Intervista a Francesca Gentile Camerana, direttore artistico
dell'Associazione per la musica «De Sono» fondata vent'anni fa

Tutto nacque da una lettera di Marsilio Ficino


di Marcello Filotei

Marsilio Ficino? "Sì, Marsilio Ficino, e ne sono molto fiera. Stavo cercando dei volumi anastatici per mio fratello Sebastiano, che era stato incaricato dal nonno, il filosofo Giovanni Gentile, di fare degli approfondimenti proprio su Marsilio Ficino. Durante le ricerche sfogliai tutto il materiale che andavo accumulando e mi imbattei in due lettere del filosofo sulla musica, una iniziava con le parole De sono. Quando anni dopo mi venne chiesto che nome dare all'associazione non ebbi dubbi:  De sono". Un nome che da vent'anni è diventato un punto di riferimento in Piemonte e in Italia, come quello di Francesca Gentile Camerana che ne regge la direzione artistica dalla fondazione. "È cominciato tutto - ci dice - con l'intenzione di assegnare borse di studio a musicisti, poi il campo delle iniziative si è ampliato".

Un caso quasi unico in Italia, dove le iniziative culturali nuove si contano sulla punta delle dita.

Non c'è da vantarsi molto e non è nemmeno particolarmente difficile avviare un progetto del genere, se mai mantenerlo in piedi per due decenni. Quello che non mi spiego è perché nessuno abbia deciso di copiarci in altre città e regioni, visto che noi operiamo esclusivamente in Piemonte.

Perché solo in Piemonte?

Sia per questioni economiche - non riusciremmo mai a coprire tutta l'Italia - sia per ragioni pratiche:  la nostra conoscenza del territorio è profonda ed è più difficile prendere un abbaglio. Quando puntiamo su una persona la sosteniamo per anni, quindi non vogliamo sbagliare. Abbiamo sempre avuto una ventina di borsisti e li seguiamo fino a quando non arrivano al livello che gli insegnanti ritengono massimo per loro. Magari partiamo con una borsa di studio per uno stage e continuiamo per cinque o sei anni. Questa è sempre stata la nostra politica.
Per esempio, proprio all'inizio della nostra attività, ci furono delle audizioni ad Amsterdam. Portammo su tra gli altri due ragazzi, Francesco Manara e Antonello Manacorda, il primo è diventato il primo violino della Scala, il secondo (oltre a essere stato il primo violino della Mahler Chamber Orchestra con Abbado) ora ha una carriera come direttore d'orchestra. Lui ha avuto per diversi anni una borsa di studio come violinista, poi è tornato ad averla come direttore. In tutto ne avremmo avviati alla carriera circa centocinquanta, ma pochi alla volta.

Cosa l'ha spinta ad avviare questo progetto?

Sono sempre stata nel campo della musica. Fino al 1985 ho suonato il flauto traverso professionalmente poi a seguito di una tragedia personale ho smesso per un periodo. Ho tentato di riprendere, ma un incidente d'auto mi ha fermato ancora. L'ho interpretato come un segno. Ho capito che era venuto il momento di smettere di suonare e che quello che potevo fare era aiutare gli altri. Ho chiesto ad amici e fondazioni di aiutarmi. La risposta è stata positiva e immediata. In un primo momento pensavamo di occuparci solamente di borse di studio per strumentisti. Fu Luigi Nono, in uno dei frequenti colloqui che avevo con personalità musicali per affinare il progetto, che mi fece notare l'importanza di inserire una parte di riflessione musicologica. Il progetto fu subito ampliato in questo senso. Riflettendoci a distanza di tempo si può dire che il nucleo fondamentale dell'iniziativa fosse delineato fin dal suo avvio:  strumentisti, supporto teorico e concerti.

Il campo degli interessi, però, si è ulteriormente ampliato negli anni. Ad esempio nel campo dei repertori iconografici. Di chi è stata l'idea?

Più che un'idea è stata un'impuntatura del grafico ed è accaduto per puro caso quando facemmo due concerti su Leós Janácek. In quell'occasione proponemmo un saggio di Franco Pulcini nel programma di sala. Lui voleva esporre nella bacheca del conservatorio di Torino, dove teniamo i concerti, delle piccolissime foto polverose che aveva. Il nostro grafico si oppose, e le inserì nel programma di sala. Così è nato il primo album. Piacque talmente tanto che decidemmo di andare avanti su quella strada, sempre con Pulcini.

E la digitalizzazione dell'archivio dell'Accademia Filarmonica di Torino?

Quella invece deriva da un fastidio. Mi arrivò una notizia che l'Accademia Filarmonica Società del Whist, un club molto esclusivo di Torino, si lamentava perché molti studiosi chiedevano spesso di visionare delle partiture in loro possesso. A loro dava noia dovere aprire spesso l'archivio. È gente molto riservata:  hanno una sala da concerti bellissima, tutta in legno lavorato, un incanto, e ci fanno concerti solo per loro. Per toglierli d'impaccio mandammo Alberto Rizzuti a esaminare il materiale. Lui fece un inventario dal quale emerse che c'erano diciannove opere complete importanti. Per togliere all'Accademia il fastidio di mostrarle agli esperti le abbiamo digitalizzate. Ora sono a disposizione di chi le vuole visionare in qualsiasi parte del mondo. Possiamo inviarle in tempo reale via internet e ci possiamo lavorare. Lo scorso anno abbiamo eseguito una delle opere riscoperte:  Annibale in Torino di Giovanni Paisiello.

Recupero di partiture antiche, ma anche attenzione all'attualità. Dopo il contatto iniziale con Nono, il rapporto con la musica contemporanea è andato avanti con Vacchi e Kurtag?

Anche con Marco Stroppa, che seguiamo da tantissimo tempo. L'anno prossimo dovremmo riuscire a far eseguire un suo brano dall'Arnold Schönberg Choir e a portare a termine una tesi sulle sue opere. Anche in questo campo il rapporto con gli artisti è sempre stato profondo e duraturo, tanto che Nono, Vacchi e Kurtag mi hanno dedicato dei brani. Il problema fondamentale, però, sono sempre i fondi. Io passo la maggior parte del tempo a cercare soldi. Non avendo i mezzi per commissionare brani a grandi nomi, abbiamo scelto di puntare sui giovani. Abbiamo un buon numero di borsisti compositori, chiediamo loro dei lavori che poi eseguiamo nei nostri concerti.

L'orchestra d'archi che avete varato nel 2005 dovrebbe favorire questo atteggiamento?

Ci aiuta a portare avanti il progetto generale, e il mio impegno attuale è proprio quello di lanciare questa iniziativa, sperando che un giorno possa camminare sulle proprie gambe. L'idea è stata di Simone Briatore, prima viola all'Orchestra sinfonica nazionale della Rai e nostro ex borsista. Abbiamo deciso di provare, anche grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo, che però ha chiesto che i concerti siano il risultato del lavoro di un'Accademia. Quindi una volta al mese i tutor incontrano i musicisti, e li preparano per i tre o quattro concerti l'anno che riusciamo a fare. L'idea è quella di far incontrare i ragazzi, con grandi esecutori, più che con direttori in carriera. A dicembre verrà Alexander Lonquich.

La città come reagisce?

All'inizio c'era della diffidenza. Molti pensavano che i concerti fossero di basso livello perché gratuiti. Con gli anni hanno cominciato a conoscerci. Ora la sala è quasi sempre piena.



(©L'Osservatore Romano 26 luglio 2008)
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