Intervista a Pupi Avati

La voglia di raccontare
i semplici che non cambiano il mondo


di Luca Pellegrini

Intorno agli anni Cinquanta, nella cultura occidentale, è accaduto qualcosa di cruciale. Non sono soltanto state messe discussione regole e abitudini del passato, ma è stata portata a termine una frattura epocale. Tutto ciò che rappresentava la memoria, il ricordo, era diventato qualcosa di obsoleto, ingenuo, da rimuovere, sopprimere. Oggi ne paghiamo tutti le conseguenze, prima di tutto i giovani, assolutamente sprovvisti di quel tipo di curiosità nei riguardi del passato e delle radici che, invece, produrrebbe in ciascuno di loro un'identità più precisa, l'idea di un percorso fatto, il mezzo per crescere, affrontare la vita. Pupi Avati è il regista della memoria. Il regista della vita. Nei suoi film c'è sempre l'incontenibile desiderio di tracciare i sentieri - nel tessuto urbano, nell'ambiente borghese, nella realtà contadina - per recuperare la coscienza dell'appartenenza a una stirpe, a un gruppo, a una famiglia, a una condizione umana, assieme a una tradizione capace di legare tra loro le persone, radicarli ai loro luoghi d'origine, ai tempi in cui hanno vissuto, sono cresciuti, fatto esperienze, subito gioie e dolori.

Un percorso sovente autobiografico, da Storie di ragazzi e di ragazze fino a La via degli angeli, il film dedicato all'amatissima mamma Ines.

Ho sempre avvertito come insopprimibile la necessità di non dimenticare mai ciò che è stato:  persone, cose e luoghi. Dimenticare i nomi delle persone, dei luoghi che hanno abitato e ciò che sono state per noi e per gli altri produce una sorta di negazione della vita. In uno dei miei film più amati, Il testimone dello sposo, ho inserito una sequenza in cui ricordo che nella notte di capodanno le famiglie contadine si riunivano nelle stalle e recitavano "il rosario dei morti":  si dicevano i nomi di quelli che se ne erano andati e ogni famiglia cercava di ricordare e dire più nomi possibile, andando indietro per almeno cinque generazioni. Era sufficiente citare i nomi per farli esistere. Una prova di fede nella vita. Perché è un atto di brutalità assoluta far coincidere la morte con la nostra rimozione da questo mondo:  ciascuno di noi ha senso anche in quanto persiste poi negli altri, nelle cose, nei luoghi. Questa è l'"autobiografia" nel mio cinema.

La memoria nei suoi film spesso è generata da situazioni che sono più sognate che reali. E i protagonisti sono gente piccola, comune. Perché?

La gente che ha poco e ha avuto poco dalla vita, che non è stata appagata da una realizzazione personale, insomma tutti quelli, e sono la maggioranza, che non sono riusciti a far sapere agli altri davvero chi sono:  ecco, queste persone hanno bisogno di essere in qualche modo ricordate. Credo di dover assolvere, fin dove mi è possibile nella mia vita di regista, a questo ruolo:  ricordare, soprattutto, questo tipo di protagonista che non è quello dei grandi eventi, che non ha cambiato la storia del mondo e dell'uomo attraverso la sua intelligenza, la sua cultura o il suo coraggio. Proprio questo fatto di non essere niente più che un uomo, me lo rende eroico, me lo avvicina, me lo rende simile. Io provo un'estrema tenerezza nei suoi riguardi. Questi sono i protagonisti di molte delle mie storie.

Talvolta si è avvicinato a realtà sociali e culturali che sono abbastanza confuse come in Fratelli e sorelle, storia inaspettatamente americana. Lì non ci insegnava come reagire:  descriveva e basta, con un altrettanto inaspettato pessimismo.

Ero un po' meno idilliaco, rassicurante e generoso nei riguardi del presente. Quando esci dalla sala cinematografica, te lo trovi lì di fronte, il presente e con lui non puoi bluffare. Impiegati, Ultimo minuto, Regalo di Natale, La rivincita di Natale:  questi film mi hanno messo in rapporto con storie amare, con il tradimento, l'egoismo, il cinismo, passioni forti che cancellano la solidarietà, il senso profondo di simpatia e di amicizia. Un mondo pericoloso, infido. Come difendersi da questo tipo di realtà? Offrendo ingenuità, bontà, generosità, offrendo il Vangelo. Quella legge del cuore  con  la  quale dovremmo aprire gli occhi la mattina e chiuderli la sera.

Qual è il suo personaggio più generoso?

Il protagonista de I cavalieri che fecero l'impresa. È la storia di un giovane cavaliere, interpretato da Raul Bova, che parte dall'Inghilterra con una lettera destinata a Luigi ix, in cui viene rivelato dov'è nascosta la Sindone, per poterla recuperare. Questa lettera gli viene sottratta da un delinquentello, in malo modo, che lo picchia, lo umilia e diventa il suo acerrimo nemico. Ma a un certo punto, attraverso una storia di iniziazione al bene innescato da un evento importante, il cavaliere si rende conto che il nemico deve invece diventare il suo amico. Quando avrà poi l'opportunità di vendicarsi e uccidere questo nemico, al contrario lo abbraccerà, s'inginocchierà addirittura nello sterco del suo cavallo, chiedendogli perdono. Credo che questa sia la sequenza più cristiana che io abbia girato in quarant'anni di cinema.

L'amicizia come antidoto, impegno.

