Impegni e speranze dei cristiani in Nicaragua nell'intervista al presidente dei vescovi in visita «ad limina»

La Chiesa non può attendere
Deve andare incontro all'uomo


di Nicola Gori

È il più grande Stato dell'America Centrale, ma anche uno dei più poveri al mondo. I suoi cinque milioni di abitanti, che si professano per l'89 per cento cattolici, devono lottare ogni giorno per la sopravvivenza. Nonostante i terremoti, le inondazioni e le guerre che ne hanno caratterizzato anche la storia recente, il Nicaragua "ha saputo guardare avanti" e il suo popolo "guarda al futuro con speranza". Ne è convinto l'arcivescovo di Managua, monsignor Leopoldo José Brenes Solórzano, presidente della Conferenza episcopale impegnata in questi giorni nella visita ad limina Apostolorum. Nell'occasione il presule ha risposto ad alcune domande sulla situazione ecclesiale nicaraguense.
Tra le priorità pastorali individuate, la necessità di una nuova spinta all'evangelizzazione, rilanciata dal terzo Congresso missionario americano (Cam3), svoltosi di recente a Quito, in Ecuador, sulla scia della quinta Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano e dei Caraibi celebrata ad Aparecida in Brasile nel maggio 2007, alla presenza di Benedetto XVI. "Non si può più attendere - afferma il presidente dei vescovi del Nicaragua -. Occorre andare incontro all'uomo".

Si possono ormai definire lontani gli anni bui della storia della Chiesa in Nicaragua, costretta quasi alla clandestinità dal sandinismo. Com'è cresciuta oggi questa Chiesa?

Attualmente stiamo vivendo una nuova situazione. La nostra Chiesa ha svolto in tutti questi anni un'opera permanente di evangelizzazione. Spesso i dati statistici dicono che la Chiesa cattolica è diminuita numericamente. Possiamo però dire che si è consolidato il numero dei suoi membri attraverso un lavoro permanente di evangelizzazione, i sinodi e i corsi di formazione. Oggi abbiamo un laicato cosciente e preparato. La nostra opera si sviluppa attraverso i delegati della Parola e i catechisti. E si avvale, in modo particolare, di un lavoro che stiamo facendo attraverso la pastorale giovanile. Sentiamo una Chiesa salda nella sua fede, unita pienamente ai suoi vescovi.

Il ricorso costante all'opera dei laici sembra legato anche all'accentuata crisi di vocazioni. Quali problemi comporta una situazione del genere nell'opera di evangelizzazione?

Riguardo alle vocazioni sacerdotali non vi è dubbio che esiste una crisi. Tuttavia, possiamo ringraziare Dio perché ci ha dato un buon numero di sacerdoti, forse ancora non sufficienti. Abbiamo potuto però mantenere un accettabile rapporto tra il numero dei preti e i fedeli. In Nicaragua abbiamo tre seminari maggiori:  quello nazionale Nuestra Señora de Fatima, frequentato da seminaristi di sette giurisdizioni ecclesiastiche, quello arcidiocesano La Purísima, solo per l'arcidiocesi di Managua, e il seminario Redemptoris Mater del cammino neocatecumenale. Nel primo  abbiamo  centotrenta  seminaristi, nel secondo cinquanta e nel terzo trenta.
Non dobbiamo comunque accontentarci di questo:  dobbiamo continuare a lavorare nella pastorale vocazionale e soprattutto a infondere nei giovani il grande desiderio di consacrarsi al Signore, in considerazione dell'influenza che tanti fenomeni, anche negativi, hanno su di loro. Una pastorale vocazionale forte è la nostra grande sfida come Chiesa pellegrina in Nicaragua.

La pesante situazione economica del Paese certamente ricade anche sulla comunità cattolica e provoca ulteriori difficoltà alla missione:  mancanza di strade, di mezzi di comunicazione, di strutture adeguate e così via. Come ovviate a questo stato di cose?

Non vi è dubbio che l'aspetto economico svolga un ruolo importante. A volte abbiamo sentito dire che l'evangelizzazione ha bisogno di denaro. Senza dubbio la presenza dello Spirito, che anima e guida la sua Chiesa, ha bisogno anche dei mezzi necessari per portare avanti l'evangelizzazione. In Nicaragua vi sono contesti umani e religiosi diversi - soprattutto lungo la costa atlantica - che sperimentano molte difficoltà, poiché in realtà mancano i mezzi di comunicazione necessari per poter giungere fino alle comunità più povere.
Ciononostante, attraverso i delegati della Parola che si trovano in ogni comunità e le visite - sebbene non frequenti - da parte dei sacerdoti e anche dei vescovi, si fa in modo che l'evangelizzazione vada avanti, che la nostra missione si compia, anche se non come vorremmo. In ogni caso, facciamo tutto il possibile per essere presenti in ognuna delle nostre comunità.

