Intervista con il questore di Roma,
Marcello Fulvi, nominato prefetto di Sassari

Sicurezza al millesimo per due Pontefici


di Nicola Gori

Prevenire è meglio che reprimere. Questa frase racchiude tutta la filosofia professionale che ha costantemente ispirato e qualificato l'attività di Marcello Fulvi, questore di Roma, di recente nominato prefetto di Sassari in vista del G8 alla Maddalena nel 2009. La prova del fuoco della validità del suo metodo, garanzia per la sicurezza, si è avuta in due grandi eventi che si sono svolti sotto gli occhi del mondo intero:  l'eccezionale sede vacante che seguì alla morte di Giovanni Paolo II e si concluse con l'elezione del cardinale Ratzinger e l'inizio del suo servizio pontificale, con il nome di Benedetto XVI, il 24 aprile 2005. Nonostante il concorso di gente e la concentrazione di personalità politiche e religiose senza precedenti, i due eventi, coordinati dal questore Marcello Fulvi in raccordo con il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, hanno registrato un perfetto funzionamento. Riconosciuto anche dalla Santa Sede che, tramite il direttore della Sala Stampa, parlò allora di "Un evento eccezionale eccezionalmente gestito". Per la prima volta il prefetto Fulvi, considerato uno dei massimi esperti dell'antiterrorismo in Italia e dei servizi investigativi, in esclusiva a "L'Osservatore Romano", alza il velo su tanti aspetti inediti di quei giorni. Sessantaduenne, sposato, due figli, ha trascorso 36 anni nella Polizia di Stato. Ora si appresta ad applicare la sua filosofia sulla sicurezza anche al G8 del prossimo anno, garantendo che non sarà un'altra Genova.

Come  ricorda  la  morte di Giovanni Paolo II e l'elezione di Benedetto XVI?

Ero arrivato a Roma da pochi mesi, il 31 dicembre 2004, e come tradizione della Polizia di Stato, nei primi giorni dell'anno sono andato a fare gli auguri a Giovanni Paolo II. In quell'occasione, il Papa mi aveva fatto gli auguri di buon lavoro. Già allora le sue condizioni di salute non apparivano buone e questo aspetto mi aveva molto colpito. Come tanti, ho vissuto i suoi ultimi giorni con una forte partecipazione emotiva. Già alla fine di gennaio sono andato in piazza San Pietro per rendermi conto della situazione. Purtroppo, l'evento temuto si avvicinava, i segnali erano chiari. Era prevedibile che Roma sarebbe stata teatro di un avvenimento straordinario per il quale sarebbero venuti milioni di persone. Si imponevano così due riflessioni. La prima era come assistere queste persone che avrebbero gravitato intorno alla Città del Vaticano. Dal punto di vista dell'assistenza sarebbe intervenuta la Protezione civile, con volontari, presidi medici, tende con infermieri, distribuzione di generi di conforto, transennamenti per guidare le persone. La seconda riflessione era che il concorso di tante persone per questo avvenimento molto probabilmente avrebbe potuto costituire l'occasione per chiunque di sfruttare la ribalta mediatica con atti gravi e capaci di raggiungere ogni angolo del mondo. Purtroppo, il primo pensiero va al terrorismo internazionale, che spesso colpisce obiettivi per propagandare nel mondo l'esistenza dell'organizzazione, le sue finalità e la sua forza:  l'evento viene cioè usato dai terroristi per proporsi al mondo. E un avvenimento del genere, oggettivamente sotto l'attenzione di tutti gli organi di informazione per giorni e giorni, ci poneva il problema di come gestire la sicurezza per un periodo non breve, cosa che comportava una certa difficoltà. Immaginare poi che dopo la morte del Papa sarebbero convenute le massime autorità mondiali era facile. Sul sagrato di piazza San Pietro nel giorno dei funerali abbiamo infatti avuto 180 delegazioni estere, guidate da capi di Stato o capi di Governo. C'erano anche più di 400 autorità italiane e la piazza era piena. Quindi per qualunque organizzazione, un ventaglio vastissimo di obiettivi. Personalità poi che sono cominciate ad arrivare un paio di giorni prima dei funerali, con possibili pericoli aggiuntivi. A questo si aggiungeva la necessità di tutelare la folla enorme di fedeli da possibili malintenzionati, dai borseggiatori a quelli più determinati o squilibrati. Ci sono state anche persone che credevano di vedere apparizioni, altre in deliquio, altre ancora che colluttavano con i vicini o che non hanno retto l'emozione. E dal giorno in cui è stata esposta la salma del Papa moltissimi hanno fatto una fila di otto o nove ore per entrare nella basilica vaticana.

