La realtà dell'Uzbekistan nelle parole del vescovo Jerzy Maculewicz

La consegna
del Vangelo della carità


di Nicola Gori

L'Uzbekistan è costituito da un mosaico di razze e popoli di origini diverse. Se da una parte ciò costituisce un grande opportunità di crescita culturale, dall'altro rappresenta una difficoltà oggettiva in più per la missione evangelizzatrice che la Chiesa cattolica, alle prese, tra l'altro, con i pesanti limiti imposti dalle autorità per lo svolgimento delle attività di catechesi e di culto al di fuori delle chiese. Chiesa di minoranza in un Paese largamente musulmano si dedica in modo particolare all'assistenza dei poveri attraverso opere che non hanno alcun riconoscimento pubblico e anzi devono lavorare quasi in clandestinità. Ne abbiamo parlato con il vescovo Jerzy Maculewicz, amministratore apostolico dell'Uzbekistan, anche lui a Roma per la visita ad limina.

Da missionario a primo pastore della Chiesa in Uzbekistan, lei ha praticamente visto l'inizio del nuovo cammino della comunità ecclesiale nel Paese. Quali sono state le luci e quali le ombre che hanno segnato questa sua esperienza?

È indubbiamente un'esperienza significativa, alla quale mi è gradito accostare il fatto di essere stato uno degli ultimi vescovi nominati da Giovanni Paolo ii, proprio il 1 aprile 2005, alla vigilia della sua morte. È un fatto che in qualche modo ha segnato e segnerà il mio ministero. Avevo visitato per la prima volta l'Uzbekistan quando ero assistente generale dell'Ordine dei Frati minori conventuali. Ma è stato nel corso del mio primo anno da vescovo che ho imparato a conoscere a fondo la sua gente, forgiata da una cultura ricca e quanto mai antica. Samarcanda, per avere un termine di paragone, ha celebrato nell'agosto 2007 i 2750 anni dalla sua fondazione.
Mi sono trovato in un contesto caratterizzato da una grande varietà di razze e culture diverse, a maggioranza musulmana. La Chiesa cattolica era una comunità molto piccola, raggruppata attorno a cinque parrocchie, le stesse attualmente esistenti. Stiamo ora cercando di aprirne altre due ma le difficoltà sono tante, e rispecchiano le stesse difficoltà che vivono quotidianamente i nostri fedeli. Siamo un piccolo gruppo, dunque, che deve anche subire le conseguenze del fenomeno dell'emigrazione:  molti cattolici lasciano l'Uzbekistan, infatti, per motivi economici. Fortunatamente è anche vero che ogni anno si registra anche qualche "entrata" e alcuni di costoro sono cattolici.
Il nostro lavoro pastorale è obiettivamente difficile, nonostante la collaborazione stretta, oltre a un grande aiuto, dell'Ordine dei francescani. Nonostante ciò, abbiamo sempre bisogno di nuovi missionari e di nuovi collaboratori. Un grande aiuto sul piano pastorale ci viene anche dalle religiose. Ci sono nove missionarie della carità di madre Teresa di Calcutta che si occupano dei poveri e dei carcerati. Lavorano anche negli ospedali e aiutano la nostra Chiesa prima di tutto evangelizzando attraverso la carità.

Viste le difficoltà legate alla legislazione sulla libertà religiosa, quali possibilità avete per l'annuncio del Vangelo?

Quello dell'evangelizzazione è un problema, perché nel Paese è in vigore la legge che vieta ogni attività missionaria e il proselitismo. Per questo, siamo costretti a rimanere circoscritti ad agire all'interno delle nostre chiese. Accogliamo e catechizziamo la gente che viene da noi, ma non possiamo annunciare il Vangelo in pubblico. Un'occasione di incontro e di dialogo è offerta dal flusso turistico che interessa la nostra cattedrale di Samarcanda. Un'altra possibilità per venire a contatto con le persone è durante i concerti d'organo che si svolgono nella nostra chiesa.

Come minoranza avete stabilito rapporti di dialogo con i musulmani e gli ortodossi?

Non ci sono molti rapporti a livello ufficiale con i musulmani, ma quotidianamente ne incontriamo molti. Essi hanno una grande stima per le persone credenti. Quando viaggio per il Paese diversi musulmani mi avvicinano e mi pongono delle domande. Le principali questioni sono relative alla nostra fede, come preghiamo, perché per noi Gesù è Figlio di Dio. All'inizio di quest'anno abbiamo promosso anche degli incontri insieme con il nunzio apostolico e il muftì dell'Uzbekistan. Si è trattato di evento storico, perché mai nessuno della Chiesa cattolica lo aveva incontrato. Tre anni fa, con l'ambasciatore di Israele abbiamo anche organizzato un concerto in occasione dei 40 anni della promulgazione della Nostra aetate e abbiamo invitato anche il muftì. Senza questo anniversario, l'ambasciatore israeliano non avrebbe mai potuto incontrare l'autorità musulmana. Con gli ortodossi non abbiamo nessun contatto a livello ufficiale, salvo con alcuni sacerdoti. Abbiamo un buon rapporto invece con i luterani e con la Chiesa armena, con i quali abbiamo pregato insieme durante la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani nella cattedrale di Samarcanda.

Lei prima ci ha parlato dell'opera caritativa che la Chiesa svolge accanto ai poveri del Paese. Ma, visti i limiti imposti, come riuscite a portare a compimento quest'attività?

I problemi sono tanti. Abbiamo cercato di inserirci nell'ambito Caritas ma ancora non siamo riusciti a ottenere un'autorizzazione formale. Nell'attesa promuoviamo piccole iniziative caritative a livello parrocchiale. Anche le missionarie della carità vorrebbero aprire un'altra casa per ospitare le persone convalescenti che lasciano l'ospedale, ma da un anno e mezzo non hanno ricevuto risposta da parte delle autorità.



(©L'Osservatore Romano 2 ottobre 2008)
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