Si apre a Recanati l'XI convegno internazionale di studi dedicati al poeta

L'antropologo Leopardi
alla fine incontra Giobbe


di Claudio Toscani

Istituiti nel 1962 con cadenza quadriennale, i Convegni internazionali recanatesi sono ormai appuntamenti culturali di consolidata tradizione.
Quest'anno, in occasione del settantesimo anno di vita del Centro nazionale di studi leopardiani, e in memoria del suo presidente Franco Foschi, morto di recente, è stato scelto un argomento complesso e ambizioso, che ha richiamato l'interesse di un inatteso numero di studiosi italiani e stranieri. E ha inoltre obbligato il convegno a quattro giornate piene (23-26 settembre), trentacinque interventi (tra relazioni e comunicazioni) e una tavola rotonda conclusiva.
Il convegno ha come titolo "La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi" e i relatori percorreranno gli scritti teorici in cerca di riscontri nelle opere letterarie e d'invenzione.
Il tema della "prospettiva antropologica" si pone quindi come uno dei fattori costitutivi tanto del pensiero quanto della poesia dell'autore dello Zibaldone, delle Operette morali e dei Canti, declinato com'è dal poeta e pensatore in una articolata gamma di modalità anticipatrici delle impostazioni metodologiche di una disciplina che solo in anni recenti ha assunto un proprio specifico statuto.
A Lucio Felici, presidente del comitato scientifico del convegno, abbiamo posto alcune domande.

Come è nata l'idea di dedicare il convegno alla prospettiva antropologica del pensiero e della poesia del Recanatese?

I convegni internazionali leopardiani sono stati istituiti nel 1962. Tutta una prima serie è stata dedicata ai rapporti tra l'opera di Leopardi e gli autori dei diversi secoli della letteratura italiana. Quindi si è proceduto a esaminare altri temi inerenti a vari aspetti interni alla costituzione e all'evoluzione del pensiero e della poesia:  lingua e stile del poeta e del prosatore; il rapporto con le città da lui abitate - ovviamente Recanati, e poi Roma, Firenze, Bologna, Pisa, Milano, Napoli. Quindi la componente "comica", principalmente nelle Operette morali e nei Paralipomeni della Batracomiomachia; la "dimensione teatrale" presente, ancora una volta, soprattutto nelle Operette. Nel 1998, bicentenario della nascita, un grande convegno fu riservato allo Zibaldone, di cui in quell'anno ricorreva, fra l'altro, il centenario della prima edizione (1898), quella curata da una commissione presieduta da Giosuè Carducci.
Questo dodicesimo convegno coincide con un momento particolare della storia del Centro studi. Poco più di un anno fa, nell'agosto 2007, moriva Franco Foschi, presidente del Centro per più di vent'anni. Durante la sua malattia, e per sua volontà, si costituì un comitato scientifico, col compito di dare attuazione ai programmi già definiti e di promuovere altre iniziative, facendo capo alla contessa Anna Leopardi, vicepresidente del Centro, e a Fabio Corvatta, sindaco di Recanati, recentemente eletto nuovo presidente del Centro stesso. Il comitato, da me presieduto, è composto da Luigi Blasucci, Gilberto Lonardi, Alberto Folin, Fiorenza Ceragioli, Emilio Peruzzi, Antonio Prete, Fabiana Cacciapuoti, Franco D'Intino, Ermanno Carini:  tutti nomi ben noti ai leopardisti. Tra i primissimi compiti da affrontare ci sono state le celebrazioni dei settant'anni del Centro, svoltesi nell'autunno 2007; e ora questo convegno internazionale, il dodicesimo. Fra i vari argomenti esaminati, si è scelto quello, proposto da Antonio Prete - "La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi" - un tema impegnativo che tocca la radice dell'opera leopardiana e ha riscosso immediato successo, tant'è che abbiamo ricevuto un centinaio di proposte di interventi da parte di studiosi di ogni Paese.

Tra l'origine etimologica del termine e la sua lunga avventura semantica, come giunge l'antropologia ad attagliarsi al pensiero e alla poesia di Leopardi?

Poiché, alla lettera, "antropologia" significa "studio dell'uomo", il termine risulta, per così dire, molto "largo" e si presta a equivoci. Prima ancora di essere definiti come "antropologia", gli studi antropologici si sono differenziati sostanzialmente in tre direzioni:  studio degli usi e costumi dei popoli antichi e moderni, occidentali, orientali, con uno spiccato interesse per i "primitivi" e le civiltà lontane dall'occidente - etnografia, storia delle tradizioni popolari, esotismo - "antropologia filosofica" - pratica e morale - risalente ad Aristotele, volta allo studio dei comportamenti degli individui in se stessi e nelle relazioni sociali; "antropologia scientifica", volta allo studio delle caratteristiche fisiche delle singole personalità e delle singole etnie, in connessione con altre branche come l'anatomia e la medicina.
In italiano il termine "antropologia" compare per la prima volta nel titolo di un trattato di Galeazzo Capella, umanista al servizio di Francesco Sforza, uscito nel 1533. Poi il termine si diffuse largamente tra Sette e Ottocento. Nei suoi scritti teorici - Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, discorsi, trattati, Zibaldone - Leopardi mostra di meditare con profondità su tutti e tre i campi antropologici ora indicati. L'originalità del suo approccio sta nel risolvere l'antropologia in ontologia - cioè in domanda sull'essere e sull'esistente - al di là di ogni differenza geografica e temporale. In sostanza, la "prospettiva antropologica" è costitutiva tanto del pensiero quanto della poesia di Leopardi. Basti pensare al Canto notturno di un pastore errante dell'Asia:  lo spunto viene dalla lettura di una cronaca sulle usanze, sulla solitudine dei Kirghisi della steppa, ma poi il "pastore" diventa figura universale e atemporale dell'uomo che si interroga sul senso della esistenza propria e di quella dell'intero creato.