Come avete garantito la sicurezza di tanti leader politici e religiosi?

Il problema è stato dapprima gestire gli arrivi, dagli aeroporti, dalle stazioni ferroviarie e dalle strade e poi le diverse residenze, dimostrando come la città fosse ospitale. Chiaro che negli ultimi giorni l'attenzione è andata concentrandosi sulle personalità. Abbiamo molto collaborato con il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Uno dei problemi che posi fu quello di segnalare l'insufficienza di un unico accesso e per una sola ora alla Città del Vaticano a 180 delegazioni e 400 personalità italiane. Furono concessi due accessi:  da una parte feci entrare gli italiani e dall'altra le delegazioni internazionali. Consideri che noi avevamo dato disposizioni precise alle rappresentanze diplomatiche per il rispetto dei tempi:  una circostanza unica, perché mai la polizia lo aveva fatto prima di allora. Considerando che prima delle 7 non si potevano far partire le delegazioni e che l'accesso all'interno era consentito fino alle 9 e calcolando un minimo di un quarto d'ora per arrivare, avevo 105 minuti per fare entrare 180 delegazioni:  meno di un minuto a testa rispettando il protocollo; se qualcuno si fosse fermato si sarebbe creata una fila, bloccando personalità esposte al pericolo. Così, cronometro alla mano, mettendo alla fine Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e prima gli altri Stati, tutti sono entrati con una cadenza di 45 secondi l'uno:  un miracolo di precisione e di rispetto da parte di tutti. Seguendo i percorsi più diversi, abbiamo calcolato i principali e quelli alternativi. Le personalità erano nelle zone più diverse di Roma, cosicché abbiamo dovuto predisporre molti itinerari protetti. Un meccanismo che ha funzionato perfettamente e che ci ha consentito di gestire cortei anche numerosi. Occorreva poi gestire la sicurezza di piazza San Pietro. Abbiamo fatto due percorsi con metal-detector e abbiamo raccolto tre sacchi di coltelli, piccole asce, coltellini svizzeri, ovviamente non consentiti all'interno della piazza.

Quali sono stati gli aspetti tecnici principali dell'azione preventiva per la sicurezza  durante  i  funerali  di Giovanni Paolo II?

