Intervista a Gary Bouma, sociologo e pastore anglicano

Nell'Australia di oggi
le religioni sono ancora vitali


di Stefano Girola

Il suo ultimo libro - Australian Soul:  Religion and Spirituality in the 21 century, Cambridge University Press, Melbourne, 2006 - ha vinto nel maggio scorso il prestigioso premio annuale dell'Australasian Theological Forum, dedicato a opere innovative di teologia cristiana. L'autore è Gary Bouma, professore emerito di sociologia presso la Monash University di Melbourne e presidente del Comitato dell'Unesco che si occupa delle relazioni interreligiose e interculturali nell'area Asia-Pacifico. Di origini americane, Bouma è anche un pastore anglicano di area liberal. Tra gli aspetti di maggior interesse del suo libro vi è la confutazione della tesi consolidata che in Australia religione e spiritualità sono in costante declino. Con ricchezza di documentazione, Bouma dimostra invece come l'Australia stia vivendo un periodo di autentico risveglio religioso. Lo abbiamo incontrato all'indomani della Giornata mondiale della gioventù di Sydney.

Pensa che la Giornata mondiale della gioventù (Gmg) recentemente celebrata a Sydney avrà un effetto duraturo sulla società australiana e la Chiesa cattolica in particolare?

Sì. Molti giovani credenti si sentono isolati e la Gmg ha offerto loro un'esperienza importantissima e la certezza che essi non sono soli. Ciò creerà i presupposti per una fede più fiduciosa e positiva. Può anche darsi che i giovani diventeranno più esigenti verso la Chiesa, anche se in passato spesso da parte di esponenti del clero si è sottovalutata la loro intelligenza e si è messa in discussione la loro spiritualità.

Il grande successo della Gmg sembrerebbe confermare la sua tesi che i giovani della generazione Y vivono la fede in modo intenso in occasione di eventi eccezionali piuttosto che seguendo la tradizionale periodicità settimanale...

La lunga associazione fra il culto cristiano e la domenica mattina è oggi resa difficile da molti fattori. Nel fine settimana si affollano tantissimi eventi scolastici, sociali e sportivi, che rendono difficile a molti giovani e a molte famiglie di partecipare al culto domenicale. La Chiesa cattolica ha sostenuto per parecchio tempo che la messa del sabato sera equivale a quella della domenica mattina e attualmente vi sono pressioni perché decida in modo analogo sulla messa della domenica pomeriggio. La Chiesa evangelica di Hillsong, a Sydney, è molto popolare fra i giovani pur non svolgendo nessuna funzione importante la domenica mattina.
Inoltre, anche la Chiesa cattolica è chiamata a riflettere profondamente sul fatto che un grande numero dei suoi membri vanno a messa solo a Natale, a Pasqua e in occasione di altri eventi importanti, come appunto la Gmg. La partecipazione domenicale alla messa di tutti i fedeli è un fenomeno che ha caratterizzato fortemente il passato e che richiede un'attenta riflessione.

All'inizio della colonizzazione australiana, i cattolici erano una minoranza discriminata, largamente identificata con la componente irlandese della popolazione. Adesso essi sono il più largo gruppo religioso del Paese. Quale è stato secondo lei il contributo più importante che la Chiesa cattolica ha offerto alla società australiana?

È vero, il cattolicesimo è stato represso e ha subito discriminazioni nel passato. La cultura dominante in Australia ha spesso disprezzato tutti coloro che non appartenevano al protestantesimo britannico e quindi anche i cattolici hanno sofferto per ciò.
Credo che un contributo importante offerto dalla Chiesa cattolica sia stata proprio la sua "alterità". Nel suo ruolo di irriducibile minoranza essa ha aiutato l'Australia nel suo cammino verso una società multiculturale nella quale la differenza non solo è accettata ma viene persino valutata positivamente. Inoltre, la Chiesa cattolica ha dato contributi enormi a tutti i livelli:  nell'istruzione, nelle arti, nella politica, nella musica e persino nello sport.
Il fatto che Daniel Mannix, arcivescovo di Melbourne dal 1912 al 1963, si sia coraggiosamente opposto alla coscrizione obbligatoria durante la prima guerra mondiale ha contribuito a formare il carattere tipicamente australiano, scettico e sospettoso nei confronti di ogni tipo di autorità.

Quali sono secondo lei le sfide più difficili che la Chiesa cattolica deve affrontare in Australia?

Innanzitutto il declino numerico del clero e la questione del contributo delle donne alla vita ecclesiale. La Chiesa cattolica ha anche delle difficoltà nell'assistere la spiritualità dei giovani senza cadere nella tentazione di dominarla. Ci sono anche dei problemi, secondo me, nel modo in cui la Chiesa cattolica affronta il tema della sessualità.

