Intervista a Julio Velasco per la chiusura dei Giochi di Pechino

Nella parità tra Paesi
il futuro delle Olimpiadi


di Giuseppe Fiorentino

Il valore più autentico che l'Olimpiade può proporre è ancora quello del sano agonismo tra giovani provenienti da tutto il mondo. Ad affermarlo è Julio Velasco, ex allenatore della nazionale italiana di pallavolo e commentatore sportivo della Rai a Pechino, che, in un'intervista a "L'Osservatore Romano", traccia un bilancio di quest'edizione dei Giochi, indicando le prospettive del movimento olimpico.

È già possibile una valutazione complessiva dei Giochi di Pechino?

La prima considerazione riguarda la partecipazione, che è stata veramente imponente. Questo sia perché c'è una maggiore adesione al movimento olimpico, sia per la frammentazione politica di alcuni Paesi che ha avuto luogo in questi anni. Ci sono Paesi piccoli, come la Jamaica, che riescono a ottenere risultati molto importanti. È un dato positivo se si pensa alla storia dell'Olimpiade moderna, che all'inizio era segnata dalla difficoltà di raccogliere adesioni. Il Comitato olimpico internazionale è invece ora costretto a porre dei limiti al numero degli atleti. L'altro dato tecnico rilevante di questi Giochi è l'affermazione della Cina come nuova superpotenza sportiva mondiale e il parallelo "crollo" della Russia, che è in parte imputabile alla perdita di atleti che prima militavano nelle fila dell'Unione Sovietica. Vi sono alcune ragioni per il successo della Cina. La più importante è l'accurato programma di preparazione che ha preceduto i Giochi. È inoltre molto facile il reclutamento degli atleti, perché lo sport è visto anche come mezzo di promozione sociale. Credo che la Cina, dopo tanto isolamento, sia destinata a primeggiare nello sport per molti anni ancora.

In che modo gli impianti ultramoderni costruiti a Pechino possono aver contribuito al conseguimento degli straordinari risultati ottenuti da alcuni atleti?

Non credo che gli impianti possano aver determinato i successi sportivi. Nel nuoto, ad esempio, possono aver in qualche modo contribuito i nuovi costumi che aiutano il galleggiamento. Ma si tratta di materiali a disposizione di tutti gli atleti. Non si tratta inoltre di una novità. Nell'atletica, le calzature hanno già da parecchio tempo portato un sensibile miglioramento delle prestazioni. Il progresso tecnologico si è fatto sentire in tutta la storia olimpica:  le superfici delle piste o dei campi da gioco sono migliori, e di molto, di quelle di trent'anni fa. Lo sport ha un progresso che segue lo sviluppo scientifico e delle metodologie di allenamento.

In questa Olimpiade il doping è sembrato un fenomeno marginale. Ciò è stato dovuto alla maggiore consapevolezza degli atleti o ai controlli più accurati?

Credo che siano stati determinanti i controlli. Si tratta di un elemento decisivo nella lotta al doping che, comunque, è una lotta senza fine. A Pechino non si sono visti fisici eccessivi come poteva avvenire un tempo. Michael Phelps non ha un fisico da superman, ma una normale struttura da nuotatore. E anche Usain Bolt non ha masse muscolari tali da destare sospetto, come era invece per altri velocisti. Certo sul doping la guardia deve rimanere alta.

Quali sono stati i risultati più importanti ottenuti a Pechino?

Probabilmente proprio quelli di Phelps e Bolt nel nuoto e nella velocità, perché sono stati raggiunti negli sport simbolo dell'Olimpiade. Ci sono poi tante altre espressioni sportive straordinarie che vanno evidenziate, come quelle della squadra di basket statunitense che ha avuto un seguito enorme. Nella ginnastica, invece è mancato un atleta che primeggiasse in modo assoluto come era stato per Nadia Comaneci o Olga Korbut. I successi sono stati più distribuiti e ciò mostra una tendenza alla specializzazione anche in questo sport.

Ma il conseguimento del record e la vittoria della medaglia sono il vero valore dell'Olimpiade?

Non credo. L'aspetto più importante dell'Olimpiade è proprio veder radunati, provenienti da tutto il mondo, i migliori atleti di tutte le specialità. È una realtà che si verifica solo in occasione dei Giochi e che riveste un enorme valore culturale. Tutto ciò avviene in un clima di grande agonismo. Durante le gare si dà tutto per battere gli avversari, ma fuori dal campo, nel villaggio olimpico, regna un'atmosfera di grande fratellanza. È la dimostrazione che l'agonismo, che è insito nell'essere umano, può essere sviluppato senza necessariamente scadere nell'aggressività, nella maleducazione, nel non rispetto delle regole.

Quale sarà il futuro del movimento olimpico dopo questa edizione dei Giochi?

Per svilupparsi ancora il movimento olimpico deve continuare nella fondamentale lotta contro il doping, ma deve anche correggere alcune situazioni. Deve, ad esempio, stabilire una maggiore parità tra Paesi poveri e Paesi ricchi che partecipano ai Giochi. È ingiusto che a molti atleti sia permesso di risiedere fuori dal villaggio olimpico. Ci sono atleti che non vivono nel villaggio, ma che vi fanno solo una fugace apparizione per non essere criticati. In realtà risiedono in alberghi di lusso:  è un'ingiustizia perché in questo modo le condizioni di partenza non sono uguali per tutti. In un albergo è più facile concentrarsi e riposarsi. Mettere tutti gli atleti nelle stesse condizioni deve essere una priorità per il Comitato olimpico internazionale.

Le Olimpiadi del futuro saranno sempre più legate agli sponsor?

Il fenomeno commerciale non va demonizzato anche se bisogna fare in modo che lo sport non diventi un mero spettacolo. Bisogna trovare un compromesso, facendo valere le ragioni dello sport. Ma, insisto, senza demonizzare gli sponsor. Quando gli sponsor non c'erano le Olimpiadi si svolgevano lo stesso, ma a pagarle era la gente con soldi pubblici che avrebbero potuto essere impiegati per costruire scuole od ospedali. Bisogna evitare i falsi moralismi.



(©L'Osservatore Romano 24 agosto 2008)
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