Per tutelare l'incolumità dei cittadini, in via preliminare c'è stata una raccolta di informazioni, grazie agli organi di polizia e di pubblica sicurezza italiani, ma anche a quelli oltre frontiera per conoscere eventuali progetti di attacchi terroristici. Abbiamo impiegato circa 10.000 uomini tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, senza contare i vigili urbani di Roma e la Protezione civile, le strutture sanitarie del 118 e i vigili del fuoco. Un numero imponente che è appena bastato se consideriamo che solo il giorno delle esequie di Giovanni Paolo II, esclusi i fedeli all'interno di piazza San Pietro, vi erano oltre 400.000 persone nei pressi del Vaticano. Tutte le vie adiacenti erano controllate e abbiamo presidiato tutti i palazzi circostanti. E preventivamente sono stati sottoposti a screening tutti gli abitanti della zona, perché potevano esserci presenze non rilevabili dall'anagrafe. Siamo andati porta a porta per garantire che non vi fossero problemi e abbiamo raccolto informazioni nei locali pubblici con impiego di personale in borghese. Un problema curioso è stato quello del trasferimento dei cardinali convenuti da tutto il mondo la mattina dei funerali perché in Vaticano non c'erano vetture sufficienti. Noi potevamo fornirle, perché avevamo fatto arrivare mezzi da tutta Italia. Altro problema, più serio, era quello dei recapiti di tutti i cardinali, perché arrivando a Roma alcuni erano presso famiglie o istituti religiosi e nemmeno la Santa Sede disponeva di tutti gli indirizzi. Abbiamo allora dovuto rintracciarne alcuni per arrivare agli altri. A cerimonia in corso ci fu un allarme da parte dei servizi americani su un possibile attentato. A Bush fu consentita l'uscita per primo e in 18 minuti il presidente fu portato a Fiumicino. Fu una prova di grande efficienza della polizia stradale senza arrecare disagio ai cittadini, perché la chiusura delle strade avvenne 35 minuti prima che arrivasse Bush e la riapertura un minuto dopo il suo passaggio. C'è stata un'adesione spontanea al servizio, senza la quale qualche problema sarebbe emerso. Ero sereno, perché avevo notato nei giorni precedenti in via della Conciliazione, quando c'è stata l'esposizione della salma del Papa, un comportamento esemplare nelle persone che facevano questo percorso, con attese anche di otto o nove ore, e che dovevano uscire dalla fila per andare al bar o in bagno, mentre poliziotti, carabinieri e volontari controllavano questo fiume di gente. Ho visto che le persone uscivano, si rivolgevano allo stesso poliziotto e rientravano nella fila dove erano prima, senza alcuna protesta. Tutto filava liscio. La folla era disciplinatissima. Una manifestazione che non ho mai visto prima, dove i partecipanti si sono assoggettati volentieri alle regole, peraltro minime. Tranne episodi di squilibrati non mi è stato segnalato nulla, nemmeno fatti di malcostume, né tentativi di sopraffazione. Nel resto del Paese la vita scorreva ovviamente come sempre, e dunque le esigenze di polizia e carabinieri erano le stesse; dovevo quindi fare una stima precisa del personale necessario, perché altrimenti avrei sottratto forze e mezzi altrove. La mia preoccupazione la mattina dei funerali era per banali imprevisti:  per esempio, se un cane avesse attraversato un corteo di autorità costringendo a una brusca frenata con tamponamento. Si sarebbe bloccato un corteo e tutto il meccanismo che sulla carta funzionava sarebbe stato compromesso.

Il cardinale Ratzinger era allora decano del Collegio cardinalizio. Lei ebbe modo di trattare con lui di qualche aspetto organizzativo della sede vacante?

No, ero piuttosto in contatto con il vicario di Roma, il cardinale Camillo Ruini, per le diverse manifestazioni programmate in quei giorni. Poi, naturalmente, ho avuto frequenti contatti con il segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, il vescovo Renato Boccardo.

In questa circostanza il criterio prioritario della sua azione è stato la necessità di garantire la sicurezza?

La sicurezza era propedeutica a tutti gli altri aspetti. Una cornice di sicurezza poi garantiva che le personalità potessero assistere all'evento nella miglior maniera possibile e così tutti i fedeli, concentrati in un'area molto ristretta. Alla sicurezza bisognava aggiungere l'assistenza e raccordarsi con il responsabile della Protezione civile, Guido Bertolaso. Era poi necessario non bloccare tutto il traffico della zona, che tuttavia andava vigilata continuamente. Ho visto la polizia e i carabinieri con una compostezza nell'assolvimento del loro dovere che non ho mai visto in altre circostanze. E i servizi erano duri! C'è stata una riflessione su quello che si andava a fare e perché lo si faceva. Di solito, quando abbiamo servizi prolungati nel tempo, il personale si stanca. In questa occasione non è successo. Per me è frutto di un'adesione spirituale al momento particolare. Il personale sulla strada era accomunato nello stesso spirito dei fedeli in fila, e di conseguenza, senza venir meno all'attenzione e all'impegno, ha dato una disponibilità totale che in altre circostanze magari non si riscontra. Un rispetto rigoroso delle consegne e una disponibilità verso il prossimo - insieme ai volontari della Protezione civile - che mi hanno davvero colpito.

