Intervista al presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano

La vitalità del rapporto tra laici e cattolici


Tra Chiesa e nazione un'assonanza profonda

di Marco Bellizi e Roberto Piermarini

Il rapporto profondo tra Chiesa e nazione italiana, il senso del bene comune e del dovere civico, la pratica della legalità, i valori spirituali contro la corsa al denaro e al superfluo:  su questi obbiettivi Chiesa e Stato in Italia possono far convergere i propri sforzi e rispondere all'emergenza educativa presente nel Paese. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - in un'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano", a Radio Vaticana e al Centro televisivo vaticano - parla di "volontà di intervento" comune dell'Italia e della Santa Sede su molteplici temi. Una condivisione di intenti che parte dalla solidarietà, valore fondante di un'Europa che porta "evidentissimi i segni della tradizione cristiana". Lo stesso valore che costituisce anche uno degli elementi di quella tradizione di accoglienza che da sempre caratterizza il popolo italiano, uno "spirito di apertura" che "alla lunga" potrebbe essere intaccato dal "perpetuarsi di predicazioni xenofobe". Il capo dello Stato - ricordando il fondamentale apporto dei cattolici alla maturazione della Repubblica, a partire dall'Assemblea costituente - ha anche parlato delle ipotesi di riformare la Costituzione italiana, della quale quest'anno ricorrono i sessant'anni dall'entrata in vigore. Allontanarsi dalla forma di governo scelta allora, quella di una democrazia parlamentare, può - ha detto Napolitano - "condurre veramente fuori strada" e "in vicoli ciechi". All'intervista, realizzata al Quirinale, erano presenti l'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, Antonio Zanardi Landi, il consigliere diplomatico, ambasciatore Rocco Cangelosi, il direttore dell'Ufficio di segreteria del presidente, Carlo Guelfi, il consigliere per la stampa e l'informazione Pasquale Cascella, il direttore e il vicedirettore del nostro giornale, e il direttore generale della Radio Vaticana e del Centro televisivo vaticano, padre Federico Lombardi.

Signor presidente, che cosa ha rappresentato la visita di Benedetto XVI al Quirinale, per Lei come presidente della Repubblica, e per il popolo italiano?

Direi che ha rappresentato innanzitutto la conferma simbolica e visibile della profondità del rapporto tra la Chiesa cattolica e la nazione italiana. Se guardiamo poi ai contenuti dei discorsi tenuti in pubblico e del colloquio privato - e vorrei dire che sono grato al Pontefice per la estrema cordialità e l'apertura di quella conversazione - la giornata del 4 ottobre in Quirinale ha significato anche un segno importante di assonanza, di affinità di preoccupazioni e di volontà di intervento su temi molteplici, espresse sia dalla Chiesa, dalla Santa Sede, sia dallo Stato repubblicano:  temi di carattere internazionale, sociale, civile e morale.

In particolare, laici e cattolici come possono affrontare insieme l'"emergenza educativa"?

Questo è un tema comune su cui mi è parso giusto mettere l'accento, raccogliendo un'espressione che è dovuta al Pontefice e che oramai è riconosciuta da molte parti come sostanzialmente fondata. Se vogliamo parlare del "chi", dei soggetti, direi che è una responsabilità che ne chiama in causa diversi, ciascuno nel proprio ruolo e nella sua autonomia:  parlo quindi di soggetti che sono la Chiesa cattolica, nella più ricca ramificazione della sua capacità di comunicazione e di guida spirituale, e lo Stato italiano, in primo luogo attraverso la scuola pubblica; e parlo poi anche di una responsabilità del mondo della cultura, di una responsabilità sempre più rilevante del mondo dell'informazione. Se ci chiediamo come dovrebbe realizzarsi questa collaborazione, io penso che si tratti di riconoscersi in un quadro di sforzi e impegni convergenti attorno ad alcuni obiettivi:  il rifiuto della violenza, la cultura e la pratica della legalità, un rinnovato senso del bene comune e del dovere civico, il richiamo a valori spirituali, ideali e morali contro le suggestioni della corsa al denaro e al superfluo, dell'esibizionismo fine a se stesso, dell'avidità e dell'egoismo senza scrupoli. Tutto questo richiede veramente un grande, molteplice impegno che può comporsi verso questi grandi obiettivi comuni.

Lei ritiene che in Italia si stia intaccando lo spirito di accoglienza e tolleranza verso gli immigrati, che ha sempre caratterizzato il popolo italiano?

Ritengo che una risposta affermativa sarebbe eccessiva. Non bisogna generalizzare. Però, certamente bisogna essere preoccupati. Bisogna essere preoccupati perché il diffondersi di paure sproporzionate e irrazionali e anche il perpetuarsi di predicazioni xenofobe contribuiscono a determinare gravi violazioni di questa tradizione di accoglienza e di solidarietà e, alla lunga, possono intaccare questo tradizionale spirito di apertura che caratterizza gli italiani.

