Intervista a Wladyslaw Bartoszewski, protagonista della storia della Polonia nel Novecento

La realtà più importante è l'uomo
La sciagura più grande è l'odio


di Gaetano Vallini

"Sono profondamente convinto che, se non fosse stato per la seconda guerra mondiale, la Chiesa cattolica non avrebbe avuto negli ultimi decenni un polacco e un tedesco come Papi". A parlare è Wladyslaw Bartoszewski, classe 1922, polacco con un presente politicamente impegnato - è segretario di Stato, plenipotenziario del primo ministro per il dialogo internazionale dopo essere stato senatore e per due volte ministro degli esteri nella nuova Polonia - e un passato terribile e al tempo stesso eroico:  internato ad Auschwitz dal settembre del 1940 ad aprile del 1941, aiuta gli ebrei durante la Shoah, e per questo è stato riconosciuto da Israele come Giusto tra le Nazioni; partecipa all'insurrezione di Varsavia nell'agosto del 1944; nel 1946 conosce anche le carceri comuniste, per presunto spionaggio; rilasciato nel 1948, viene arrestato di nuovo l'anno successivo con la stessa accusa; nel 1952 è condannato a otto anni, ma nel 1955 viene rilasciato perché un tribunale riconosce la falsità delle accuse. Ne ha vissute di cose il professor Bartoszewski, storico, scrittore e giornalista, attraversando quasi per intero il Novecento, protagonista della storia drammatica e coraggiosa della Polonia. E non ha dubbi nel vedere un disegno provvidenziale negli eventi del secolo scorso.

Quale lezione ha tratto da quello che lo storico Eric Hobsbawm ha chiamato "il secolo breve"?

Ritengo un grande dono di Dio l'avere vissuto la maggior parte della mia vita nel XX secolo. Sono coetaneo di Giovanni Paolo II:  lui si diplomò in Polonia nel 1938, io nel 1939. La nostra educazione, dunque, fu simile. Era il periodo del pontificato di Pio xi e l'ultimo grande testo della Chiesa che trattammo a scuola, e non come un fatto storico ma come attualità, fu l'enciclica Quadragesimo anno, frutto del grande movimento di attenzione della Chiesa verso i temi sociali che era iniziato con la Rerum novarum di Leone XIII. All'epoca era questo l'orientamento del magistero. Ma anche le encicliche Mit brennender Sorge e Divini Redemptoris, anch'esse di Pio xi, che mettevano in guardia l'umanità contro il nazismo e il comunismo, furono pubblicate mentre frequentavo il liceo. La gente che aveva ricevuto un'educazione cattolica, gente pensante, capiva che si trattava di un problema importante, che si voleva indicare cosa fosse il male e cosa al contrario facesse nascere una speranza. Con il passare del tempo il male appariva incommensurabile, e a tutti noi, testimoni, incomprensibile. Ma soprattutto non ci rendevamo conto che anch'esso, nel disegno di Dio, poteva portare al bene. Perciò ritengo che l'essere vissuto in quell'epoca - questo posso dirlo io come sopravvissuto, non certo i martiri che non ce l'hanno fatta - sia stato un grande privilegio, per quanto allora non lo comprendessi affatto. Un tempo che ha visto la vittoria sul totalitarismo comunista e nazionalsocialista, un trionfo pagato a un prezzo altissimo. Allo stesso modo sono grato di aver vissuto  il pontificato di Giovanni Paolo II, che per me è stato la continuazione più che logica della storia europea, soprattutto di quella della nazione polacca, con la quale egli si è sempre fortemente identificato. Se devo dire qual è stato l'insegnamento più grande che ho tratto dagli avvenimenti del XX secolo, dico che la realtà più importante su questa terra è l'uomo. E che la sciagura più grande è l'odio.

Come ex internato nel campo, tra il 1940 e il 1941, lei è stato invitato a presenziare alle visite di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI ad Auschwitz. Ciascuna di queste visite è stata a suo modo storica, ma con quali peculiarità?