Prima del conclave è stato preparato un piano speciale di sicurezza?

Noi abbiamo dato soltanto una copertura generale, come di consueto. Peraltro, il nostro compito è quello di consentire lo svolgimento di un evento nella forma più tranquilla possibile chiunque siano i suoi protagonisti, senza attenzioni particolari.

E per il conclave sono state predisposte misure di sicurezza specifiche?

Sì, ma con molta discrezione per non dare una sensazione di blindatura. Dobbiamo anche evitare una presenza eccessiva di uniformi, perché questa finisce per allarmare, anche se si tratta di polizia e di carabinieri. Vedere una concentrazione di uomini in uniforme desta dapprima curiosità, poi può provocare un senso di insicurezza e di rischio incombente. L'orientamento in queste circostanze è di impiegare personale in abiti civili che invece non desta preoccupazione. Un'eventuale riserva di uomini in uniforme è mantenuta defilata a breve distanza, in modo che possa arrivare tempestivamente. Questo è quanto abbiamo fatto durante la sede vacante. I cardinali provengono da tutte le parti del mondo e anche da Paesi dove ci sono conflitti. E può accadere che qualche prelato subisca minacce. A Roma abbiamo registrato qualche episodio dimostrativo. Abbiamo sempre un servizio di sorveglianza molto discreta in piazza San Pietro, in particolare alla domenica per la recita dell'Angelus. Di recente abbiamo bloccato in via della Conciliazione soggetti che volevano attuare forme di contestazione poco ortodosse, per non dire blasfeme. L'accesso in piazza San Pietro è libero a tutti, ma non dimentichiamo che quando si supera la linea di confine, si entra in un altro Stato. E in base agli accordi con la Santa Sede non consentiamo manifestazioni nella piazza.

Per l'elezione del nuovo Papa, c'è stato bisogno di mettere a punto un progetto di sicurezza speciale o il lavoro fatto durante i funerali di Giovanni Paolo II è servito anche per la nuova circostanza?

Quanto avevamo predisposto per la morte del Papa è stato più che sufficiente. C'era poi il vantaggio nel secondo evento che i fedeli si sarebbero concentrati in un'unica circostanza invece che per molti giorni. Inoltre, il livello delle delegazioni annunciate alla celebrazione di inizio pontificato non era pari a quello precedente. I fedeli erano comunque tantissimi.

Benedetto XVI è preoccupato della propria sicurezza?

Ho visto che negli spostamenti Benedetto XVI - come già Giovanni Paolo II - non chiede, nemmeno per via indiretta, un aumento dei livelli di sicurezza, che peraltro sono buoni. Il Papa non ha assolutamente questa preoccupazione. Tutte le volte che ho potuto incontrare Benedetto XVI non mi è parso proprio che il Papa manifestasse preoccupazioni personali. Siamo più noi a essere preoccupati, perché purtroppo c'è un precedente che conosciamo bene:  con Giovanni Paolo II l'attentato c'è stato, con un esito gravissimo. Una preoccupazione nostra la sicurezza del Papa, non solo quando è in Vaticano, ma quando si muove per mete anche abituali, come per esempio durante il periodo estivo. Infatti, sia noi sia i carabinieri rafforziamo il commissariato e la stazione di Castel Gandolfo, perché ogni giorno, per tutta la permanenza del Pontefice, c'è un maggiore afflusso di persone, e il Papa incontra moltissima gente. Noi dobbiamo sempre considerare che ci possa essere qualche malintenzionato. Il concetto di rischio si basa su alcuni presupposti, uno dei quali è la realtà obiettiva. L'altro è connesso al soggetto esposto a possibili rischi, perché è chiaro che quanto più è rilevante la persona, tanto più può essere oggetto di aggressioni di ogni tipo, non escluse quelle mediatiche. E a volte troviamo a questo livello espressioni di irriverenza nei confronti del Pontefice che davvero non trovano alcuna giustificazione.

