Intervista ad Antonio Paolucci sull'opera di Giovanni Bellini in mostra alle Scuderie del Quirinale

Il pittore che ha inventato le nuvole


di Marcello Filotei

Forse le nuvole in cielo sono apparse nel Quattrocento. Più probabilmente nessun pittore si era accorto prima della loro esistenza. Il primo che ha alzato gli occhi dalla tavolozza e si è reso conto della ricchezza poetica di questi "castelli incantati abitati da fantasmi colorati" è Giovanni Bellini. Ce lo spiega Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani e autore di uno dei saggi presenti nel catalogo della mostra dedicata al grande artista presso le Scuderie del Quirinale.

Dunque il Giambellino apre una nuova prospettiva nella raffigurazione del paesaggio italiano. Parte dall'alto?

Prima di lui nessuno si era accorto delle sfumature di colore che serpeggiano nel cielo nei pomeriggi d'estate. Ma non solo, la più bella aurora, la più bella alba della pittura italiana è nella grande pala che sta nella chiesa di Santa Corona a Vicenza, dove è raffigurato il Battesimo di Cristo. Sullo sfondo ci sono le montagne bellunesi. Il Bellini riesce a cogliere il momento in cui sorge il sole, con le nuvole ferme sull'orizzonte e il chiarore che sale dalla gola profonda dei monti. Questo è il Giambellino, ma bisogna vederlo, non si può descrivere a parole.

Bisogna vederlo, ma in Italia si fanno decine di mostre, perché a questa non si può mancare, che cos'ha di speciale?

È una mostra capace di dare la felicità, perché Bellini è un pittore che scalda i cuori. È il pittore della bellezza, dell'armonia, dei colori che toccano l'anima. Ed è popolare, nel senso che la sua arte è come uno specchio che riflette i sentimenti primari:  gli affetti, la malinconia, lo stupore, la bellezza del paesaggio.

La sua arte è popolare, ma purtroppo per molti il Giambellino è solo il bar frequentato da Cerutti Gino nella canzone di Gaber. E certo in passato non sono mancate le iniziative per portare questo grandissimo autore alla portata di tutti, ma non sembrano del tutto riuscite. Per esempio nel 1949 a Venezia gli è stata dedicata una grande mostra. Quali sono le differenze tra quell'esperienza e quella di oggi alle Scuderie del Quirinale?

Mi rendo conto che molta gente non sa neppure chi sia Bellini. Anche per questo si è prodotto uno sforzo eccezionale, ed stata raccolta praticamente tutta la produzione significativa del Giambellino. L'autore è completamente illustrato ed è tutto in un unico posto. Anche le opere che sembravano inamovibili, come la Pala di Pesaro, con la sua Incoronazione della Vergine alta circa sette metri e larga in proporzione, viene esposta per la prima volta e soprattutto viene riavvicinata alla sua cimasa, raffigurante il Compianto sul Cristo morto, conservata nei Musei Vaticani. La mostra è completa e non a caso è stata allestita al Quirinale, il luogo identitario della patria italiana perché questa è una mostra patriottica, tocca il cuore del Paese, soprattutto attraverso la cura degli sfondi. Bellini è stato il più grande poeta del paesaggio italiano, solo Leopardi e Manzoni sapranno sintetizzare in modo altrettanto profondo la bellezza di uno "sfondo" che oramai non esiste più.

La Pala di Pesaro rappresenta sicuramente uno dei maggiori punti di forza della mostra, forse proprio questa opera chiarisce il ruolo di Bellini come mediatore tra tradizione e modernità, la sua capacità rara di mutare profondamente negli anni la propria indole espressiva.

Questa esposizione e il catalogo dimostrano che Bellini è l'artista che unifica la lingua figurativa degli italiani. Solo lui riesce a metabolizzare la misura formale e proporzionale dei toscani, sposarla con il colore veneto, con la scoperta del "vero visibile", e trarne un linguaggio originale che apre la strada alla grande arte italiana del Seicento. Più di ogni altro il Giambellino riesce a costruire un ponte, una congiunzione tra il colore veneziano e la misura di Piero della Francesca e dei toscani del rinascimento fiorentino. Come ha ricordato Longhi, nella sua lunghissima vita, è morto ultraottantenne, affronta molte trasformazioni dello stile. Incomincia gotico e bizantino, poi diventa mantegnesco e si carica di tutte le asperità e le durezze espressive di una pittura quasi minerale. Dopo l'incrocio con Antonello da Messina e Piero della Francesca diventa addirittura giorgionesco, tanto che il quadro esposto al Musée des Beaux-Arts et Archéologie di Besançones che raffigura l'Ebbrezza di Noè oltraggiato e dileggiato dai figli - un lavoro che si colloca nel primo decennio del XVI secolo - può essere considerato a ragione da Longhi "la prima opera della pittura moderna". In qualche modo dentro c'è già Manet. Il Giambellino attraversa varie ere delle pittura, è sempre all'avanguardia tanto che Albrecht Dürer, a Venezia nel 1506, scrive in una lettera che in Italia è pieno di bravi pittori, ma il più grande di tutti è il vecchio Bellini, il patriarca della pittura.

Qual è il rapporto poetico ed estetico che intercorre tra la cimasa e la Pala di Pesaro e che finalmente si potrà apprezzare in questa mostra che vede le due opere riunite?

È una grande elegia. La cimasa - che non rappresenta la pietà, ma il momento in cui il corpo di Cristo, prima di essere sepolto, viene unto con oli e profumi - è una sorta di andante malinconico. La morte di Cristo è guardata da Nicodemo, dalla Maddalena e da Giuseppe d'Arimatea con profonda compassione, ma anche con consolazione per il rinnovamento dell'umanità che è parte integrante della morte del Redentore. Questa scena è in equilibrio perfetto con l'Incoronazione della Vergine, nella pala, dove il trionfo è incorniciato da un paesaggio che raffigura la Rocca di Gradara e le colline  marchigiane. La Pala di Pesaro fu infatti eseguita per l'altare maggiore della chiesa di San Francesco. Il totale restituisce una visione malinconica e serena al tempo stesso. Molto italiana. Questa è la grandezza del Giambellino.



(©L'Osservatore Romano 29-30 settembre 2008)
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