Intervista all'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, Antonio Zanardi Landi,
alla vigilia della visita di Benedetto XVI al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Un incontro di valore particolarissimo


di Francesco M. Valiante

Sarà un incontro tra due personalità di grande esperienza e cultura, estranee a qualsiasi atteggiamento di contesa, impegnate nella ricerca di un'intesa il più possibile profonda e chiara, nel pieno rispetto di ruoli e competenze. Ecco perché avrà "un valore particolarissimo per tutti" la visita di Benedetto XVI al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, in programma nella mattina di sabato 4 ottobre al Quirinale. Ne è sicuro Antonio Zanardi Landi, ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, il quale - in un colloquio con chi scrive e con il direttore del nostro giornale - sottolinea come essa si inserisca in una fase di rapporti bilaterali caratterizzata da "grande concordanza di valutazioni e di impostazioni". Il diplomatico rivela, tra l'altro, che il cerimoniale messo a punto per la circostanza privilegerà il momento del confronto e dello scambio di valutazioni rispetto a quello più strettamente protocollare. E prova a stilare un'ipotetica agenda dei colloqui tra Benedetto XVI e Napolitano:  all'esame soprattutto i grandi temi dell'attualità internazionale - dalla recente crisi tra Russia e Georgia alla situazione dei cristiani nei Paesi mediorientali e in India - ma anche gli sviluppi del dibattito sulla laicità e la questione dell'identità culturale dell'Europa.

Come nasce la visita e perché avviene proprio in questo momento?

Nella prassi dei rapporti internazionali è normale che alla visita ufficiale effettuata da un capo di Stato faccia riscontro una visita di restituzione, che può aver luogo a distanza di qualche mese o di qualche anno dalla prima. Le visite del Presidente Segni a Giovanni XXIII e a Paolo VI, così come quella del Presidente Saragat allo stesso Papa Montini, vennero ricambiate in un arco di tempo compreso tra i sei e i nove mesi. Quella del Presidente Ciampi a Benedetto XVI fu seguita da una visita di restituzione a soli due mesi di distanza, mentre tra la visita del Presidente Scalfaro a Giovanni Paolo II e quella del Pontefice al Quirinale trascorsero ben sei anni. In questo caso la visita di Papa Ratzinger avviene a poco meno di due anni da quella che il Presidente Napolitano gli rese in Vaticano il 20 novembre del 2006 e viene a collocarsi in modo molto opportuno in un momento fortemente dinamico nelle relazioni internazionali. Un momento ricco di possibilità favorevoli, ma anche carico di rischi per gli equilibri geopolitici in molte aree del mondo.

Sono previste novità rispetto al cerimoniale delle precedenti visite?

Per quel che riguarda lo svolgimento dell'incontro e il protocollo che si è messo a punto in questi giorni, si è pienamente accolta l'impostazione della Segreteria di Stato e quella della Prefettura della Casa Pontificia, che hanno manifestato la volontà di privilegiare il momento dei colloqui e dello scambio di valutazioni - oltre a quello dei discorsi che il Papa e il Presidente pronunceranno per l'occasione - rispetto alla parte più formale e protocollare. La quale resta comunque importante per dare un segnale, anche all'esterno, dell'importanza e del rilievo che da entrambe le parti si intende attribuire all'avvenimento.

È possibile ipotizzare già i temi dei colloqui tra Benedetto XVI e Giorgio Napolitano?

A proposito degli argomenti intorno ai quali potrebbero svolgersi i colloqui, si comprenderà che è ben difficile proporre una vera e propria agenda per il Presidente della Repubblica e il Romano Pontefice. È comunque probabile che i grandi temi dell'attualità internazionale facciano da sfondo alla discussione:  penso, specialmente, alla recente crisi tra Russia e Georgia, e alle sue ripercussioni sugli equilibri europei, nonché alla situazione delle comunità cristiane in tanti Paesi del mondo, dal Medio Oriente all'India. Probabilmente anche il dibattito sulla laicità, che in questi ultimi mesi - soprattutto con la recente visita del Papa in Francia - ha conosciuto sviluppi interessanti, potrà offrire spunti per una discussione tra due personalità che si muovono su un livello intellettuale del tutto particolare. Sia il Presidente Napolitano che Benedetto XVI condividono infine un interesse profondo per le questioni attinenti all'Europa e alla definizione della sua identità culturale.

Ci saranno anche altri incontri istituzionali durante la visita?

Parallelamente il Presidente del Consiglio avrà dei colloqui con il cardinale segretario di Stato. Anche qui gli argomenti non mancheranno e potranno spaziare dall'attualità internazionale alle numerose questioni che toccano la vita della Chiesa in Italia. Saranno ovviamente presenti anche i ministri degli Esteri e dell'Interno, così come il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. I Presidenti dei due rami del Parlamento e della Corte costituzionale e gli ex capi dello Stato incontreranno e saluteranno il Papa al suo arrivo al Quirinale.

Qual è lo stato attuale dei rapporti tra Santa Sede e Italia?

Da molti anni i rapporti bilaterali possono essere qualificati come ottimi. E negli ultimi tempi hanno assunto un tono caratterizzato da grande concordanza di valutazioni e di impostazioni. Bisogna ricordare, peraltro, che l'ambasciata si occupa delle questioni attinenti al rapporto internazionale, sia pure molto particolare, che intercorre tra l'Italia e la Santa Sede, e di quelle derivanti dall'applicazione del Trattato del 1929, mentre Palazzo Chigi segue direttamente ciò che attiene alla realizzazione delle prescrizioni concordatarie. Un ruolo importante in tal senso è svolto dalla commissione paritetica co-presieduta da Francesco Margiotta Broglio, per parte italiana, e dal cardinale Attilio Nicora, per parte vaticana.