Rispetto ai grandi eventi di carattere civile, quelli religiosi richiedono una preparazione analoga o diversa?

La raccolta preventiva di informazioni su potenziali pericoli prescinde dalla natura dell'evento, perché oggi sappiamo che il terrorismo internazionale ha nelle sue forme più estreme obiettivi di ogni genere, compresi dunque anche quelli religiosi. Per fortuna in Italia ora stiamo attraversando un momento favorevole, perché è un bel po' che non si registrano episodi terroristici risalenti o imputabili al fondamentalismo islamico. Diverso è l'impatto con le manifestazioni di carattere religioso, perché la Chiesa cattolica ha una serie di organizzazioni che gestiscono i movimenti dei gruppi e si tratta di organizzazioni che normalmente funzionano molto bene. Lo abbiamo visto anche per i funerali di Giovanni Paolo II con le moltissime persone venute in ordine sparso e con tante organizzazioni. Il Vaticano ci annunciava i gruppi in arrivo, e questo ha naturalmente reso più facile una quantificazione e la conseguente organizzazione della sicurezza, mentre per gli eventi civili non è così. Con questo sistema preventivo per gli eventi religiosi, si arriva a calcolare davvero bene la realtà dei numeri. Nelle strutture della Chiesa cattolica ho trovato persone molto brave nel gestire una parte di eventi di questo genere perché hanno molta esperienza. C'è poi un'ulteriore garanzia, perché all'interno dei gruppi cattolici che si muovono e partecipano a un dato avvenimento, tutti coloro che ne fanno parte bene o male si conoscono. Questo garantisce da presenze indesiderate, e ovviamente si tratta di un fatto importante. In altre parole, questi gruppi devono guardare soltanto all'esterno e non al loro interno. Ed è già un vantaggio notevole, perché spesso i problemi maggiori vengono dall'interno delle organizzazioni che partecipano all'evento. Non è detto infatti che tutti seguano la stessa linea, non è detto che in queste organizzazioni non ci sia qualcuno che voglia andare oltre. E poi nell'evento religioso non c'è mai manifestazione di protesta; semmai ve ne sono di consenso, o verso il Papa o verso una particolare ricorrenza, come quest'anno per l'anniversario paolino. Nella basilica di San Paolo, per esempio, tranne una cornice di sicurezza modesta, tutto si svolge nella massima tranquillità. Il problema è se ci sono persone che vogliono disturbare l'arrivo dei fedeli, ma è sufficiente tenere gli occhi aperti fuori dalla basilica, nulla di più. Sotto questo profilo le problematiche vengono abbastanza attenuate ed è molto più agevole affrontarle perché i referenti sono assolutamente affidabili. Quando invece dovevo confrontarmi con i capi dell'Autonomia o dei centri sociali, c'era sempre in loro qualche pensiero non espresso. Da quello che dicevano e non dicevano dovevo capire qual era la loro vera intenzione.

Dai problemi di Roma lei passa a quelli di Sassari, mentre già si sta preparando il G8 che nel 2009 si terrà alla Maddalena. Sono ancora forti le immagini di quello tenutosi a Genova nel 2001:  che previsioni si possono fare?

Le ragioni di contestazione politica permangono perché nell'immaginario dell'estremismo il G8 rappresenta la riunione dei Paesi industrializzati, quindi del capitalismo, della prepotenza dei ricchi sui poveri, e così via. Se poi aggiungiamo la questione ambientale i motivi di contestazione ai vari movimenti non mancano. Certo è un contesto completamente diverso da Roma, e anche da Genova. Penso che alcune proteste ci saranno, ma credo che nessuno abbia interesse a ripetere i fatti di Genova, che hanno fatto male a tutti, se non a qualche sciagurato che vuole il caos senza nemmeno finalità politiche. Bisogna pianificare bene tutto in anticipo, questa è la lezione dell'esperienza di Genova.



(©L'Osservatore Romano 24 agosto 2008)
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