A colloquio con Andrzej Maria Deskur, il porporato legatissimo a Wojtyla

Il mio amico Karol


di Wlodzimierz Redzioch

Subito dopo l'elezione di Giovanni Paolo II, successe un fatto inusuale:  il nuovo Pontefice si recò privatamente, senza la grande pompa che di solito accompagna tali eventi, all'ospedale Gemelli per visitare il suo amico colpito da ictus. Fu il primo "viaggio" del Papa a Roma. In quell'occasione Egli pronunciò un breve discorso, in cui diceva tra l'altro:  "Sono venuto qui per visitare il mio amico, il mio collega, il vescovo Andrzej Deskur, presidente della Pontificia Commissione delle Comunicazioni Sociali, da cui ho ricevuto tanto bene e tanta amicizia, e che da qualche giorno, dal giorno precedente il conclave, è finito in ospedale in gravi condizioni. Volevo fargli la visita, ma non soltanto a lui, anche a tutti gli altri ammalati". In questo modo il mondo ha scoperto l'amicizia di due grandi Polacchi:  Karol Wojtyla e Andrzej Maria Deskur.
Il cardinale Andrzej Maria Deskur - un nobile polacco d'origine francese - è stato uno dei più importanti personaggi polacchi della Curia romana. Dal 1952 il suo nome è legato ai pontifici dicasteri che si occupano dei mass media (prima alla Pontificia Commissione per la Cinematografia, poi alla Pontificia Commissione per le Comunicazioni Sociali e finalmente al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali).
Deskur è stato teologo del concilio Vaticano ii e membro della commissione che preparò il Decreto conciliare Inter mirifica sugli strumenti della comunicazione sociale. È stato anche uno dei promotori della Sala Stampa della Santa Sede; grazie ai suoi sforzi si fece la prima trasmissione via satellite a carattere religioso ed è nata la stazione radio "Radio Veritas" che trasmetteva i programmi religiosi per Asia e Oceania. Ha visitato più di settanta Paesi per sensibilizzare i vescovi di tutto il mondo ai problemi della moderna comunicazione religiosa, insomma è stato uno di quegli ecclesiastici che hanno introdotto la Chiesa nel nuovo mondo delle comunicazioni di massa.
In tutti quegli anni è rimasto in contatto con il suo vecchio compagno di seminario Karol Wojtyla. Di questa amicizia abbiamo parlato con lui in occasione del trentesimo anniversario dell'elezione dell'arcivescovo di Cracovia che per il porporato coincide con il medesimo anniversario della malattia che lo tiene prigioniero sulla sedia a rotelle e a letto.

Eminenza, quando ha conosciuto Karol Wojtyla?

Conobbi Karol Wojtyla già nel lontano 1945 a Cracovia. Studiavamo insieme nel Seminario Metropolitano:  io al primo anno, lui al quarto. Nel 1946 si sparse la notizia che Wojtyla sarebbe stato ordinato sacerdote entro l'anno e mandato a studiare all'estero. Fu un grande riconoscimento per lui ma nessuno lo invidiava perché tutti gli volevano bene e riconoscevano la sua grande intelligenza, la solida preparazione e la profonda spiritualità. Durante gli studi abitavamo insieme, quindi ci conoscevamo bene. Mi ricordo che tutti volevano uscire con lui durante le nostre passeggiate settimanali perché si tornava arricchiti. Un giorno qualcuno dei colleghi ha scritto sulla porta della sua stanza:  "Karol Wojtyla:  futuro santo". Sembrava uno scherzo, ma in verità rifletteva l'opinione che già allora avevamo del giovane Wojtyla e adesso, sessanta anni dopo e con il processo di beatificazione in corso, questo fatto diventa simbolico.
Alla vigilia della sua partenza, Karol venne da me per chiedermi se non era una cosa rischiosa mandare all'estero un giovane sacerdote, come lui. Gli risposi:  "Dio non corre mai nessun rischio, perché tiene tutto nella Sua mano. Non ti preoccupare:  nella Sua mano tiene anche te".

E così Wojtyla partì per Roma. Ma anche lei nel 1950 fu inviato prima a Friburgo per gli studi di teologia morale e dopo a Roma per studiare alla Pontificia Accademia Ecclesiastica. Wojtyla invece, finiti gli studi all'Angelicum, tornò a Cracovia. Vi siete persi di vista?

Non esattamente. Ci siamo incontrati durante i lavori del concilio Vaticano ii. Io ero teologo conciliare, lui, arcivescovo di Cracovia, padre conciliare. Andavo con lui a tutte le riunioni delle commissioni di cui era membro. Monsignor Wojtyla era ben visto dappertutto perché aveva un tratto di carattere molto apprezzabile:  non era polemico. Con lui non si poteva litigare perché nelle discussioni contavano soltanto gli argomenti.