Le sette costituiscono una sfida in più per il radicamento del messaggio evangelico nella comunità cattolica. Come la affrontate?

Non si tratta di un problema solo del Nicaragua:  è un problema mondiale. Come lo affrontiamo? Attraverso una salda evangelizzazione. In questo momento ci stiamo preparando a lanciare la missione permanente, ossia lo stato permanente di missione promosso ad Aparecida, dove Benedetto XVI ha incontrato tutta la Chiesa che è in America in occasione della v Conferenza dell'episcopato latinoamericano, tenutasi dal 13 al 31 maggio dello scorso anno. Lì abbiamo constatato la necessità di portare avanti la nostra opera attraverso uno stato permanente di missione.
La Chiesa in Nicaragua sta lavorando affinché i fedeli sentano che parte essenziale della loro identità è quella di essere missionari, essere discepoli di Cristo e portare avanti la predicazione, non solo con le parole ma anche con la testimonianza.

Nonostante la scarsezza dei mezzi, la Chiesa in Nicaragua si adopera per essere accanto alla gente nelle difficoltà quotidiane. Quali interventi promuovete per sostenere poveri e bisognosi, per offrire possibilità di formazione e di educazione alle nuove generazioni?

Noi conosciamo le limitazioni imposte dalla povertà che vive il nostro popolo. Tuttavia, attraverso la Caritas - sia quella nazionale sia quella diocesana - cerchiamo di giungere a tutto il nostro popolo, e in modo particolare ai poveri, nei loro diversi bisogni. E ciò anche nel campo dell'educazione. Ci sono le scuole cattoliche, attraverso le quali cerchiamo di formare le nuove generazioni ai grandi valori dell'umanità, che soprattutto Giovanni Paolo II ci ha presentato in diverse occasioni. È un lavoro permanente quello che stiamo svolgendo, in modo particolare nella pastorale giovanile.

In occasione delle calamità che hanno colpito anche di recente il Paese, che aiuto concreto siete riusciti ad assicurare alla popolazione?

Non vi è dubbio che il Nicaragua ha sofferto molto:  terremoti, inondazioni, guerra. Non ha però perso la speranza. Un mese fa, il 1° agosto, il mercato più grande del Paese, il Mercado Oriental, ha subito un incendio, nel quale più di quattordici isolati sono andati distrutti. È bello vedere la gente non perdere la speranza! Il giorno dopo hanno iniziato a rimuovere le macerie e a costruire nuovamente la struttura per ricominciare a lavorare. Il popolo del Nicaragua è un popolo con speranza, è un popolo che sa sollevarsi dalle ceneri, da ogni situazione, dalle calamità naturali o di altra indole, che sono state un flagello per noi. Il popolo del Nicaragua ha saputo andare avanti.

Quale apporto stanno dando all'opera pastorale i religiosi e le religiose?

Vi è una buona collaborazione con i consacrati e con loro lavoriamo in spirito di comunione. Generalmente i religiosi e le religiose sono integrati nella vita pastorale. Abbiamo anche un gran numero di religiosi che si dedicano all'educazione. Possiamo dire che la relazione con i religiosi e le religiose nelle nostre Chiese particolari è abbastanza positiva.

Di fronte alle conseguenze della secolarizzazione, quale atteggiamento assume la Chiesa?

Il problema della secolarizzazione è anch'esso un problema mondiale. Siamo però convinti che, grazie al lavoro che possiamo svolgere a partire dalla missione, se i nostri fedeli si impegneranno a essere veri discepoli e missionari apriranno il loro cuore al Signore. In Brasile il cardinale Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero, ha affermato che, se facessimo un sondaggio sul numero di coloro che hanno ricevuto i sacramenti in America latina, il risultato potrebbe essere che più del 90 per cento sono stati battezzati nella Chiesa cattolica, sono stati confermati e hanno ricevuto la prima Comunione. È però mancata l'evangelizzazione, che è il lavoro principale per contrastare la secolarizzazione. Sappiamo quindi che si tratta di un lavoro nel quale noi - come Chiesa in Nicaragua e in tutto il continente latinoamericano - siamo impegnati. E credo che lo realizzeremo divenendo consapevoli del fatto che la nostra identità è di essere missionari oggi e che la Chiesa non può attendere. Occorre andare incontro all'uomo.



(©L'Osservatore Romano 6 settembre 2008)
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