Dalla sua duplice prospettiva di studioso delle religioni e di prete anglicano, come giudica le relazioni fra anglicani e cattolici nell'Australia di oggi?

Pur essendoci delle continue tensioni su alcuni aspetti dottrinali, le relazioni sono in generale positive. Gli anglicani rispettano i cattolici più di quanto facessero in passato. Entrambi i gruppi stanno sforzandosi di scoprire chi siano davvero oggi e in un certo senso hanno bisogno gli uni degli altri per essere forti e sicuri di sé nella loro particolare forma di cristianesimo.

Nel 1983 venne pubblicato in Australia un libro del pastore e autore anglicano Bruce Wilson, intitolato Can God survive in Australia? Cinque anni dopo, lo storico Ian Breward pubblicò un volume dal titolo Australia:  The Most Godless Place under Heaven. Grazie anche a studi come questi, è quasi diventata un cliché la definizione dell'Australia come il Paese più secolare del mondo. Secondo lei queste analisi sono ancora appropriate per descrivere l'Australia di oggi?

Entrambi i libri che lei ha citato si concentrano sugli anglicani e altri protestanti di origine britannica che, fra il 1880 e il 1980, erano le principali denominazioni cristiane in Australia. Tuttavia, questi gruppi religiosi iniziarono a declinare in termini percentuali a partire dai primi anni '90:  per esempio, gli anglicani erano il 43% della popolazione nel 1921, ma oggi sono il 18,5%. Al confronto i cattolici sono cresciuti da meno del 20% fino a raggiungere il 27%, e la loro composizione anagrafica rispecchia la media nazionale, mentre gli anglicani stanno invecchiando in modo preoccupante:  oltre il 40% di loro ha un'età superiore ai 55 anni. Nel frattempo larghe comunità buddhiste, musulmane e indù sono emerse e hanno cominciato a diventare più visibili.
Come sostengo nel mio ultimo libro, non solo Dio è sopravvissuto alle previsioni più pessimistiche, ma è anche in buona salute nell'Australia di oggi. Ovviamente alcuni si riferiscono a Dio come Allah o lo venerano nella forma di Buddha o in una delle miriadi forme di spiritualità praticate in questo Paese, inclusa quella indigena. Quindi ciò che autori come Wilson e Breward stavano lamentando era la fine dell'egemonia culturale e religiosa del protestantesimo britannico. L'Australia è adesso un Paese multiculturale e multireligioso, dove fedi e culture diverse contribuiscono ognuna alla spiritualità e alla salute dell'insieme.

A paragone con altre parti del mondo le relazioni interreligiose in Australia sono state generalmente armoniose e pacifiche, soprattutto a partire dagli anni '60 del secolo scorso. Lei è ottimista sul futuro dell'Australia a questo proposito, oppure ritiene che vi possa essere una crescita dei contrasti fra le varie religioni?

In passato gli australiani sono stati piuttosto rilassati in materia religiosa e ancora oggi non si appassionano ai conflitti religiosi. Nella storia australiana ci sono stati contrasti fra le diverse Chiese cristiane, ma molto raramente ciò ha portato a episodi di violenza. Gli australiani preferiscono risolvere eventuali controversie nelle corti di tribunale e ciò dimostra saggezza e comprensione. Mi aspetto che questa tendenza continuerà anche in futuro. Il risveglio religioso in atto oggi nel Paese potrà creare delle difficoltà in questo campo, ma abbiamo una consolidata tradizione nell'affrontare positivamente problemi di convivenza fra religioni diverse.

Nel suo ultimo libro, lei fa spesso riferimento a una frase del più famoso storico australiano, Manning Clark:  "A shy hope in the heart" (Una speranza timida nel cuore). In che modo questa frase riassume le caratteristiche essenziali della religiosità e spiritualità di molti australiani?

Se viene confrontata con gli Stati Uniti, l'Australia sembra un Paese religiosamente morto, ma ciò non corrisponde alla realtà. Gli australiani vivono la loro religiosità in modo molto tranquillo e pacato e non sono propensi a una pietà competitiva. Ciononostante, molti di loro si considerano spirituali e prendono la religione sul serio anche se, per così dire, "a bassa temperatura". Troppo spesso gli Stati Uniti vengono adottati come lo standard in base al quale giudicare la religiosità degli altri Paesi, ma personalmente non ne vedo la ragione.



(©L'Osservatore Romano 11 settembre 2008)
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