A colloquio con il traduttore

Lo storiografo di un popolo senza storia
(almeno fino al cristianesimo)


di Silvia Guidi

Northumbria, prima metà del vii secolo dell'era cristiana. Re Edwin deve decidere se abbracciare o no il cristianesimo e chiede il parere dei suoi consiglieri. Uno di essi risponde con una parabola, paragonando la vita degli uomini sulla terra alla cena che il re, nel mezzo dell'inverno, mentre fuori infuria la tempesta, consuma con i suoi nobili nella sala riscaldata col fuoco:  all'improvviso "un passero attraversa con rapido volo la sala, entrando da una porta e subito uscendo dall'altra; nell'attimo in cui rimane dentro non è colpito dalla burrasca invernale, ma trascorso quel brevissimo momento di quiete subito sfugge allo sguardo e ritorna al gelo dal quale è venuto. Così pure la vita dell'uomo è visibile, ma per un solo momento; di ciò che è prima e dopo quest'attimo nulla sappiamo. E dunque se questa nuova religione ci dà una certezza, mi sembra giusto seguirla".
L'episodio è tratto dall'Historia ecclesiastica gentis Anglorum e viene spesso citato come un esempio della semplice bellezza della prosa di Beda il venerabile, monaco benedettino che ha passato tutta la sua vita nei conventi "gemelli" di Wearmouth e Jarrow dedicati dal loro fondatore Benedict Biscop agli apostoli Pietro e Paolo, non allontanandosi mai dai verdi pascoli del Northumberland, senza cessare di interrogarsi sulla struttura del cosmo e delle stelle, sul significato della Sacre Scritture, sul modo più corretto di scrivere e di calcolare lo scorrere del tempo.
Beda, proclamato dottore della Chiesa nel 1899, ha composto un De natura rerum, vite di santi in prosa e in poesia, trattati di ortografia, musica, metrica e dactilonomia numerica - un metodo per rappresentare i numeri con le dita e una sorta di "alfabeto Morse" per inviare messaggi ai confratelli durante il silenzio - ha commentato quasi tutti i libri della Bibbia e per primo ha impiegato con coerenza la datazione dalla nascita di Cristo.
Ma soprattutto ha raccontato la storia del suo popolo e la missione dei monaci Agostino e Lorenzo nella Britannia abbandonata dalle legioni e occupata dagli Angli e dai Sassoni, fortemente voluta da Papa Gregorio, con parole che portano ancora traccia dell'"ardente spiro" del quale Dante lo vede fiammeggiare nel cielo dei sapienti. La sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, della quale la Fondazione Valla pubblica in due volumi la prima edizione critica in quaranta anni, è una delle più belle opere storiografiche del medioevo, probabilmente la più bella, come sostiene il traduttore, Paolo Chiesa, che insegna letteratura latina medievale all'università di Milano ed ha al suo attivo varie edizioni di cronache e testi agiografici dell'alto medioevo latino.

Perché tradurre l'Historia ecclesiastica?

Tradurre un'opera è un modo per conoscerla. Beda l'avevo già letto, avevo già fatto dei corsi universitari su di lui, ma proprio lavorando sui suoi testi ho realizzato che finché non si traduce un'opera non si può dire di conoscerla bene, di essere entrati in sintonia con il testo.

Quali sono state le difficoltà incontrate durante il lavoro?

L'Historia non è difficile da tradurre, l'autore voleva un pubblico ampio, i destinatari sono il re, l'abate e i confratelli, Beda non scrive in un latino complicato. È il contesto che è sfuggente, l'Inghilterra dal primo all'ottavo secolo, il testo è pieno di allusioni a consuetudini a noi ignote, o anche ad oggetti per l'autore di uso quotidiano ma che noi non conosciamo, come materiali da costruzione, o particolari modalità di costruire le chiese, termini tecnici quasi impossibili da capire perché spesso è lo stesso Beda la fonte unica che li tramanda.
La storia degli inglesi è una delle poche opere coeve che possono essere lette con gusto; i testi altomedievali spesso non hanno finalità estetiche, sono trattati esegetici o computistici molto legati alla pratica, testi "di servizio", di uso quotidiano.

Può essere quindi un testo apprezzabile anche dal grande pubblico?

Senz'altro. Beda invece ha una dimensione narrativa che piace al lettore di oggi, sono rimasti colpiti anche gli studenti dal gusto delle narrazioni, da una prosa che ha lo stile vivace del racconto orale, molto diverso rispetto alla storiografia classica, è questa la prima qualità che si apprezza. La lettura è avvincente perché viene descritta un'avventura storica, un'epoca misteriosa e poco conosciuta, un popolo particolare e le sue usanze. Beda tutto questo sa raccontarlo bene.
I testi altomedievali sono quasi sempre testi "a tesi", l'autore è molto consapevole che scrivere è un modo per presentare la realtà in un certo modo, fornire una chiave di lettura particolare. L'esempio più chiaro di questo è l'opera di Liutprando di Cremona, uno strumento pubblicistico che ha il preciso scopo di attaccare Papa Giovanni xii e di difendere l'operato della parte ottoniana. Anche Beda ha una tesi da sostenere:  il suo è un popolo senza storia finchè non diventa cristiano, la Chiesa è l'unica  forza di coesione culturale capace  di opporsi alla violenza e alla  barbarie,  gli  Angli  e  i  Sassoni sono  gruppi  di tribù disperse e slegate finchè non si innesta nella romanità cristiana del Basso impero.

Come indicato esplicitamente nel titolo

Sì. Storia degli inglesi è un titolo commerciale, ma l'autore aveva chiamato la sua opera Storia ecclesiastica degli Angli; il primo volume è già uscito, il secondo non ancora, anche se ho già consegnato la traduzione. Paolo Diacono ha un diverso approccio con la storia del suo popolo, si identifica molto con l'ètnos e le tradizioni longobarde, lo stesso Gregorio di Tours quando parla dei Franchi.
Tradurre la letteratura mediolatina è un modo per entrare di più nel testo, ma risponde anche a un'esigenza di divulgazione, al tentativo di far uscire opere poco note da una ristretta cerchia di esperti. A questo scopo sto lavorando a una nuova edizione - con traduzione - del De magnalibus Mediolani di Bonvesin de la Riva, in cui l'autore loda la bellezza della sua città elencando fatti rilevanti e dati numerico-statistici in modo inconsueto per la sua epoca e all'Itinerario di Guglielmo di Rubrick, un francescano che a metà del Duecento ha viaggiato fino a raggiungere la corte  dell'impero  mongolo.

Beda è anche noto come l'inventore delle note a piè di pagina; questa leggenda, diffusa nella rete ma infondata, si basa su qualche dato storiografico attendibile?

Probabilmente deriva dalla deformazione di un fatto reale. Nei suoi trattati esegetici, Beda indicava quali erano state le sue fonti, cosa molto strana per il medioevo, in cui centoni e opere compilative venivano redatte nella maggior parte dei casi senza segnalare l'autore e il testo da cui è tratta la citazione. Anche nei manoscritti successivi è rimasta la glossa della fonte impiegata; da qui, probabilmente, la fama di inventore della nota.



(©L'Osservatore Romano 1 agosto 2008)
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