Intervista a Gian Franco Svidercoschi

Suggerì ai vaticanisti
come essere più giornalisti


di Raffaele Alessandrini

Il 1978 fu un anno denso di fatti rilevanti per l'informazione:  vaticana - la morte di Paolo VI, il pontificato brevissimo di Papa Luciani, l'elezione di Giovanni Paolo II - ma non solo vaticana. Basti pensare agli eventi che avevano agitato la stessa Italia - il caso Moro su tutti - e cioè il Paese per natura geografica e per storia, più prossimo alla sede apostolica. Testimone del clima di quei giorni è il giornalista vaticanista Gian Franco Svidercoschi, già vicedirettore del nostro giornale, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Come fu accolta dal mondo dell'informazione l'elezione del Papa polacco?

Fu una sorpresa per tutti. Una sorpresa positiva. Colpì anzitutto l'insospettata capacità reattiva e di autorinnovamento di una Chiesa - considerata in una posizione di progressiva emarginazione rispetto alla società del tempo - che di fronte all'impossibilità di esprimere un altro Papa italiano non esitò a proporre un nome tanto inatteso che, per di più, proveniva dal cuore stesso dell'impero sovietico. Nel rivedere le registrazioni televisive di quel 16 ottobre, è istruttivo osservare le reazioni della platea dopo l'Habemus Papam del cardinale protodiacono Pericle Felici. Prima l'applauso caloroso che saluta l'elezione del nuovo Pontefice; poi all'annuncio del nome, una pausa impercettibile di silenzio - è straniero, è africano? Quindi un rapidissimo passaparola che percorre la moltitudine - è polacco! è polacco! E si leva un nuovo prolungato applauso. Perfino taluni giornalisti laici commentando l'evento parlarono di una manifestazione della "creatività dello Spirito". Peraltro, trascorsi i primi giorni, non sarebbero mancati perplessità e timori da parte di un certo versante culturale. Faceva paura evidentemente la figura di un Papa in grado di conoscere a fondo, e dall'interno, il mondo sovietico. Ricordo personalmente come perfino uno spirito liberale e di raffinata erudizione quale Giovanni Spadolini, politico e giornalista - in visita al mio giornale di allora, tre giorni dopo l'elezione - paventasse il rischio di squilibri tra Occidente e Oriente. In realtà la novità del pontificato sarebbe stata proprio nel rigetto di tutte le "verità" e le sicurezze convenzionali vigenti; e cioè che l'Europa dovesse per forza rimanere divisa; che la Chiesa fosse ormai condannata a una posizione di emarginazione e di subalternità di fronte alla società secolarizzata; che un dialogo con i giovani da parte della Chiesa fosse impossibile.

Quali sono stati gli elementi principali che hanno fatto considerare Giovanni Paolo II un uomo mediatico a prescindere dal suo essere stato il primo Papa non italiano dai tempi di Adriano vi?

Giovanni Paolo II è stato sicuramente un grande comunicatore, ma non solo nel senso che di solito si accosta al termine. Che il giovane Karol Wojtyla fosse stato attore è cosa nota; egli stesso poi, nel libro Dono e mistero, tiene a sottolineare l'importanza degli studi sul personalismo. Ma il suo modo di fare comunicazione si traduce soprattutto in passione per l'uomo. Si tratta di una dimensione non riducibile in schemi rigidi. Ricordo un giorno particolare a Fatima:  quando tutte le televisioni del mondo erano su di lui. Un altro forse non avrebbe perduto l'occasione di levare la voce di fronte a una platea così universale. Lui invece si mise in ginocchio a pregare. Fu l'atteggiamento più astruso e paradossale che si potesse concepire sul piano mediatico:  venti minuti di silenzio. Ma il messaggio giunse al cuore dell'umanità. Del resto Papa Wojtyla sapeva essere grande comunicatore da missionario in tutti i Paesi del mondo e, soprattutto con i giovani, perché il suo stile era esplicito e diretto. Non faceva sconti. Chiamava i giovani all'impegno e alla responsabilità con un trasporto e con parole che essi non erano più abituati a sentire a scuola, né in famiglia, e talvolta, neppure in chiesa.

Il riferimento alla dimensione umana della comunicazione è presente fin dagli inizi del suo magistero a partire dalla Redemptor hominis...

Il rapporto stretto tra il mistero di Cristo e la verità dell'uomo è il grande tema della prima enciclica di Giovanni Paolo II e deriva direttamente dal concilio Vaticano ii. Quando il Papa definì l'uomo "via della Chiesa" taluni ambienti teologici paventarono una deriva antropocentrista. In realtà l'umanesimo della Redemptor hominis è tutto fondato sul rapporto di amore tra il Creatore e la sua creatura che si personifica in Cristo. Di qui si diparte il grande disegno del nuovo umanesimo di Giovanni Paolo II relativo a quei cinque grandi temi della vita quotidiana di cui tratta la seconda parte della Gaudium et spes, alla cui preparazione molto aveva, a suo tempo, contribuito da padre conciliare, Karol Wojtyla. Temi che rappresentano tutto un programma di magistero sociale:  la vita e la famiglia; la giustizia e il lavoro; la cultura e la modernità; la libertà e la politica; la pace internazionale.

Il pontificato di Papa Wojtyla - è stato detto più volte e, forse, non sempre a proposito - si colloca come spartiacque storico rispetto al passato non solo per aver introdotto la Chiesa nel terzo millennio. In quali termini, alla luce di ciò, è cambiata anche l'informazione religiosa?

Il carattere missionario del pontificato di Giovanni Paolo II, a cominciare dalla sua stessa elezione è venuto a porsi come segno tangibile e concreto dell'universalità della Chiesa annunciata dal Vaticano ii. Lo stile missionario e itinerante, l'apertura a tutte le culture della terra hanno costretto l'informazione religiosa, prima tendente a soffermarsi troppo sugli aspetti interni della Chiesa istituzionale, a interessarsi di tutti i popoli. I giornalisti si sono così trovati costretti ad allargare a dismisura i loro interessi. Ai tempi del concilio i giornalisti solevano mettersi in caccia dei "segreti" delle stanze vaticane. Ora il messaggio, la notizia, andava colta là dove il Papa aveva deciso di andare. Giovanni Paolo II stesso - ricordo personalmente - nel corso di un'intervista, sottolineava l'accentuazione profondamente diversa di un discorso a favore della pace fatto a Hiroshima rispetto a un analogo discorso fatto in altri contesti. Una situazione che per essere raccontata richiede evidentemente una presenza diretta.

Si direbbe che Giovanni Paolo II abbia voluto richiamare i giornalisti a vivere in modo compiuto la loro professione.

È proprio così. Papa Wojtyla in un certo senso coinvolgeva tutti nella sua missione evangelizzatrice. Ricordo in occasione del Giubileo straordinario della redenzione 1983-1984 che, rivolgendosi ai giornalisti, egli li chiamava "compagni di viaggio" auspicando da un lato la necessità doverosa da parte della Chiesa di essere sempre trasparente come una "casa di vetro", e d'altra parte che quanto di essa si vede venga poi raccontato con veridicità e senza pregiudizi.



(©L'Osservatore Romano 16 ottobre 2008)
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