È stato un singolare volere divino, impensabile davvero, perché nessuno avrebbe potuto prevedere che un Papa nato in Polonia ed educato nella diocesi sul cui territorio è situata Auschwitz, durante la prima visita apostolica in Polonia avrebbe celebrato la liturgia davanti alla croce che portava il fazzoletto con il numero 16670, assegnato nel lager a padre Massimiliano Kolbe. Così come nessuno avrebbe potuto prevedere che il suo successore, un tedesco, quindi membro della nazione il cui Stato combatté sul fronte opposto nel terribile conflitto, sarebbe venuto in Polonia per la sua prima visita apostolica, ancor prima di recarsi nella natia Baviera, giungendo ad Auschwitz il 28 maggio 2006, esattamente sessantacinque anni dopo padre Kolbe, e che quel giorno avrebbe pregato nella cella in cui questi fu messo a morte. Per me la visita di Benedetto XVI è stata qualcosa di più, una sorta di conferma che la nostra sofferenza in quel luogo aveva avuto un senso. Chi l'avrebbe mai detto? Eppure a me e ai miei coetanei è stato dato di essere testimoni di tutto questo:  il simbolo straordinario, una sorta di segno, dell'immensa responsabilità per le tragedie e per quella "misura del male" di cui aveva parlato Giovanni Paolo II. I Papi del nostro tempo hanno voluto indicare al popolo di Dio e a tutto il mondo che questo è il luogo santificato dalla sofferenza e dal martirio.

Durante l'occupazione nazista, oltre a militare nelle file della resistenza partecipando all'insurrezione di Varsavia, ha anche fatto parte dell'organizzazione Zegota, che offriva aiuto agli ebrei. Cosa ricorda di quel periodo?

Nel 1942, quando a Wannsee fu decisa la "soluzione finale" della questione ebraica, ero studente di un'università clandestina. Una grande scrittrice cattolica polacca, Zofia Kossak, mi propose di prendere parte all'azione del salvataggio della gente del ghetto. Quell'azione, sostenuta dal governo polacco in esilio a Londra e, clandestinamente, da molti vescovi nella Polonia occupata, fu organizzata da un gruppo di cattolici insieme ai circoli liberali e socialdemocratici. I circoli intellettuali ebraici lo sanno, come lo sanno in Israele. Partecipare a quell'azione mi valse il titolo di "Giusto tra le Nazioni", ma sono anche cittadino onorario dello Stato di Israele. E sono trattato come tale in Israele e nella diaspora.

Nel periodo postbellico non è stato facile ricostruire le relazioni con la comunità israelitica, un'attività di riconciliazione nella quale lei si è impegnato personalmente. Come sono questi rapporti dopo oltre sessant'anni?

Le relazioni polacco-ebraiche sono a due livelli. Il primo è costituito dalle relazioni Polonia e Israele, il secondo dai rapporti con le comunità ebraiche della diaspora. Le prime sono attualmente le migliori da quando esiste lo Stato d'Israele. Si possono riassumere nei seguenti punti:  la Polonia è un'alleata particolarmente vicina nell'Unione Europea e nella Nato. I soldati polacchi combattono il terrorismo islamico nel Vicino Oriente sebbene ciò non costituisca interesse nazionale. Inoltre la Polonia intrattiene ottimi rapporti con la Turchia, Paese non fondamentalista, così come Israele. La collaborazione tra i nostri Paesi nei campi economico, tecnico, scientifico, storico e della ricerca è esemplare. Il 4 giugno in quest'anno sono stato il primo polacco a essere insignito, con altre sei persone, di un dottorato honoris causa dell'università di Haifa. Per il Sessantesimo della nascita dello Stato d'Israele si sono recati a Gerusalemme il primo ministro, poi il Presidente della Polonia e, poco prima, il Presidente Peres era venuto in visita a Varsavia. Questi sono segnali molto positivi. Ma esiste anche la diaspora, con centri molto forti negli Stati Uniti e in Francia. Con la comunità ebraica francese, grazie a Simone Weil, queste relazioni sono molto migliorate. Anche nella diaspora americana, tra le nuove generazioni, si osservano trasformazioni significative del modo di pensare, e attualmente esiste un minore risentimento generale verso i polacchi a causa della loro presunta corresponsabilità. Allo Yad Vashem su ventiduemila Giusti tra le Nazioni ben settemila sono polacchi. Nonostante quella polacca fosse una società di battezzati, vi era tra noi - come ovunque - una certa percentuale di delinquenti e criminali. Del resto, gli stessi Hitler e Himmler erano stati battezzati nella Chiesa cattolica. Ed è davvero molto doloroso scoprire che un tuo connazionale o correligionario è un delinquente.