Quando morì Paolo VI e, subito dopo, Giovanni Paolo I, lei aveva già una grande esperienza curiale e conosceva bene i cardinali riuniti nel nuovo conclave. Si aspettava l'elezione di un cardinale non italiano?

Non soltanto mi aspettavo l'elezione di un cardinale non italiano, ma di un concreto porporato, il cardinale Karol Wojtyla. Vorrei spiegarmi meglio:  si sa che il nuovo Pontefice viene eletto dai cardinali, ma, in un certo senso, il suo grande elettore è anche il suo predecessore che sceglie i membri del Collegio Cardinalizio, determinando il risultato del conclave. Paolo VI apprezzava molto il cardinale Wojtyla e, direi, che in qualche modo lo preparò per succedergli. Prima, lo volle predicatore degli esercizi spirituali in Vaticano per la Curia Romana per far conoscere il suo grande sapere e la profonda spiritualità. Poi lo nominò relatore del Sinodo sull'evangelizzazione. Era una sorpresa per tutti perché ci si aspettava un relatore da qualche Paese di missione. Ma in questo modo anche i cardinali del Terzo Mondo poterono conoscere l'arcivescovo di Cracovia e apprezzare il suo zelo pastorale e missionario. Non è di poco conto il fatto che Paolo VI incoraggiava Wojtyla a viaggiare per il mondo per conoscere meglio la realtà delle Chiese locali.

Quando Giovanni Paolo II apparve per la prima volta sulla loggia della basilica di San Pietro, lei si trovava nel letto dell'ospedale Gemelli:  l'inizio del Pontificato del suo amico coincide con il suo dramma personale...

Devo ammettere che quando all'ospedale capì che sarei stato paralizzato per sempre, rimasi scioccato. Anche se, nel mio caso, non si può parlare delle sofferenze fisiche:  il paralitico è una persona imprigionata dal corpo, priva di libertà. Soltanto la preghiera mi permise di superare quel momento difficile e accettare la mia invalidità.
Quando dopo le cure sono tornato a casa e sono andato in pensione, lasciando l'incarico della presidenza del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, ricevetti una lettera personale del Papa che cominciava con la frase:  "Adesso sai qual è la tua missione nella Chiesa". Si trattava della missione della preghiera, la missione di tutti gli ammalati e i sofferenti. Il Papa mi aiutò tanto con quella lettera.

La sua malattia vi impediva di mantenere i vostri consueti stretti rapporti personali?

Per niente. Ogni domenica pranzavo con lui nel suo appartamento e ogni tanto veniva lui da me (la festa di sant'Andrea era il nostro appuntamento fisso a casa mia).

Giovanni Paolo II non la voleva disoccupato:  la nominò presidente della Pontificia Accademia dell'Immacolata. Che compito le ha affidato?

La Pontificia Accademia dell'Immacolata si occupa degli studi dei dogmi e del culto mariano, ma anche del lavoro pastorale. Giovanni Paolo II ci teneva tanto al lavoro dell'Accademia perché volle ripristinare nella Chiesa la degna venerazione della Madre di Dio, il cui culto fu indebolito dell'erronea interpretazione degli insegnamenti del concilio Vaticano ii. Secondariamente, il Santo Padre era convinto che la nuova evangelizzazione passava anche attraverso i santuari mariani. L'Europa è da sempre la "terra della Madonna" disseminata dei suoi santuari, centri di spiritualità. Mi ricordo le parole di Karol Wojtyla, quando era ancora arcivescovo di Cracovia:  "I santuari mariani sono un capitale della Chiesa perché sono i luoghi dove si proclama la Parola di Dio e si dispensano i sacramenti, sono centri di preghiera e di raduno dei fedeli nell'ambiente più ampio che la parrocchia; sono luoghi, dove le esperienze del pellegrino s'intrecciano con il mistero di Maria, e le esperienze della nazione, della patria, della regione incontrano l'amore della Chiesa e della Sua Madre".

Per nove anni lei è stato membro della Congregazione per le Cause dei Santi. Si accusava Giovanni Paolo II d'aver proclamato troppi santi e beati. Il Papa come rispondeva a tali critiche?

Quando gli parlavo di tali critiche, mi rispondeva tranquillamente che la Chiesa esisteva per far sì che ci fossero i santi. Non c'è mai abbastanza santità nella Chiesa!

Per tanta gente anche Giovanni Paolo II è già un santo...

La Chiesa ha le sue procedure per la canonizzazione ed è bene che ci siano, ma io ho sempre in mente la scritta sulla porta del giovane seminarista di Cracovia:  "Karol Wojtyla:  futuro santo".



(©L'Osservatore Romano 16 ottobre 2008)
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