A colloquio con il cardinale Jean-Louis Tauran alla vigilia della conferenza di Madrid

Spira aria nuova
nei rapporti interreligiosi


di Mario Ponzi

Mostrare l'immagine di un islam più tollerante e aperto a tutte le religioni; far conoscere all'opinione pubblica mondiale le conclusioni dell'appello di La Mecca; precisare l'apporto delle religioni alla convivenza nel mondo; offrire i valori etici condivisi dal mondo intero soprattutto per la formazione della gioventù; aiutare l'umanità a tornare verso Dio. Sono questi i cinque obiettivi che il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso individua nella "coraggiosa iniziativa" del re dell'Arabia Saudita Abdallah, nel convocare un congresso sul dialogo interreligioso al quale lo stesso cardinale parteciperà a Madrid - dal 16 al 18 prossimi - a nome del Papa.
Un'iniziativa che la Santa Sede ha accolto positivamente perché raduna le tre religioni monoteiste e quindi "risponde al desiderio espresso più volte dallo stesso Benedetto XVI".
Abbiamo incontrato il cardinale Tauran alla vigilia della partenza per approfondire alcuni aspetti dell'incontro madrileno.

Madrid è un appuntamento che si colloca tra diversi momenti sulla via del dialogo con l'Islam:  dalla riunione del 13 giugno scorso del comitato di coordinamento islamo-cristiano al prossimo incontro di novembre con le 188 personalità musulmane. Senza dimenticare poi la conferenza internazionale islamica per il dialogo organizzata dalla Lega musulmana Mondiale a La Mecca dal 4 al 6 giugno scorsi. Come giudica lei tutto questo fermento di iniziative?

Intanto è la prova tangibile che si comincia a respirare un'atmosfera nuova. È molto importante poi che si tratti di un dialogo a tre. Potrà anche essere la verifica di quanto abbiamo scritto proprio alla conclusione dell'incontro del 13 giugno scorso, nel comunicato congiunto, e cioè che le religioni se praticate in maniera autentica, contribuiscono effettivamente alla fraternità e all'armonia della famiglia umana. Personalmente mi auguro che la riunione di Madrid manifesti, in maniera concreta questa convinzione. Mi auguro che lo si manifesti non solo con delle dichiarazioni ma con cose concrete. Dobbiamo cioè manifestare effettivamente quella che è la nostra comune eredità abramitica ma soprattutto mi auguro che aiuteremo la gente a non avere paura delle religioni. Le religioni portano un messaggio di pace. Io dico sempre che le religioni non fanno la guerra; e noi capi religiosi abbiamo il dovere di formare la coscienza dei nostri fedeli e far sì che siano dei credenti veri, portatori di pace e di fraternità.

Quali sono i frutti di quella che lei chiama eredità abramitica delle tre religioni monoteiste?

La prima direi è il frutto della preghiera. La preghiera è una testimonianza comune che siamo chiamati a dare. In un mondo secolarizzato è necessario che cristiani, musulmani ed ebrei siano testimoni della dimensione trascendente della persona umana e della sua relazione con Dio. Poi la comunanza nell'affermazione della sacralità della vita umana e nel riconoscere la necessità di formare correttamente i giovani. Sono campi questi nei quali possiamo e dobbiamo collaborare strettamente. Come molto proficua vedo una collaborazione del dialogo della carità verso i più poveri e bisognosi del mondo.

Quale potrà essere secondo lei la risonanza dell'incontro nel mondo musulmano?

Il fatto che a organizzare questa conferenza sia il custode dei due luoghi più sacri per i musulmani di tutto il mondo credo che sia di per sé già un richiamo a livello universale. Speriamo dunque che sia un buon viatico.

Lei ha fatto riferimento al documento de La Mecca. Ci vuole spiegare più approfonditamente i contenuti di questo documento?

L'ho letto e approfondito con molto interesse perché si tratta di un documento importante. Io direi che l'immagine più significativa che ne risulta è quella di un islam desideroso di presentarsi all'opinione pubblica mondiale con un volto diverso da quello segnato dal terrorismo estremista. Un islam aperto all'incontro con le altre religioni attraverso il quale, abbandonato il senso critico nei confronti dell'altro, si possa finalmente giungere a una più approfondita conoscenza reciproca, fondata su valori sostanzialmente comuni. C'è poi la volontà comune di riaprire l'uomo alla conoscenza di Dio, di cooperare per la salvaguardia dell'ambiente, la cui distruzione sistematica a opera dell'uomo è da tutti riconosciuta come un peccato grave. A ciò si deve aggiungere la volontà di difendere i valori etici della vita, quelli che riguardano la vita umana prima di tutto, e la famiglia.

A proposito della volontà del re Abdallah di presentare un'immagine nuova dell'islam, riferendosi alla diffusa idea del terrorismo legato al mondo islamico, ritiene ci sia consonanza totale sul significato da dare al termine terrorismo?

Il terrorismo è sempre terrorismo e ciò vale ovunque. Certo poi bisogna vedere quali eventi si definiscono terroristici. Ci sono per esempio atti che per alcuni sono atti terroristici per altri addirittura si tratta di atti di giustizia. Il concetto è identico:  cambiano i campi di applicazione. Io credo che, almeno per quelli che vengono definiti atti terroristici ispirati da motivazioni pseudoreligiose, valga la definizione che ne ha data Papa Benedetto XVI nel gennaio del 2006 parlando al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e che è la più precisa a livello internazionale:  si tratta, ha detto il Pontefice, di una "attività criminosa, che copre di infamia chi la compie, e che è tanto più deprecabile quando si fa scudo di una religione, abbassando così la pura verità di Dio alla misura della propria cecità e perversione morale".

Come interpreta questo attivismo del re saudita nel percorrere le vie del dialogo?

Io credo che una maggiore forza alla sua volontà sia derivata dall'incontro che ha avuto in Vaticano con Benedetto XVI. Ho avuto molti riscontri per i quali le posso dire che è rimasto profondamente colpito dall'umanità del nostro Pontefice. A ciò si deve aggiungere la sua consapevolezza che alcune frange estreme del mondo islamico, una piccola parte per la verità, hanno comunque offuscato l'immagine vera dell'islam e lui avverte profondamente il desiderio di restituire all'islam il suo volto vero, che non è quello che mostrano certi estremismi. Vuole insomma recuperare tutta la purezza della sua fede. Soprattutto vuole mostrare quanto bene possa fare all'umanità se si pone in dialogo con le altre fedi.

Questo dialogare sull'uomo potrà favorire l'inizio di un dialogo anche sul piano teologico?

Nel mese di novembre, quando affronteremo nell'incontro con le personalità musulmane il tema di riflessione proposto per l'occasione, cioè "Amore di Dio amore del prossimo" io penso che fatalmente arriveremo almeno alla soglia della teologia. Non credo infatti che sia possibile trattare questo argomento senza parlare di teologia e forse potrebbe essere l'inizio di un qualcosa di nuovo. Dovremo fare un po' di teologia. Resta poi da vedere cosa sarà possibile fare e cosa non sarà possibile.
Sarà comunque un passo verso un nuovo atteggiamento che possa aiutarci non solo a guardarci senza occhio critico ma soprattutto ad ascoltarci. La prima cosa in un dialogo è restare in silenzio per ascoltare l'altro. Poi vedere nell'altro non un rivale ma un fratello. Il dialogo interreligioso presuppone sì la propria identità ma deve poi approdare a un reciproco arricchimento. Se non si arriva a gesti concreti è inutile persino dialogare.



(©L'Osservatore Romano 16 luglio 2008)
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