Ma i polacchi hanno fatto tutto il possibile per la salvezza degli ebrei?

Dieci anni fa, in una conferenza cristiano-ebraica a Gerusalemme, mi è stata rivolta la stessa domanda. Risposi:  no; anch'io non ho fatto abbastanza, perché dal punto di vista della nostra fede, fare "abbastanza" per salvare il prossimo equivale a dare la propria vita per lui. Ritengo pertanto che abbiamo fatto troppo poco, ma al tempo stesso nessun altra nazione europea ha fatto di più e ha avuto tante centinaia di migliaia di vittime cattoliche. Durante la guerra perirono in Polonia quattro vescovi e duemilacinquecento sacerdoti. Durante l'occupazione nazista incontravo don Wyszynski, e so come la pensava e come si comportava. L'immensità della sciagura e del male fu talmente grande che qualunque buona azione non fu che una luce in mezzo alle tenebre, come lo è la luce di un faro nella notte in mezzo al mare in tempesta:  è un bene che ci sia, ma non può cambiare l'insieme della situazione. D'altronde comprendo che lo sconvolgente trauma dello sterminio del quaranta per cento circa dell'intera popolazione ebraica mondiale non poteva non lasciare traccia, ed è per questo motivo che riconosco agli ebrei il diritto a una certa ipersensibilità.

Esiste anche la questione degli esuli tedeschi espulsi dalla Polonia alla fine della seconda guerra mondiale, che ha creato forti tensioni nei rapporti con la Germania. Berlino ha chiesto a Varsavia di collaborare all'apertura di un centro permanente che documenti il destino di tali esuli. Questa richiesta ha provocato reazioni contrastanti tra i polacchi. Qual è la sua posizione al riguardo?

Lo scorso novembre sono stato incaricato dal primo ministro del Governo polacco di condurre colloqui con i tedeschi su temi delicati. Nel 1991 avevamo firmato un trattato, ratificato in Germania e in Polonia, in cui dichiaravamo di ritenere i nostri reciproci problemi conclusi e regolati. Nel maggio scorso è stato a Varsavia l'arcivescovo Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale della Germania, per ricevere il dottorato honoris causa dell'università Stefan Wyszynski, e nell'occasione ha tenuto un discorso bellissimo. Lui fu espulso dalla Jugoslavia, suo fratello fu assassinato dai serbi. Ha detto così:  bisogna ricordare i lutti della guerra, ma sempre comprendendone le cause e gli effetti, di modo che la memoria, invece di dividere, contribuisca a costruire il bene e a favorire il riavvicinamento. Non lo ha detto per caso. Noi riteniamo che la memoria della guerra debba essere completa e piena, e che incolpare i polacchi per le decisioni dei "tre grandi" non sia un metodo giusto. A Potsdam sono state le grandi potenze a determinare lo spostamento dei territori polacchi di qualche centinaio di chilometri. Indubbiamente il trasferimento forzato della popolazione è stato un male, ma non possiamo invertire il corso della storia. Oggi non bisogna dividere le vittime.

