A colloquio con Luca Francesconi, direttore artistico della Biennale di Venezia

Ascoltare la musica
per imparare ad ascoltare gli altri


di Marcello Filotei

"Navigare in rete è come avere il menù e non potere ordinare gli spaghetti". Secondo il nuovo direttore artistico della Biennale musica di Venezia, Luca Francesconi, è urgente che l'arte torni a riflettere sul mondo a partire dall'eccezionale accelerazione tecnologica degli ultimi decenni.

La rete fornisce una rappresentazione della realtà, ma forse fa perdere di vista la dimensione dell'esperienza diretta, irripetibile e unica.

Siamo di fronte a una sfida epocale lanciata dalla tecnologia. Dobbiamo cercare di capire in che modo la radicale modifica delle coordinate spazio-temporali, conseguenza dell'uso di mezzi di comunicazione e di trasporto sempre più veloci, incidano sul nostro pensiero. Dobbiamo chiederci se questa fase è solo uno dei momenti di cambiamento dell'umanità, o se invece si sia avviato un processo di ridefinizione del rapporto dell'uomo con la realtà. La rete ha creato una situazione per cui non sei più tu a raggiungere gli eventi, ma sono loro che raggiungono te. In questo modo hai l'impressione di avere tutto il mondo a disposizione. In realtà hai una sorta di elenco di quello che accade, un calendario. Puoi accedere a molte informazioni, lacerti di video, qualche foto, esempi musicali, ma questo è lontano dal vivere un'esperienza estetica. Bisognerebbe riflettere a fondo sul fatto che si tratta di viaggi virtuali, in senso stretto.

Da dove cominciamo a ridefinire il rapporto con la realtà?

Se affrontiamo una sfida di questo genere dobbiamo farlo a partire dal riconoscimento e dalla rivalutazione di punti di riferimento precisi, le nostre radici, e vedere in che modo queste si proiettano sul futuro:  è per questo che il tema portante del festival di quest'anno è proprio "Radici Futuro". Uno dei modi che si possono utilizzare, quasi per mappare lo stato della nostra cultura, è lavorare con artisti provenienti da Paesi che si sono affacciati da poco nel mondo occidentale, e hanno quindi visione molto fresca della nostra cultura, spesso la rispecchiano senza pregiudizi. L'Est è rimasto tagliato fuori a lungo dalla cultura europea, a maggior ragione da quella contemporanea. In Russia, per esempio, stanno crescendo generazioni di compositori molto diversi da quelli storici che conosciamo. Uno di questi lo abbiamo invitato, si chiama Dmitrij Kourliandski, vive a Berlino e ha preso delle posizioni radicali, praticamente utilizza quasi esclusivamente rumori. Mi interessa avere una visione dei nostri valori in una prospettiva non influenzata da preconcetti, che ci permetta di rileggere la nostra cultura in modo diverso.

Una ricerca delle radici che passa anche dalla ricerca etnica, attraverso una sezione del festival intitolata "Altre radici", nella quale vengono ospitati gruppi etnici sardi e jazzisti.

Sto sognando un messaggio di nuovo universale, per superare la parcellizzazione di generi inventata dal mercato. In realtà tutta la nostra vita è regolata dal mercato, e ogni dettaglio della nostra esistenza è diventato un segmento del mercato. Questo soffoca la creatività. Il tentativo è quello di rompere i vincoli e andare a cercare lì dove la materia diventa incandescente. Il prossimo anno dedicherò una intera sezione del festival alla musica etnica italiana.

Ma la tecnologia apre anche possibilità espressive nuove, in particolare nell'utilizzo contemporaneo di diverse modalità di comunicazione.

È il campo dell'opera, la più grande macchina multimediale inventata dall'uomo, forse paragonabile solo alla tragedia. Una tradizione straordinaria che andrebbe rilanciata sfruttando a pieno la possibilità di fondere video, luci, musiche e tutte le possibilità espressive che la tecnologia apre in un unica forma espressiva. Sto lavorando con delle istituzioni straniere proprio per fare dell'opera una sorta di laboratorio percettivo polisensoriale, una Bauhaus dei sensi.

E gli italiani?

Io lavoro molto all'estero e quando torno nel mio Paese sono spesso preso dallo sconforto, perché non ci sono opportunità. Alla Biennale cerchiamo di valorizzare le capacità presenti sul territorio, per esempio invitando il Quartetto della Fenice, che ha avviato la sua attività con il concerto del 5 ottobre nel quale ha eseguito un programma legato alla tradizione, con Beethoven, ma anche proiettato verso il futuro con De Pirro e Nono. Allo stesso tempo vogliamo coinvolgere la città. In questo senso si muove l'evento "Fresco", che il 18 ottobre chiude il Festival:  cinque bande si dirigeranno da diversi punti della città verso Piazza San Marco intonando inni nazionali diversi per poi fondersi in un'unica realtà.
Più che un'esecuzione è un'immagine utopica che simbolizza la possibilità degli uomini di mescolarsi. È un modo per uscire dalla concezione classica dell'ascolto, con il pubblico seduto e passivo.
Più in generale occorre recuperare un atteggiamento attivo nei riguardi della musica e soprattutto fare in modo che rientri nel dibattito culturale. I compositori stanno facendo da anni un lavoro di interpretazione della realtà che è antropologico, etico, filosofico oltre che poetico e richiede competenze tecniche eccezionali, anche in campi come la teoria dell'informazione o la fisica, che ormai sono diventati parti integranti della comunicazione attraverso i suoni. Perché questo venga percepito è necessario che il tema dell'educazione musicale torni centrale:  suonare insieme è una esperienza sociale completa, obbliga a concentrarsi sulla propria parte, senza trascurare di ascoltare gli altri, con i quali ci si deve coordinare. Ascoltare la musica per imparare ad ascoltare gli altri.



(©L'Osservatore Romano 8 ottobre 2008)
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