A trent'anni dall'elezione di Giovanni Paolo II il suo amico Stanislaw Grygiel ricorda l'attenzione del giovane Wojtyla per i laici

Imparò a conoscere le persone vivendo con loro


di WLodzimierz REdzioch

Filosofo, giornalista, allievo di Karol Wojtyla all'Università Cattolica di Lublino, Stanislaw Grygiel torna a riflettere sulla figura di Giovanni Paolo II a trent'anni dalla sua elezione al soglio pontificio. Amico personale del Papa polacco, e docente di Antropologia Filosofica all'Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, Grygiel è uno fra i più acuti pensatori contemporanei. Dal 1981 vive a Roma dove ha fondato, assieme ad altri, la rivista "Il nuovo aeropago".

Per capire l'atteggiamento di Giovanni Paolo II verso i laici bisogna conoscere l'attività pastorale di Karol Wojtyla, sacerdote prima e poi vescovo a Cracovia. Lei, professore, è stato legato al futuro Pontefice da legami di amicizia. Che cosa bisogna conoscere circa il lavoro pastorale di Wojtyla con i laici in Polonia?

La vita e il lavoro dell'uomo dipendono non solo da lui ma anche dall'humus che è costituito dalla storia, dall'ambiente e dalla cultura. Molto già è stato detto della storia e della cultura polacche, senza le quali non è possibile comprendere né la persona di Giovanni Paolo II né la sua azione pastorale. Poco conosciuto è invece l'ambiente di Cracovia, le persone decisive nella sua vita. Prima di tutto occorre ricordare la figura di Jan Pietraszko, grande sacerdote e vescovo, oggi servo di Dio, che in qualche modo mostrò al giovane sacerdote Wojtyla la via che conduce ai giovani. Giovanni Paolo II stesso ne diede testimonianza nel telegramma inviato a Cracovia alla morte del vescovo:  "Tu mi hai aperto la via che porta a loro". Ricordo una cena dal Papa con il vescovo Pietraszko, che gli aveva portato in dono l'ultimo suo libro. A un certo punto il Papa gli disse:  "Vescovo Jan, io imparo la teologia da te". Monsignor Pietraszko rimase assai perplesso e uscendo dall'appartamento pontificio chiese a me e a mia moglie:  "Ditemi, il Papa l'ha detto sul serio, oppure scherzava? I miei libri sono per i parroci!". Ma il Papa, parroco del mondo intero, non aveva scherzato. Pietraszko è stato uno dei più grandi maestri della fede che la Chiesa polacca abbia avuto nel secolo scorso.

In che cosa consisteva il metodo pastorale di monsignor Pietraszko?

Non aveva alcun metodo concettualmente elaborato. Semplicemente, era sempre presente a noi giovani, in chiesa e fuori. Pregava con noi, pranzava con noi, meditava con noi, si divertiva con noi. Guardandolo, vedevamo in lui un modo affascinante di essere nel mondo. Affascinati, cercavamo la sorgente dalla quale egli, in ginocchio, attingeva l'acqua. Dal sacerdote che non sta in ginocchio si può imparare a bere dalla bottiglia bevande elaborate, artificiali, mai a bere pura acqua sorgiva. Sono loro due, Giovanni Paolo II e il vescovo Pietraszko, che ci hanno fatto vedere come la cultura consista nel saper coltivare la terra sulla quale l'uomo cresce e matura "per risorgere", secondo l'espressione di un grande poeta polacco spesso da loro citato, Cyprian Kamil Norwid. La cultura, ci dicevano, non si riduce all'erudizione. Anzi, nulla vi è di più pericoloso per la società degli eruditi privi della cultura che è "per risorgere". La cultura è pasquale o non è cultura. Grazie al loro essere con noi nacque una profonda amicizia, oserei dire un'amicizia per sempre, non solo tra loro e noi ma anche tra noi stessi. In quest'amicizia l'aiuto o, se si preferisce, il lavoro pastorale era reciproco. Loro aiutavano i giovani e i giovani aiutavano loro a cercare Dio e a camminare verso di Lui. L'agricoltore cresce e matura insieme con le piante affidate alla sua cura. Questo i due nostri vescovi lo sapevano perfettamente. Tra gli amici non ci sono barriere. Loro erano sempre accessibili e disponibili per noi. Potevamo andare quando volevamo. Si poteva bussare alla loro porta anche di notte. Le pecore non chiedono udienza ai loro pastori, li seguono giorno e notte. Se non sono in condizioni di farlo, è segno che sono pecore senza pastori.

Lei parlava della pastorale dei giovani, ma il futuro Pontefice si occupava anche delle famiglie, degli studenti, degli intellettuali.

