Intervista a John Milbank

La scommessa del «meticciato» culturale


Pubblichiamo un'intervista al teologo anglicano John Milbank, che viene pubblicata su "Il Sussidiario" (www.ilsussidiario.net).

 
di Francesco Tanzilli

Il dialogo si fa dove le culture si incontrano; vale a dire, a Rimini. In occasione dell'anno europeo del dialogo interculturale, il Meeting per l'amicizia fra i popoli ospita John Milbank, anglicano, Professor in religion, politics and ethics presso l'University of Nottingham, uno tra i principali teologi del mondo protestante, che sarà protagonista assieme a Javier Prades López, docente di teologia dogmatica alla facoltà teologica di Madrid, dell'incontro "Alla radice della diversità:  oltre il multiculturalismo". I due avevano già collaborato in passato durante il ciclo di seminari sul tema del multiculturalismo organizzati dalla Fondazione per la sussidiarietà tra il dicembre 2006 e il febbraio 2008, confluiti nel volume All'origine della diversità. Le sfide del multiculturalismo, pubblicato da Guerini.

Il meticciato di civiltà è ormai un dato di fatto. Si tratta di una realtà che favorirà lo sviluppo delle religioni, o che lo ostacolerà?

Questa è una domanda cruciale, alla quale di primo acchito risponderei entrambe le cose. Oggi le differenze culturali con le quali ci troviamo a fare i conti all'interno degli stessi territori, soprattutto in Europa, sono di radice etnica ma anche religiosa. Il multiculturalismo si riferisce a entrambe queste dimensioni. Dopo il collasso del vecchio secolarismo, oggi vediamo un rinnovato interesse nei confronti delle religioni, che però si stanno politicizzando:  pensiamo all'avanzamento dell'islam sul piano politico, o alla tendenza a ridurre il cattolicesimo a un'agenda di temi morali (come vorrebbero i cosiddetti teocon, che portano avanti un'idea più liberale che cattolica di libertà, rimanendo indietro di anni rispetto agli sviluppi odierni della dottrina sociale cattolica). Le religioni si stanno cioè organizzando per la difesa e la propagazione di agende fondamentalmente secolari, concentrandosi su temi come la sessualità.

Può spiegare in modo più approfondito questo aspetto?

Assistiamo al paradosso di un numero sempre minore di fedeli anglicani in Chiesa, contrapposto al numero sempre maggiore di scuole anglicane all'interno del sistema d'istruzione inglese. Da questo punto di vista, bisogna riconoscere che le confessioni religiose stanno ottenendo da diversi anni una maggiore attenzione da parte degli Stati nei confronti delle loro richieste, e lo stesso Barack Obama riconosce che il ruolo delle organizzazioni faith based è fondamentale per la società americana odierna. Il sempre maggior legame tra realtà culturali religiose e tradizioni locali sta portando a sviluppi nuovi:  Comunione e Liberazione è uno dei casi più interessanti. Tuttavia, assistiamo al contempo a una radicalizzazione del secolarismo, che tende a farsi militante, a combattere con maggiore intensità la presenza pubblica della religione. Quando l'arcivescovo di Canterbury, Rowan Douglas Williams, ha sostenuto il riconoscimento di elementi della legge islamica (sharia), ha ecceduto nell'apertura ma intendeva riferirsi alla necessità di tutelare i diritti dei gruppi, che non sempre sono rispettati. La legislazione inglese sui diritti d'adozione per le coppie omosessuali ha condotto alla chiusura degli istituti d'azione cattolici, e non è che uno degli esempi che si potrebbero addurre.

Il multiculturalismo potrà favorire la convivenza tra popoli di etnia e fede diversa?

In Gran Bretagna e in Francia la presenza di una società multiculturale rischia di ridurre i margini per una convivenza pacifica e costruttiva. Basta guardare ai ghetti delle città, soprattutto a Londra, una città che nel giro di dieci anni si è completamente trasformata:  ci sono inglesi che oggi stentano a riconoscere la propria capitale. Va detto però che la tradizionale "britannicità" o "francesità" sono caratteri radicati in una cultura che è illuminista ma anche greca e giudaico-cristiana. Se perdiamo questo fondamento, cosa rimane che ci lega assieme? Abbiamo certamente bisogno di politiche sussidiarie, ma se ci sono dei valori pubblici tra loro completamente incompatibili, il risultato sarà l'affidamento completo alle ragioni dello Stato e del mercato, col risultato che diventeremo stranieri gli uni nei confronti degli altri. È il ritorno alla barbarie.

Occorre dunque individuare un nucleo minimo di valori comuni condivisi?

I valori universali dei quali spesso si parla oggi sono in realtà dei valori cristiani. I valori illuministici difatti tendono a decadere, trattandosi di elementi prettamente materialistici (a cominciare da una concezione materialista della libertà) e razionalistici che non resistono all'urto di richieste che trascendono la ragione illuminista. La questione perciò è come sostenere un'identità cristiana che non opprima le altre culture religiose. Ci aiuta in questo caso il concetto di libertà religiosa, che anche la Chiesa cattolica sostiene, e che del resto ha permesso contaminazioni interreligiose; non potremmo pensare a figure come quella di Gandhi senza trascendere i limiti dell'induismo, ad esempio. Ci sono elementi comuni tra le diverse religioni, ad esempio il riconoscimento dell'esistenza di un Dio, che le rendono più vicine tra di loro che rispetto al secolarismo. Una cultura comune con valori intrareligiosi è possibile, e non si tratta di sincretismo. Sui valori della convivenza civile potremmo trovare molti elementi simili, ad esempio l'accettazione della condivisione del rischio nel caso di prestiti bancari.

Ritiene che tale reciproco avvicinamento sia possibile anche nei confronti dell'islam?

L'islam rappresenta un caso particolarmente problematico, soprattutto a causa dell'interpretazione letterale del Corano. Dovremmo incoraggiare esperienze come quelle del sufismo o del misticismo sciita. Dovremmo incoraggiare i musulmani a coinvolgersi nell'educazione. Senza essere pessimisti, dobbiamo dialogare con i fedeli di questa religione, poiché lo sviluppo di un islam europeo, che sappia accogliere i valori della nostra civiltà, potrebbe rivelarsi una fonte di ispirazione per gli abitanti dei paesi islamici. Ciò cui occorre prestare attenzione è che i giovani musulmani che risiedono in Inghilterra spesso ignorano la loro tradizione, sono ghettizzati. L'integrazione in queste circostanze non coincide col calpestare la realtà del multiculturalismo, poiché non possiamo accettare elementi contrari alla nostra cultura come la poligamia, perlomeno all'interno del territorio dei nostri paesi. Altrimenti finiremmo col dimenticare cosa voglia dire essere cristiani.



(©L'Osservatore Romano 30 agosto 2008)
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