A colloquio con monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca

Bisogna camminare
verso la piena comunione


di Nicola Gori

Se dovessimo indicare l'ostacolo vero al raggiungimento dell'unione tra i cristiani "forse dovremmo parlare dello scarso desiderio di camminare verso la piena comunione. Troppe volte si percepisce la preoccupazione di difendere il proprio orticello, o di voler mantenere le distanze l'uno dall'altro. E dove non c'è un desiderio reale di camminare verso la piena comunione, certamente il dialogo diventa più difficile". Si fa più intenso il tono della voce di monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, quando si tratta di dialogo ecumenico. È fermo nella consapevolezza che "la piena comunione è un dono da chiedere allo Spirito di Cristo"; ma è altrettanto fermamente convinto che anche nel chiedere questo dono è necessario assumere un atteggiamento di preghiera sincera. "Fortunatamente non c'è alcun atteggiamento di demonizzazione dell'altro come fosse un avversario o un nemico". Passa anche di qui l'ipotesi di una visita del Papa a Mosca "oggi difficile da prevedere - dice l'arcivescovo a "L'Osservatore Romano" - ma certamente da mettere in agenda per il futuro".

Quali dovrebbero o potrebbero essere, secondo lei, i presupposti per realizzare la visita di Benedetto XVI a Mosca?

Vorrei rispondere cominciando a sottolineare le ragioni per le quali non si può, oggi, prevedere a breve una visita del Papa a Mosca. Due sostanzialmente:  la prima è che un viaggio di tale portata significherebbe, o dovrebbe a mio parere significare, che nel rapporto tra la Chiesa cattolica e il patriarcato di Mosca è stato compiuto un cammino significativo e comunque tale da consentire uno scambio di visite e/o una visita del Papa. Del resto non credo che il Papa voglia recarsi in visita a Mosca senza un invito esplicito da parte della Chiesa ortodossa.
La seconda ragione - ma anche in questo caso si tratta di una mia personalissima opinione - è che forse sarebbe opportuno che una visita di questo genere fosse successiva a un incontro tra il Patriarca e il Papa in una circostanza particolare, magari nel corso di una manifestazione di carattere ecumenico, in un qualsiasi Paese del mondo, alla quale entrambi siano invitati a partecipare.
Per queste ragioni alla sua domanda rispondo che attualmente non ci sono ancora le condizioni necessarie per ipotizzare a breve una visita del Papa a Mosca. Vorrei tuttavia sottolineare il verificarsi di alcuni eventi, anche recenti, che mostrano gli indubbi progressi di un cammino di avvicinamento in continuo progresso. Mi riferisco in particolare alla visita di questi giorni, del Patriarca ecumenico Bartolomeo i, e a quella di Benedetto XVI a Costantinopoli. Ecco, secondo me bisogna continuare su questa strada e cercare di favorire incontri continui per far crescere un'approfondita conoscenza reciproca, fondamentale per costruire la strada dell'incontro definitivo.

E come procede questo cammino tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa russa?

Stiamo crescendo proprio in questo senso. Cerchiamo di realizzare una concreta forma di collaborazione tra le nostre Chiese, ma anche un'amicizia sincera. Soprattutto cerchiamo di camminare nella stessa direzione. Effettivamente si riscontra un certo desiderio di arrivare alla fine alla piena comunione. E questo fa sì che il dialogo ecumenico sia qualcosa di desiderato, che si vuole approfondire per arrivare in fondo quando Dio vorrà.

E i  suoi  rapporti  con  il  patriarca Alessio ii come sono?

Sono basati sulla cordialità. È molto di più di quello che potessi immaginare. Ho avuto opportunità di incontrarmi più volte con il Patriarca. Mi ha invitato alla liturgia ortodossa sia a Natale che a Pasqua. Poi vi sono state altre circostanze nelle quali abbiamo avuto modo di incontrarci. Devo dire che ogni volta sono stato accolto con calore. Il Patriarca Alessio ii mi ha sempre riservato espressioni cordiali, di buona accoglienza. Ha avuto pensieri delicati per la mia persona e per la mia missione. Ricordo per esempio che dopo la liturgia di Natale - non è un segreto - il Patriarca mi ha salutato pubblicamente e ha sottolineato la comunanza del nostro impegno nell'occuparci del gregge di Dio. Sono state parole significative. Ma non ebbe parole solo per me:  il Patriarca infatti rivolse un saluto ed elevò un'intenzione di preghiera per Benedetto XVI. Ha manifestato insomma rispetto per la Chiesa cattolica. Sostanzialmente devo dire di aver da subito percepito un'accoglienza positiva.
Anche per questo credo di poter dire che si avverte realmente un desiderio di proseguire lungo il cammino ecumenico pur senza nascondersi le difficoltà che persistono.