A sessant'anni dall'entrata in vigore della Costituzione italiana, è pienamente realizzata la collaborazione tra laici e cattolici nel campo della dignità della persona umana, della solidarietà e del bene comune?

Pienamente, sì, nel senso che non ci sono barriere a questa collaborazione e che c'è veramente un mescolarsi naturale di laici e cattolici a tutela di questi valori. Non direi "pienamente" nel senso che si siano esplorate e messe a frutto tutte le potenzialità di questa collaborazione:  rimane ancora molto da fare.

La libertà della testimonianza della propria fede è una questione che si pone drammaticamente, per esempio, in India. Si può fare qualcosa in più in Occidente per denunciare l'ondata di violenza che nel Paese asiatico sembra non fermarsi?

Credo che si dovrebbe levare più fortemente la voce in Occidente contro questi gravi episodi di persecuzione anticristiana in India, un Paese in cui francamente non ci si aspettava che potessero insorgere:  e non bisogna considerarli dei casi marginali. Naturalmente, la questione più ampia è quella di un forte impegno in Occidente contro ogni forma di fanatismo religioso, per la piena garanzia di libertà di culto; ed è anche quella di un forte impegno  a  coltivare  il  dialogo  tra  le  religioni.

L'incontro con il Papa è avvenuto il 4 ottobre, giorno della festa di san Francesco d'Assisi, modello di una Chiesa al servizio della dignità umana, della giustizia e della solidarietà. Temi che sono in primo piano indubbiamente anche in Europa. Quanto il vecchio continente è fedele a queste radici profondamente cristiane?

"Vecchio continente" è un'espressione, naturalmente, molto impegnativa, perché abbraccia istituzioni, popoli, opinioni pubbliche. Io direi innanzitutto che queste radici sono molto vive nella stessa impresa dell'integrazione europea, della costruzione europea. È stata forse la più grande impresa di solidarietà che si sia realizzata in una parte del mondo. È nata come solidarietà nel segno della riconciliazione tra Francia e Germania, nel senso della realizzazione di un'area di pace nel cuore dell'Europa, là dove era scattata la scintilla di due guerre mondiali. Penso anche a quello che ha detto tante volte Jacques Delors, che è stato uno dei padri della costruzione dell'Europa integrata e che è stato sensibilissimo ai valori cristiani, in special modo a quelli della socialità e della solidarietà. Delors ha sempre detto che la solidarietà è uno dei cardini attorno a cui deve imperniarsi la costruzione dell'Europa unita ("la competizione che stimola, la cooperazione che rafforza e la solidarietà che unisce"). Sì, questi valori sono stati molto vivi nel processo di edificazione delle istituzioni comuni europee. Non bisogna però, oggi, sottovalutare i segni di indebolimento di questa visione e quindi di indebolimento anche della pratica di questi valori nei comportamenti collettivi e individuali, anche perché non possiamo negare che ci sia stato un allentamento della condivisione della scelta europeistica:  sono insorti dubbi, sono insorti e sono stati anche abilmente sfruttati scetticismi. E quindi, bisogna davvero rilanciare nella sua interezza la grande ispirazione della costruzione europea, un'ispirazione che porta evidentissimi i segni della tradizione cristiana.

Lei ha fatto riferimento - in occasione dell'incontro con il Papa - alla "corrosiva" mancanza di etica in politica e in economia. Soffermandoci su questo ultimo aspetto:  com'è possibile, a suo parere, trovare una sintesi fra le logiche del libero mercato e il rispetto dei bisogni fondamentali degli individui?

Innanzitutto, si può rispondere nel senso che si debbano stabilire delle regole, delle regole di comportamento, anche di comportamento etico, all'interno delle istituzioni di governo dell'economia:  pensiamo alle banche, al sistema creditizio. Ma, più in generale, io ritengo che se si cerca una sintesi, in fondo la si trova attorno al discorso sull'Europa, in una formula che oramai è stata consacrata nei trattati europei:  nel trattato costituzionale, poi messo da parte, nel Trattato di Lisbona, di cui si attende l'entrata in vigore, si parla di "economia sociale di mercato", come formula riassuntiva di un grande sforzo di combinazione tra logiche di mercato e principi sociali. Abbiamo avuto tante discussioni in passato sulle "terze vie", sui possibili momenti di incontro tra capitalismo e socialismo. Ma lasciamo stare da parte il passato un po' fumoso di dispute ideologiche di questo tipo:  l'economia sociale di mercato è un'esperienza, non è soltanto una sigla. È un'esperienza che si è realizzata nei Paesi che da primi hanno contribuito al nascere dell'Europa comunitaria:  è nata, in effetti, in Germania, nella Germania democratica governata per molti anni innanzitutto dal partito dei cristiano-democratici, e oramai è stata fatta propria da tutta l'Europa. Bisogna, nelle nuove condizioni, e anche raccogliendo l'impulso drammatico che viene dall'attuale crisi finanziaria ed economica mondiale - come crisi anche, e molto, di comportamenti e di valori etici - puntare su un nuovo slancio per rilanciare questa visione.