Ci sono questioni sulle quali si registrano difficoltà?

Si può dire che oggi non esistano problemi bilaterali aperti, anche se molte sono le questioni delicate e importanti trattate dal governo nel rapporto quotidiano con la Chiesa in Italia e con l'importante componente cattolica presente nella società italiana. Il tema principale, oltre a quello dell'"emergenza educativa" più volte segnalato dal Papa, rimane quello della partecipazione dei cattolici alla vita politica:  tema, questo, sul quale il cardinale Presidente della Conferenza episcopale italiana Angelo Bagnasco ha detto parole prudenti, ma anche molto significative e chiare, in più di un'occasione, come nel discorso d'apertura del ventinovesimo Meeting dell'amicizia tra i popoli a Rimini, nell'agosto scorso.

Quali sono invece i punti di maggiore convergenza e collaborazione?

I punti di convergenza sono molti e profondi, anche per quel che riguarda la presenza e l'attività internazionale della Santa Sede e dell'Italia. Mi riferisco, per esempio, alla campagna per l'abolizione della pena di morte portata avanti con tanta energia dal governo italiano negli anni scorsi e certamente vista con grande favore oltre Tevere. Vi è una generale assonanza e un'identità di valori nell'azione per la difesa della pace, per la promozione di un multilateralismo non solo efficace ma anche attento alle ragioni più profonde dell'essere uomo, per il raggiungimento di equilibri che si basino su un'equità e una giustizia di fondo, come sull'impegno per un miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni più svantaggiate.

In questo contesto, che significato assume la visita di Benedetto XVI al Quirinale?

Credo che il senso più profondo dell'incontro del 4 ottobre sia la ricerca di un'intesa quanto più possibile profonda e chiara tra due personalità che danno un contributo personale importantissimo nei rispettivi ambiti di competenza e di impegno:  da un lato, nell'ambito istituzionale, di fronte alle trasformazioni rapide e radicali che si stanno verificando nel nostro Paese e nelle società europee; dall'altro, nelle modalità di azione e di presenza internazionale della Chiesa cattolica. La grande esperienza di entrambi, la profonda cultura, la riconosciuta estraneità da ogni forma di contesa, anche solo ideologica, fa sì che lo scambio di idee fra il Presidente e il Pontefice assuma un valore particolarissimo per tutti.

Anche per chi lo giudica un'ingerenza della Chiesa nella sfera politica e statuale?

Per quel che riguarda i contatti del Presidente della Repubblica, dei Presidenti del Consiglio e quelli del Governo con i massimi esponenti della Chiesa, ritengo siano ormai ben pochi coloro che li considerano un attacco alla laicità dello Stato. Certamente il dibattito interno italiano ha le sue caratteristiche peculiari e può essere fuorviante stabilire dei collegamenti troppo stretti con concetti enunciati in altri Paesi e in altri contesti. Ma non si può non considerare la valorizzazione del concetto di "laicità positiva" da parte del Presidente della laicissima Repubblica francese come uno sviluppo importante, anche su scala europea, destinato certamente a influenzare il dibattito sui temi del rapporto tra Stato e Chiesa. Mi permetto inoltre un'annotazione personale. Nel caso italiano, a quasi ottant'anni dalla conclusione dei Patti Lateranensi e a quarantacinque dalla prima visita di Giovanni XXIII al Presidente Segni, ogni occasione in cui il Papa si reca al Quirinale ha costituto e costituisce tuttora una riaffermazione implicita ma chiarissima dell'indipendenza e della sovranità della Chiesa e dello Stato, "ciascuno nel proprio ordine", così come stabilito nell'articolo 7 della Costituzione italiana. Per il Pontefice, infatti, recarsi nel palazzo che per secoli fu la residenza dei suoi predecessori non può non ribadire il riconoscimento della definitiva chiusura e del superamento - a ogni livello e sotto ogni aspetto - della Questione romana, con la fine del potere temporale.

Sessant'anni fa entrava in vigore la Costituzione italiana, che, recependo i Patti Lateranensi, segnava un punto di incontro tra cattolici e laici con una visione della società basata sulla dignità della persona, la solidarietà, il bene comune. È una prospettiva che oggi può dirsi pienamente realizzata?

Principi fondamentali come quello sancito nell'articolo 7 ben difficilmente si prestano a realizzazioni che portino a risultati per così dire "statici". La loro applicazione necessariamente comporta un elemento di dinamicità, di progresso e di interpretazione conseguente ai mutamenti della società italiana e della gente che abita questo Paese.

Qual è invece il bilancio dei quasi ottant'anni trascorsi dalla firma dei Patti Lateranensi?

Mi sembra che il bilancio vada considerato come ampiamente positivo e perfettamente in linea con il dettato costituzionale, grazie anche all'accordo di modifica del Concordato del 1984.

Ma lo strumento concordatario può essere considerato ancora valido per regolare i rapporti tra Stato e Chiesa o invece - come chiesto da alcune parti - sarebbero opportune modifiche, se non addirittura la sua abrogazione?

Questo valutazione implica un giudizio eminentemente politico, che un funzionario dello Stato, quale sono io, non ritiene di poter esprimere autonomamente. Ma è certo che sia il Governo attualmente in carica sia quello precedente hanno chiaramente e fortemente ribadito che il Concordato è uno strumento ancora valido ed efficace. Non è inoltre un mistero che esso, così come modificato dagli accordi del 1984, abbia costituito e tuttora costituisca un modello per analoghi accordi tra i governi e le Conferenze episcopali di molti Paesi.



(©L'Osservatore Romano 3 ottobre 2008)
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