato. Alcune di esse ci sono state restituite perché troppo costose da gestire. Ora le gestiamo noi senza tanti controlli.

Il Paese sta vivendo un momento importante di cambiamenti, conseguenti alla nuova situazione politica. Come vive il popolo questa fase?

Le elezioni sono state abbastanza corrette. Ha vinto il People's Party. Ora siamo in democrazia, ma Musharraf è ancora il presidente. Ha cambiato la costituzione e si è autoeletto presidente. Il nuovo Governo sta cercando di esautorarlo. Il Paese possiede armi nucleari, bombe atomiche. Dobbiamo stare attenti. C'è il pericolo che cadano nelle mani degli estremisti, i quali stanno diventando sempre più potenti e influenti.

C'è una presenza cristiana nel nord del Pakistan?

Nel nord ci sono pochissimi cristiani, che lo scorso anno hanno subito violenze. Due anni fa venne detto loro che se non volevano diventare musulmani, avrebbero dovuto lasciare la regione. Quelli che sono rimasti vengono attaccati. Quelli che hanno abbandonato l'area sono andati nel Sud. La maggior parte dei cristiani vive però nel centro del Paese.

Che rapporto esiste con i musulmani?

I rapporti sono buoni. Conviviamo con loro, ma siamo vittime di discriminazioni per quanto riguarda il lavoro e le condizioni sociali. I cristiani appartengono per lo più alle caste inferiori e per questo desiderano lasciare il Paese.

In che modo la Chiesa è presente nel campo sociale e assistenziale?

Prestiamo servizi sociali a varie categorie di persone:  bambini, disabili, senzatetto e non vedenti, lebbrosi, tossicodipendenti, malati di Aids e anziani. Fra coloro che utilizzano i nostri servizi vi sono molti non cattolici.

Qual è la realtà dei religiosi e delle religiose nel Paese?

Abbiamo settecentotrentacinque suore appartenenti a ventisette congregazioni, centosessantanove religiosi di quattordici congregazioni differenti. Le congregazioni originarie del Pakistan sono due:  una nella mia diocesi, fondata ottanta anni fa e composta solo da pakistani, e una a Karachi. Il problema dei missionari stranieri che vogliono operare in Pakistan è che per entrare occorre che uno di loro già presente se ne torni a casa. Quindi possiamo sostituire solo chi muore o chi lascia il Paese. La presenza dei missionari stranieri dovrebbe essere stabile, ma il loro numero invece sta diminuendo.

Vi è la possibilità di vivere la fede cristiana pubblicamente?

Sì, possiamo evangelizzare, ma non direttamente, solo indirettamente. Il clima di intolleranza in Pakistan ha raggiunto un punto tale che le persone non vogliono divenire cristiane, a meno che non siano certe di riuscire a lasciare il Paese. A divenire cristiani si rischia spesso la morte. Sul posto di lavoro e altrove i cristiani vengono invitati a divenire musulmani, ma pochi lo fanno. Comunque talvolta è difficile resistere agli estremisti musulmani, i quali affermano che l'unico modo per salvarsi è la conversione all'islam e che questa è la volontà di Dio.

Cosa presenterete a Benedetto XVI durante l'incontro per la visita ad limina Apostolorum?

Parleremo al Papa delle difficoltà dell'essere cristiani in Pakistan, della pressione a cui siamo sottoposti, della necessità di coltivare una fede salda e di educare il nostro popolo. Infatti l'istruzione è carente e va invece sottolineata la sua grande importanza. Inoltre, gli diremo anche che vi sono segnali positivi. Per esempio stiamo celebrando "l'anno della Bibbia". Chiederemo il suo aiuto. Gli diremo che la situazione è difficile e c'è molto bisogno delle sue preghiere.
Un altro grande problema è costituito dall'elevato costo della vita. Tutto è costoso:  il riso, la benzina, il gas. Le persone non riescono a vivere e a educare i loro figli. Noi non riusciamo a svolgere il nostro apostolato, anche per la mancanza di denaro. La Chiesa in Pakistan è sottoposta a una enorme pressione, ma conserviamo la fede e la speranza, anche vedendo che le persone, soprattutto i giovani, frequentano le nostre chiese.



(©L'Osservatore Romano 18 giugno 2008)
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