L'arcivescovo Marchetto sulle conclusioni del congresso di Frisinga

Gli Stati devono ascoltare
la voce degli zingari


di Mario Ponzi

"Noi dobbiamo combattere il razzismo non con le armi ma con l'amore, il lavoro e l'umiltà, provando che, al di là dei nostri difetti, abbiamo anche i nostri valori". È stato il loro momento. Gli zingari sono stati in prima persona protagonisti al congresso mondiale sulla pastorale a loro dedicato a Frisinga. Per quattro giorni hanno ascoltato interventi su interventi, hanno assistito a tavole rotonde, hanno preso coscienza dell'interesse che, nella Chiesa soprattutto, suscita la loro presenza nella società del terzo millennio, con tutti i suoi risvolti, positivi e negativi. Poi hanno preso la parola. Prima che il congresso traesse le sue conclusioni.
Hanno offerto testimonianze "toccanti", come le ha definite l'arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, il dicastero che ha voluto e organizzato il congresso, il sesto di questo genere. Da ognuna di esse è venuto fuori lo spaccato di una realtà spiritualmente ricca, capace di rappresentare, se ben compresa, un valore aggiunto per la società. L'invito del giovane rom a sconfiggere il razzismo "non con le armi, ma con l'amore" è stata la parola conclusiva dei lavori congressuali. La testimonianza di suor Maria Belén Carreras Maya, la religiosa spagnola "gitana" che ha maturato la propria vocazione tra i rom, i sinti, i manousche che hanno riempito la sua giovinezza, è stata quella che ha fatto comprendere sino in fondo il valore dell'opera evangelizzatrice della Chiesa tra i giovani zingari.
Ne abbiamo parlato con l'arcivescovo Marchetto, impegnato nel presiedere il gruppo incaricato di redigere il documento finale.

Cosa resterà di questo congresso?

Io credo che resterà soprattutto il desiderio di conoscere più a fondo, di comprendere la ricchezza delle diversità, di lavorare insieme per un futuro dal quale nessuno si senta escluso.
E resterà l'esemplarità di una discussione, a volte anche accesa, su argomenti estremamente delicati e di pregnante attualità, svoltasi in un clima di serenità e caratterizzata dalla volontà di camminare insieme.
Resteranno anche questioni profonde, sulle quali bisognerà riflettere. Valga per tutte la questione della residenzializzazione, o meglio della semiresidenzializzazione dei gitani, qualcosa che va oltre la loro specifica cultura, ma che diviene centrale in un processo di integrazione. E questa sarà una sfida per la Chiesa. Come lo sarà la scelta di un nome per definire la comunità rom e sinti, estremamente composita, che costituisce parte integrante del popolo di Dio. Ci sono realtà, infatti, molto attente alla fraseologia. Per farle un esempio, l'ingresso nel nostro contesto pastorale delle Filippine, del Bangladesh e di altri Paesi di quell'area dell'Asia hanno fatto conoscere più approfonditamente gli "zingari del mare", popolazioni nomadi che si spostano su carovane di barche. La questione del nome non è di poco conto, soprattutto se certi termini vengono usati in senso dispregiativo o discriminatorio.

Dopo tante riflessioni, discussioni e proposte in un consesso tanto autorevole, cosa in concreto si può chiedere agli Stati, che alla fine hanno in mano le sorti di questi giovani zingari?

Intanto noi abbiamo richiamato le istituzioni internazionali e gli Stati a quelle che sono le loro responsabilità, agli impegni che hanno assunto pubblicamente per quanto riguarda, per esempio, l'istruzione, la casa, il lavoro, la partecipazione alla vita attiva della società da favorire attraverso un dialogo impostato sulla reciprocità dei diritti e dei doveri in un contesto sicuramente di legalità e di giustizia. Abbiamo suggerito in particolare la creazione di centri (i primi saranno centri parrocchiali) che propongano alternativamente occasioni di svago come di studio e di formazione professionale. Questo soprattutto per evitare che i giovani zingari siano facili prede per gente senza scrupoli che li avvii ad attività illecite. Fondamentale io credo però che sia la formazione di persone capaci di proporsi come leader del movimento.
Abbiamo poi raccomandato alla comunità internazionale la promozione di microprogetti realizzabili attraverso microcrediti riservati proprio ai giovani rom e sinti che abbiano serie intenzioni di entrare nel processo produttivo del Paese di accoglienza.

Ci può anticipare quali saranno le conclusioni del congresso?

Ci abbiamo lavorato tutta la notte. Lo presenteremo tra poco all'assemblea che dovrà approvarlo o modificarlo. Quello che le posso anticipare è che il documento finale si articolerà in due parti. La prima riassuntiva di tutte le principali indicazioni venute da questi quattro giorni di lavoro. La seconda sarà costituita da diciotto raccomandazioni, rivolte una parte alla Chiesa e una parte alla società. Il congresso ha innanzitutto ribadito la fondamentale importanza dei giovani, di tutti i giovani, per il nostro comune avvenire. Tutti devono essere considerati nella loro dignità di uomini. Anche gli zingari. Essi stanno vivendo un periodo di grandi trasformazioni. Vanno seguiti e aiutati perché costituiscono una grande risorsa per la società. Bisogna certo evitare le generalizzazioni. A questo proposito abbiamo sottolineato il ruolo che in questo settore svolgono i mass media. Ciò che è risultato impegno della massima urgenza è l'azione. Bisogna agire e in fretta. Come Chiesa ci stiamo muovendo già da tempo. Siamo consapevoli che sugli zingari c'è un progetto di Dio. È importante capire che questi giovani costituiscono, al pari degli altri, il futuro della Chiesa e del mondo. Per questo la pastorale dei giovani dovrà essere ancora più legata alla realtà, all'attualità, alla diversità. È un grande compito anche per le comunità parrocchiali.

Secondo lei gli Stati risponderanno a questo nuovo appello?

Io ho fiducia. Del resto la comunità internazionale va prendendo coscienza che tra le minoranze dei singoli Stati quella zingara è sempre più emergente. Restando in Europa per esempio, io credo che alla fine si debba arrivare a una istituzionalizzazione delle etnie gitane a livello di comunità europea. Questa istituzionalizzazione, del resto, porta con sé anche il vantaggio di poter stimolare i vari Stati che compongono l'Unione affinché prendano coscienza dei progetti comunitari approvati. Potrebbero essere, per gli stessi singoli Stati, un'occasione di crescita ulteriore. Sul piano umano, soprattutto.



(©L'Osservatore Romano 5 settembre 2008)
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