Ho detto che i due vescovi crescevano e maturavano insieme con i giovani. Ma i giovani si sposavano e di conseguenza loro dovettero imparare a stare con gli sposi, e poi con i loro figli, che consideravano come dei nipoti spirituali. Don Wojtyla iniziò la propria attività pastorale con i giovani che facevano i chierichetti nella parrocchia di San Floriano a Cracovia. Con il tempo, da studenti i giovani si trasformarono in professori, medici, avvocati. Come anche Pietraszko, egli si vide allora "costretto" a fare la pastorale dei professori, dei medici, degli avvocati, dei giudici e così via. In questo modo, estendendo la propria azione pastorale, questi nostri vescovi ebbero l'opportunità di comprendere in modo originario, dalla realtà viva piuttosto che dai libri, cosa significhi il termine "laicato". Soprattutto attinsero "alla sorgente" la verità del matrimonio, della famiglia.

Non è possibile insegnare queste cose in seminario?

A vivere si impara vivendo. A fare facendo. Il problema è se i superiori del seminario sappiano o meno essere insieme con i seminaristi. Se sappiano coltivare quella terra sulla quale loro stessi e i seminaristi abbiano la possibilità di crescere e maturare. La pastorale non è una teoria ma una convivenza. Le teorie sono da mandare a memoria. La pastorale esige la saggezza che nasce negli uomini presenti l'uno all'altro. La conoscenza delle teorie può anche ostacolare la presenza reciproca delle persone, cioè le teorie della pastorale possono distruggere la pastorale stessa. Sulla pastorale si può discutere, fare convegni, pubblicare tanti documenti, ma la vera pastorale è lo scambio dei doni tra il sacerdote e il fedele. Questo Wojtyla lo sapeva molto bene.

In che modo la mancanza della libertà religiosa nella Polonia comunista influiva sui metodi pastorali della Chiesa?

Negando alla Chiesa ogni forma di attività pubblica, il regime comunista l'aveva paradossalmente costretta a vivere nelle relazioni puramente personali. Il nostro "essere insieme" lo dovevamo nascondere, poiché la polizia cercava di ostacolarlo e addirittura di distruggerlo. Grazie anche a questo, nella semiclandestinità, i rapporti di amicizia, di reciproca fiducia, diventando sempre più forti, ci rivelavano la bellezza della Chiesa, bellezza che ci rendeva liberi da tutto quello che è solo da possedere. Dio si serve anche di coloro che Lo negano.

Lei apprese la notizia dell'elezione del "suo" arcivescovo alla cattedra di Pietro a Cracovia e seguì i primi mesi del pontificato in Polonia. Che impatto ebbe l'elezione di Karol Wojtyla sulla vita dei cattolici polacchi?

Posso soltanto ripetere cose già note. La prima reazione dei polacchi fu di gioia, ma gioendo si resero conto delle nuove possibilità che quella notte si erano aperte alla loro patria, alla loro Chiesa. Compresero che d'allora in poi la Chiesa non avrebbe più dovuto svolgere il proprio lavoro pastorale nella semiclandestinità. I cattolici diventarono più coraggiosi e audaci:  ne furono segno eloquente le manifestazioni popolari per le strade del Paese che, senza che alcuno avesse chiesto il permesso, durarono tutta la notte del 16 ottobre del 1978. Mi ricordo le discussioni di quella notte con gli amici:  eravamo convinti che le frontiere della Polonia verso l'Occidente si sarebbero aperte e che prima o poi anche politicamente la Polonia sarebbe uscita dal blocco comunista. Prima si pensava che il comunismo sarebbe durato ancora generazioni, visto come gli intellettuali e i politici occidentali si lasciavano sedurre dalle parole e dal denaro della polizia segreta sovietica:  quante volte proprio loro avevano tentato di convincerci che dovevamo adeguarci al comunismo! Fu il primo pellegrinaggio del Papa in Polonia nel 1979 a risvegliare nei polacchi la speranza un po' assopita da oltre quarant'anni di comunismo. In breve, in questi primi anni del pontificato cominciò a intravedersi l'aurora dei tempi nuovi, e non solo per la Polonia.

Giovanni Paolo II portò con sé a Roma tutto il bagaglio delle esperienze pastorali. Potrebbe spiegarci come questo fatto influì sul suo grande impegno nel campo della pastorale della famiglia, dei giovani, degli ambienti intellettuali e politici?