In questi processi di riconciliazione con gli ebrei e di costruzione di nuovi rapporti di amicizia con i tedeschi quale è stato e quale può ancora essere il ruolo della Chiesa?

Conosco bene il ruolo positivo svolto dalla Chiesa cattolica in Polonia negli sforzi per ricostruire le relazioni ecclesiali, ma anche interpersonali, tra polacchi e tedeschi. Questa attività ebbe inizio ancor prima della lettera dei vescovi polacchi ai confratelli tedeschi nel 1965; cominciò nei primi anni Sessanta attraverso i contatti con le organizzazioni cristiane. I vescovi sostenevano queste azioni e cercavano canali per aprire un dialogo. Poi in Germania negli anni Sessanta nacque il "Bensberger Kreis", che raggruppava gli intellettuali cattolici, laici e religiosi. Furono loro a pubblicare nel 1968 un memorandum sulla necessità di instaurare nuovi rapporti con la Polonia, senza rivendicazioni. Il memorandum fu firmato, tra gli altri, dal professore Joseph Ratzinger, teologo già ben noto all'epoca. Noi avevamo un forte appoggio da parte dei circoli dell'intellighenzia, degli studenti universitari, nonché dei domenicani e gesuiti i quali, naturalmente, avevano confratelli in Germania. Il ruolo della Chiesa cattolica è importante. E, per quanto attiene le relazioni tra polacchi ed ebrei, sono convinto dell'importanza primaria dell'impegno di Giovanni Paolo II per la loro ricostruzione.

Recentemente lei ha partecipato in Vaticano al convegno sul cardinale Agostino Casaroli. Come veniva percepita nei Paesi dell'est quella disponibilità al dialogo che ha caratterizzato la politica vaticana?

La Chiesa polacca, come il primate Stefan Wyszynski e la maggioranza dei vescovi, vide che il Vaticano giustamente cercava di fare il possibile per alleviare le sofferenze dei cattolici e di salvaguardare al contempo le strutture ecclesiastiche presenti nei Paesi del blocco orientale. Bisogna anche ricordare quale fosse lo stato di consapevolezza in quel tempo:  nessuno, in Vaticano come nelle capitali dell'Europa occidentale, prevedeva la prossima fine del comunismo e quindi si era optato per il male minore. Si trattava di una modalità, concepita per la sopravvivenza della Chiesa. Ovviamente le situazioni erano differenti nei vari Paesi. Noi avevamo una università cattolica e organi di stampa, e anche se, a causa della censura, non potevamo pubblicare tutto, non abbiamo mai dovuto scrivere nemmeno una frase che contrastasse con il magistero e la tradizione della Chiesa. D'altra parte la Chiesa polacca aveva messo a punto dei metodi di resistenza abbastanza efficaci e c'erano dei timori che i comunisti potessero manipolare monsignor Casaroli. Si temeva che potessero nascere dei malintesi sulla reale convergenza degli obiettivi dell'inviato del Vaticano e dell'episcopato polacco.

Nel suo intervento al convegno ha sostenuto che non si può parlare dell'Europa del XXI secolo senza considerare il pontificato di Paolo VI. Perché?

Perché quel periodo aveva preparato tutto. L'ultimo periodo del pontificato di Pio XII vide l'insurrezione in Ungheria, la protesta operaia dell'ottobre polacco, la caduta dello stalinismo:  il vulcano era ancora in attività. Il pontificato di Giovanni XXIII, invece, coincise con il periodo di raffreddamento del vulcano, ma per formare nuovi rapporti era necessario che le nazioni sconfitte ristabilissero relazioni. Ma la lettera dei vescovi polacchi del 1965, la risposta tedesca, il memorandum di Bensberg, tutto questo si verificò durante il pontificato di Paolo VI. Tale processo ebbe inizio proprio allora.



(©L'Osservatore Romano 5 luglio 2008)
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