Quali sono secondo lei i punti più delicati che ostacolano il dialogo ecumenico:  le dispute teologiche o i risvolti pratici?

Forse le due cose sono legate. A certe posizioni diciamo così teoretiche, teologiche, seguono poi delle posizioni pratiche che vengono assunte. Direi che quello che ostacola di più però è lo scarso desiderio di camminare verso la piena comunione che in genere si riscontra. A volte sembra prevalere più la preoccupazione di difendere il proprio orticello, o la volontà di tenersi distanti, separati gli uni dagli altri. E dove non c'è un desiderio reale di camminare verso la piena comunione, certamente il dialogo diventa più difficile. Dove invece questo desiderio è reale, allora si può incominciare ad affrontare il dialogo con onestà e con sincerità, e sempre nella verità. Ci sono certamente alcuni nodi che non riusciamo a sciogliere e che restano perciò come degli ostacoli, delle difficoltà da superare. Fortunatamente non c'è alcun atteggiamento di demonizzazione dell'altro come fosse un avversario o un nemico.
Penso che la cosa più importante sia rafforzare il desiderio di camminare insieme e di chiedere l'aiuto del Signore. Non bisogna dimenticare che la piena comunione è un dono che dobbiamo chiedere allo Spirito di Cristo.

Lei ha contribuito alla creazione della "Biblioteca dello spirito", un centro culturale legato a "Russia cristiana", dove s'incontrano ogni giorno cattolici e ortodossi. Quali le attese?

Io ho collaborato più che contribuito alla nascita e alla creazione di questo centro che è certamente, a mio parere, un'opera molto importante oltre che molto utile. Questo centro nasce proprio come un luogo di incontro e perciò di conoscenza reciproca, oserei dire di amore vicendevole, cristiano, tra le Chiese. Non è un caso che quanti vi collaborano, e vi partecipano fin dalla sua fondazione, sono sia cattolici sia ortodossi. È la dimostrazione, innanzitutto, che è possibile trovare dei campi, dei settori nei quali realizzare una  collaborazione  e  un'opera  comune.
In secondo luogo, mi sembra che l'importanza del centro sia legata all'annuncio cristiano missionario nel senso più genuino del termine. Attraverso un'intensa attività culturale, fatta di incontri di riflessione e di studio, si cerca di consentire al messaggio cristiano di raggiungere l'uomo in quanto tale, senza altri fini propagandistici. In questo senso, mi sembra positiva l'esperienza del Centro. Anzi ritengo che sia questa la metodologia da seguire.

Quanto influisce la sua appartenenza alla Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo nel lavoro pastorale che svolge?

Influisce molto, soprattutto, per l'educazione che ho ricevuto all'interno della Fraternità. Da un punto di vista pastorale, il rapporto che ho con la gente e con i sacerdoti mi proviene soprattutto, dal punto di vista del metodo, da quello che ho imparato e vissuto nella Fraternità.

Ultimamente, lei ha ordinato alcuni sacerdoti. Qual è la situazione delle vocazioni?

È una situazione pacata e anche speranzosa:  abbiamo una ventina di seminaristi per tutta la Russia. Grosso modo sono circa una decina quelli che provengono dalla diocesi di Mosca. Questo certamente - come ha detto Benedetto XVI durante l'udienza che ha concesso a noi, che abbiamo ricevuto dalle sue mani il pallio - è il nostro compito, la nostra missione, cioè quella di mostrare la bellezza della vocazione. Credo che Dio non abbandoni mai il suo popolo, la sua Chiesa. E perciò mostra sempre i segni anche per le vocazioni. Quello che sta a noi è rendere visibile, dare testimonianza di come nella vocazione ci sia un fiorire di una bellezza del vivere cristiano, un gusto di dare la propria vita, e una tale passione nel servire da rendere la vita grande.

Come vedono Benedetto XVI gli ortodossi russi?

Lo vedono in una luce molto positiva, soprattutto per due ragioni. Innanzi tutto la passione di questo Papa per lo sviluppo della tradizione in senso sano, quel suo continuo andare con rinnovamento, per usare un'espressione di Giovanni Paolo ii, alle fonti del cristianesimo. Un atteggiamento, questo, che è molto apprezzato.
In secondo luogo, è considerata positivamente nel Papa la sua chiarezza e la sua sincerità nell'affermare il contenuto dell'avvenimento cristiano e della fede cattolica. Infatti, proprio grazie alla trasparenza e alla sincerità di questo atteggiamento diventa anche più semplice individuare e affrontare le diversità e le difficoltà che debbono essere superate.



(©L'Osservatore Romano 2 luglio 2008)
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