A Roma il cardinale Karol Wojtyla continuò a essere con gli altri come a Cracovia. Non cambiò nulla nel proprio comportamento. Non imponeva se stesso ad alcuno e d'altra parte non si chiudeva in quello che io chiamerei "isolamento pontificale". Per questo poteva assorbire la fede, la speranza e l'amore di tutti quelli che Dio affidava al suo lavoro pastorale ed esprimere poi questi doni con la forza propria della fede, della speranza e dell'amore di Pietro. Non pronunciava condanne, semplicemente confessava la fede della Chiesa, attendendo che tutti arrivassero a maturare, e lui con loro. Per Giovanni Paolo II la libertà dell'uomo era res sacra, cosa che egli aveva vissuto e quindi visto nelle tenebre dell'occupazione della Polonia prima da parte dei tedeschi e poi dei russi. Guardando al futuro della Chiesa, approfittava d'ogni occasione per incontrare gli sposi e le loro famiglie. Quella di fondare il Pontificio Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia, fu una decisione profetica. Quelli che si erano ormai abituati all'isolamento dei Pontefici rimasero addirittura scandalizzati nell'assistere all'abbattimento delle barriere un tempo erette a simbolo della dignità petrina. Giovanni Paolo II scrisse testi in gran numero. Non era però la parola scritta che egli cercava di dare agli altri ma faceva ogni cosa in modo che la sua vita diventasse parola, come Dio stesso l'aveva pensato per gli altri. Credo che il lavoro pastorale sia spesso soffocato dalla troppa carta:  fare il pastore vuol dire "pascolare", cioè stare con il gregge. Cristo non scrisse nemmeno una riga, Egli è lettera pastorale vivente inviataci dal Dio vivente. È Lui e non un qualche suo testo a rimanere con noi. Agli uomini viventi Dio manda uomini viventi. Egli non è Dio dei morti.

Come mai Giovanni Paolo II si è speso tanto nella promozione dei movimenti laicali?

Perché egli vedeva la Chiesa come un grande, primordiale movimento. Già in Polonia aveva avuto modo di conoscere alcuni movimenti. Venivano da noi, di nascosto dall'occidente, rappresentanti di vari movimenti, in particolare di Comunione e Liberazione, di Notre Dame de Vie e dei Focolari. Il Metropolita di Cracovia coltivava intense relazioni con loro. Ricordo in modo particolare la figura del padre Francesco Ricci da Forlì. Tre anni dopo la sua morte, Giovanni Paolo II mi disse:  "Io prego per padre Francesco Ricci ogni giorno durante la messa".
Per il cardinale Wojtyla ogni parrocchia avrebbe dovuto essere un movimento. Altrimenti non era parrocchia viva. Per lui era movimento ecclesiale ogni gruppo di persone radunate nell'Eucaristia celebrata dal sacerdote. Senza la presenza dell'Eucaristia i movimenti non sarebbero che partiti politici.

Chi ha avuto la fortuna di essere ospite di Giovanni Paolo II notava che nell'appartamento del Papa si respirava l'aria di famiglia. Il Pontefice era circondato non soltanto da segretari, suore e collaboratori, ma anche da tanti vecchi amici che frequentavano l'appartamento pontificio spesso con i loro familiari. La sua famiglia era una di quelle che veniva ospitata dal Papa. Cosa ricorda di questi incontri?

La semplicità e la bontà del Papa. I dialoghi con lui erano scambi di doni:  egli ci donava la presenza della sua persona e noi, ricevendola, avevamo la sensazione di avergli donato la nostra. Aspettava gli altri, li cercava. Era per gli altri. Ed era uomo fedele. È proprio grazie a questa fedeltà nei confronti degli altri che con il loro aiuto egli apprese la verità di quell'alleanza che nell'amore due persone saldano per sempre. Con lo stesso rispetto offriva il suo tempo agli adulti e ai bambini. Una volta durante una cena da lui, mio figlio, che aveva allora otto anni, mi calciava sotto la tavola per farmi capire che voleva tornare a casa. Il Santo Padre se ne accorse e gli chiese:  "Cosa c'è che non va?". E mio figlio senza tanti complimenti rispose:  "Mi sto annoiando. Vorrei andare a casa". E il Papa:  "Hai ragione. Io ti ho invitato da me e io non mi occupo di te. Devi scusarmi". E da quel momento, fino alla fine della serata, si mise a giocare e scherzare con lui. Per me fu una lezione su ciò che significa vivere per gli altri ed essere loro pastore.

Cosa le manca di Giovanni Paolo II?

Nulla, tranne ogni tanto la sua presenza fisica. Tutto ciò che era essenziale e proprio della sua persona è presente. La sua morte non ha distrutto nulla. Il nostro dialogo continua. Nel cuore della Chiesa, cioè nell'Eucaristia, non ci sono morti.



(©L'Osservatore Romano 18 ottobre 2008)
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