Lungo questi sessant'anni, in Italia, la Costituzione materiale è sensibilmente mutata. In che direzione vanno le presenti ipotesi di riforme istituzionali?

Sono davvero presenti concretamente delle ipotesi di riforma? Esistono in effetti delle indicazioni scaturite dal Parlamento, anche in modo piuttosto concorde, al termine della passata legislatura. Per il momento, quelle ipotesi, però, non sono state ancora riprese; e talvolta circolano invece - direi - velleità, ancora una volta, di riscrittura globale, almeno della seconda parte della Costituzione. Io ritengo che queste siano, appunto, velleità. L'esperienza, una lunga esperienza di tentativi infruttuosi, ha dimostrato che un approccio del genere può non portare da nessuna parte o può portare a uno scontro senza esito. Mentre, invece, debbono e possono essere portate avanti delle ipotesi di riforma mirata, di riforma parziale, e queste dovrebbero andare nel senso di rafforzare l'articolazione delle autonomie regionali e locali nell'ambito di uno Stato nazionale che deve mantenere fortemente la sua unità ma superando persistenti vizi di centralismo e di burocratizzazione. E, insieme, c'è una questione che si trascina dai tempi dell'Assemblea costituente, che è quella del rapporto tra rappresentanza e decisione, e quindi anche tra potere legislativo e potere esecutivo. Si scelse la forma della democrazia parlamentare, nell'Assemblea costituente:  credo che quella scelta vada ribadita, che l'allontanarsi da quella scelta possa condurre veramente fuori strada, e in vicoli ciechi. Però, bisogna portare sino in fondo l'impegno che venne soltanto enunciato in Assemblea costituente:  introdurre, cioè, correttivi che garantiscano la stabilità dell'esecutivo, la capacità di governo di chi ha ricevuto la maggioranza e, nello stesso tempo, però, garantiscano, contro ogni degenerazione parlamentaristica di vecchio stampo, un efficace, incisivo ruolo legislativo, di indirizzo e di controllo del Parlamento.

Ecco, a proposito di Assemblea costituente:  i Patti lateranensi avevano già chiuso la Questione romana. Dalla Costituente sino a oggi, in varie fasi politiche, quale è stato il contributo dei cattolici alla maturazione della Repubblica?

Credo che sia una domanda molto impegnativa, perché il contributo dei cristiani in politica, dei cattolici come attori e protagonisti della vita politico-istituzionale della Repubblica è stato fondamentale. E non solo perché per lungo tempo ha avuto una posizione centrale, una posizione - diciamo pure - egemone nella politica italiana e nel governo del Paese, un partito di ispirazione cattolica - si potesse o no definirlo correttamente il "partito cattolico" o il "partito dei cattolici", cioè la Democrazia Cristiana. Ma anche perché noi abbiamo avuto un ricchissimo contributo di posizioni di pensiero e di movimenti sociali di ispirazione cattolica:  correnti che erano già presenti - come correnti, appunto, di pensiero cattolico - nell'Assemblea costituente. Io ho più volte ricordato l'apporto dei quattro "professorini", come vennero chiamati i protagonisti politici maggiori per parte democristiana nell'Assemblea costituente:  Fanfani, La Pira, Dossetti, Moro. Ma poi ci furono grandi contributi anche di studiosi di parte cattolica e democristiana come Costantino Mortati, che è stato effettivamente uno degli estensori, uno degli autori della Costituzione. Ma al di là di questo, passata la stagione dell'Assemblea costituente, noi abbiamo avuto uno sviluppo robusto del pensiero cattolico in molti campi. Io penso anche al pensiero cattolico sui temi dell'economia, specie sui temi dell'intervento pubblico in economia:  sono stato molto legato anche nel rapporto personale, e comunque nell'attenzione per il suo pensiero, a Pasquale Saraceno, per fare un nome che adesso magari si ricorda raramente e che pure è stato un punto di riferimento. Poi, movimenti sociali, cattolici, perché non ci sono soltanto movimenti politici, il partito o i partiti, di ispirazione cattolica; e noi dobbiamo ricordare che cosa siano stati sia i sindacati, che hanno tratto dal magistero della Chiesa una fonte della loro ispirazione, come la Cisl, sia grandi associazioni non sindacali di lavoratori cattolici, come le Acli. Insomma, ci sarebbe da scrivere un libro, non da dare una risposta in un'intervista.



(©L'Osservatore Romano 11 ottobre 2008)
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