L'importante è che non sia mai un alibi. Puoi anche essere solidale in qualche cosa di negativo. Ho vissuto delle amicizie in cui spartivamo delle passioni o dei fini che non erano dei più elevati. Non sempre l'amicizia è un sentimento nobile. Ma lo deve essere, perché ha gli stessi requisiti dell'amore, genera gli stessi comportamenti.

Come si giustifica il Pupi Avati più oscuro e misterioso, quello di titoli inquietanti come La casa dalle finestre che ridono e Tutti defunti tranne i morti, come L'arcano incantatore o ancora Il nascondiglio?

Nel racconto gotico c'è la parte che ha a che fare con la mia educazione contadina, con la favola nera e la morte. Venivamo educati attraverso la paura e il terrore. Sono me stesso quando racconto un bar di provincia, una cattedrale gotica o un prete indemoniato. Racconto degli "altrove" che sono imparentati con i miei sogni:  certe volte sono radiosi, altre volte si chiamano incubi.

Ritiene più attuale il cinismo di Regalo di Natale, il piccolo scandalo di Una gita scolastica, il mistero inquietante de L'arcano incantatore o il misticismo di Magnificat?

Temo che il film più attuale che ho girato non faccia parte di questi titoli, ma sia Festival, che quasi nessuno ha visto. Prendendo spunto dalle mie personali esperienze alla Mostra del Cinema di Venezia, ho cercato di raccontare come certi luoghi, certi spazi, inneschino situazioni comportamentali che generano nelle persone la necessità di diventare, collettivamente, peggiori. Tutti quelli che arrivano al Lido, quando sbarcano dal vaporetto o dal motoscafo, diventano un po' peggio di quello che erano prima.

Ma proprio a Venezia lei è di casa!

Sono stato sei volte in concorso, tre fuori concorso  e una volta in giuria. È il Festival che conosco  meglio al mondo. Ci ritorno quest'anno con grande soddisfazione, piacere e apprensione.

Con una storia di paternità. Due anni fa è stata quella del sessantenne Alessandro, interpretato da Diego  Abatantuono, ne La cena per farli conoscere; ora è quella, assai diversa, di Michele, un Silvio Orlando di straordinaria intensità, ossia Il papà di Giovanna. Come sono nati questi personaggi?

Credo sia doveroso per me, che ho ricoperto e svolto il ruolo di marito e poi di padre per quarantaquattro anni, mettere questa mia esperienza, a servizio degli altri. In questi ultimi decenni, frutto di culture suddite del relativismo, la figura all'interno del contesto familiare che ha subito un'erosione più marcata ed evidente è quella paterna. Questo perché è la più vulnerabile, la si può facilmente aggredire e svilire invocando alibi che hanno a che fare con la realizzazione di sé o richiamandosi alle forme dell'egoismo dalle quali, nel nostro presente, siamo sedotti. Quindi ho raccontato dapprima la figura di Alessandro mettendo in campo un padre totalmente inadempiente che ha vissuto senza responsabilità di sorta, lasciando tre figlie in giro per l'Europa e rendendosi conto, invece, del ruolo che avrebbe dovuto ricoprire quando ormai la sua esistenza umana e professionale va concludendosi. Il ravvedimento alla fine è tardivo. Quindi un padre negativo, figura con la quale ho molto da spartire perché anch'io sono stato un padre abbastanza assente, qualche ombra sulla mia interpretazione del ruolo certamente ce l'ho. Ne Il papà di Giovanna è tutt'altra faccenda. Ho candidato a diventare modello un padre a mio avviso in qualche modo esemplare, un padre che interviene nei riguardi di un rapporto con una figlia non avvenente, che frequenta la stessa scuola dove lui insegna, quindi potendo lui verificare direttamente il livello di infelicità quotidiano, la quantità di rammarico che questa ragazzina soffre essendo emarginata e mai oggetto dell'attenzione dei coetanei. È un padre che tenta in qualche modo di sopperire a questo dolore mentendole sulle realtà del mondo, illudendola, cercando di convincerla che la vita e ciò che accade dipende molto dalla nostra volontà e dal credere ai sogni. Arriva addirittura al punto di comprarle, con un mezzuccio squallido, una storia d'amore, fino a quando la figlia, accorgendosene, ha una reazione terrificante di delusione che la fa giungere a commettere un atto irreparabile, ossia uccidere la sua compagna di banco. Questo è il preludio della mia storia, perché da questo momento in poi il padre comincia a sospettare che sia la figlia l'autrice dell'omicidio. Dopo il processo, la confessione e la condanna, la ragazza entra in un manicomio criminale per quindici anni. Questo è un padre che sente di avere una qualche responsabilità nell'avere illuso la figlia, ma nello stesso tempo le è stato sempre vicino, soprattutto nel momento in cui lei si è trovata tutto il mondo contro.

Non ha abdicato al ruolo di padre.

Sì e proprio questa vicinanza lo ha portato a perdere il lavoro e la moglie, a pagare questa sua interpretazione così piena, così corretta, così struggente della paternità davvero fino in fondo:  arriva a sacrificarsi totalmente per lei, addirittura regredendo psicologicamente per rimanere accanto alla figlia in manicomio. Si stabilisce un rapporto di vicinanza, di solidarietà così amorevole, così affettuoso e così straordinario che mi ha fatto profondamente commuovere, pur se fortunatamente la vita a me ha risparmiato tutto questo. Ho pensato che sarebbe bello che i genitori di questi ragazzi, quelli delle tragedie dell'oggi, delle cronache nere dell'oggi, fossero tutti un poco come il papà di Giovanna.



(©L'Osservatore Romano 29 agosto 2008)
[Index] [Top][Home]