Ma allora Leopardi è, riguardo a questa che oggi si codifica come scienza, più moderno di molti antropologi contemporanei.

Quanto meno, Leopardi è moderno al pari dei moderni antropologi. Perché, nel suo attuale statuto, l'antropologia culturale è scientifica, etnografica e filosofica, proprio come l'aveva pensata il grande poeta di Recanati.

Il programma del convegno definisce suggestivo, ma anche insolito, l'argomento scelto. Ma quando si parla della vita e dell'opera del Recanatese non si fa in ogni caso dell'antropologia?

Questa è la prospettiva antropologica del critico, dello studioso. Mentre il convegno si occupa della dimensione antropologica interna alla mente e all'opera di Leopardi.

In dettaglio il convegno prevede motivi antropologici quali il passaggio dall'oralità alla scrittura, l'interesse per le tradizioni popolari e per le narrazioni di viaggiatori ed esploratori, la "felicità" attribuita agli antichi e ai primitivi, il concetto di "società larga" e "società stretta", le idee sul progresso, lo studio della lingua e delle lingue dal punto di vista delle relazioni tra popoli e civiltà fra loro distanti nel tempo e nello spazio, la teoria dell'"assuefazione", la natura del piacere e del dolore, il concetto di "corpo", l'inclinazione dell'uomo al "vago" e all'"infinito". Può approfondire alcuni di questi concetti tenendo presente la rete di possibili riferimenti all'opera critica e creativa di Leopardi?

Ho già portato come esempio la genesi del Canto notturno. Per l'inclinazione innata di ciascuna creatura umana, al "vago" e all'"infinito", si possono indicare L'infinito e Le ricordanze. Sul "corpo" - e il suo fatale degrado operato dalla malattia e dalla morte - rimando alle due "sepolcrali". Ma anche nel Sabato del villaggio si affaccia la connotazione antropologica. La donzelletta, col suo "fascio dell'erba" che reca in mano il "mazzolin di rose e viole" è una figura poetica che racchiude in sé due modi di essere:  l'esser contadina, adusa al lavoro faticoso dei campi, e l'esser giovinetta, ansiosa di apparir bella e seducente. Si pensi poi al tema della "festa" - antropologico per eccellenza - poeticamente riassunto nella Sera del dì di festa, nel Sabato del villaggio e in alcuni versi indimenticabili del Passero solitario.

Ma allora lei avrà sicuramente previsto un intreccio interdisciplinare di relazioni e comunicazioni?

Sicuramente. Il convegno è interdisciplinare:  vi partecipano italianisti e cultori di Leopardi - Antonio Prete, Gilberto Lonardi, Giulio Ferroni e molti altri - antropologi - Pietro Clemente, Luigi M. Lombardi Satriani, Mario Niola - linguisti - Stefano Genuini, Claudio Costa - studiosi del pensiero scientifico - Gaspare Polizzi - filologi classici come Maurizio Bettini, il quale si interessa specificamente dell'antropologia applicata al mondo antico.

Il convegno sembra comunque offrire, pur nella sua peculiare prospettiva, la ricostruzione problematica di un mondo di poesia-pensiero che torna pur sempre sulle contraddizioni, sulle intermittenze dell'essere umano e della natura. Che ci può dire di diverso, dal sin qui ermeneuticamente accertato, su Leopardi e sui temi-problemi a lui rivelatisi insolubili?

È la prima volta che il tema antropologico in Leopardi viene affrontato in modo sistematico, chiamando a parlarne esponenti di varie discipline. Mi auguro che il confronto schiuda nuove vie di interpretazione, in modo che, quando si parla di antropologia per Leopardi, non lo si faccia più in termini generici o approssimativi. Uno strumento in più per arrivare al cuore della sua poesia.

Si giungerà, a suo modo di vedere, nel quadro di questo convegno, a confermare quelle in parecchi casi, ormai, motivatamente respinte immagini correnti di un poeta materialista, ateo, antiplatonico, pessimista o nichilista, e delineare quanto meno un Leopardi, pensatore sì di un nulla religioso, ma mai chiuso alla nostalgia del "Dio nascosto" di agostiniana e pascaliana memoria, e che si riconosce fino all'ultimo nella dolorosa "antropologia" biblica di Giobbe e Salomone?

Le risposte a queste domande sono destinate a rimanere plurime, contrastanti e mutevoli. Per conto mio, credo, come Sergio Givone, che il pensiero di Leopardi sia essenzialmente interrogativo ed enigmatico (e perciò "abissale"). In ciò sta la sua perenne attualità, la sua sintonia con le moderne filosofie antidogmatiche e asistematiche. Leopardi parte dall'empirismo e dal sensismo materialistico, ma li scavalca con l'assillo del dubbio e della domanda. Agostino e Pascal gli sono vicini, così come è presentissima, in tutta la sua opera, la Bibbia:  Giobbe più di Salomone.



(©L'Osservatore Romano 24 settembre 2008)
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