Al Teatro Olimpico di Roma debutta un musical su don Bosco

Un sindacalista prima dei sindacati


di Marcello Filotei

"Don Bosco è il primo sindacalista della storia. Quando il lavoro minorile era la normalità lui ha preteso delle tutele. Questo mi ha guidato nel momento in cui mi sono messo a scrivere il musical su di lui". La modernità del sacerdote piemontese ha affascinato subito Piero Castellacci, regista e coautore dei testi di Don Bosco. Il musical, che debutta sabato 18 al Teatro Olimpico di Roma. Uno spettacolo che, anche grazie a delle musiche di presa immediata, si propone di replicare in Italia il successo di Forza venite gente e di Madre Teresa. Il musical.

Perché puntare su don Bosco?

Perché è un personaggio attuale. Rappresenta l'insegnante ideale. Ha un approccio diretto con gli studenti, è capace di recuperare i ragazzi dalla strada e di incanalarli verso un lavoro.

Perché un musical?

Perché abbiamo già sperimentato questo meccanismo come strumento adeguato per far arrivare al pubblico un personaggio classico. La chiave del musical rende tutto popolare e di facile lettura. Usiamo una trama molto sottile, senza far troppo caso alla cronologia dei fatti. Si tratta di quadri cantati, danzati o recitati in cui ogni situazione restituisce un francobollo della vita di don Bosco.

Gli episodi che sono raccontati sono veri o simbolici?

Entrambe le cose. Per esempio abbiamo preso spunto dal rapporto del sacerdote con i laici. Ci piace proprio sottolineare questa vicinanza alla società civile, che ne fa un precursore nelle lotte per i diritti del lavoratore. Quando formava un falegname, poi lo seguiva, contrattava per suo conto con il padrone un contratto di lavoro, chiedeva una serie di garanzie. In questo senso era rivoluzionario e la sua lezione è attualissima. Per questo in un quadro dice "sono un operaio di Dio". Abbiamo un monologo dove la madre - Mamma Margherita interpretata da Daniela Danesi - gli chiede quale è lo scopo del suo lavoro e perché, per esempio, non apre un ospedale. Lui gli spiega che bisogna costruire il futuro con i ragazzi, togliendoli dalla strada, mettendoli in un luogo protetto, facendoli divertire e poi avvicinandoli alla parola di Dio. Gioco, fantasia, recupero, lavoro, catechismo:  queste sono le parole d'ordine di don Bosco e su queste basi abbiamo fondato lo spettacolo.

Come vengono tradotte queste direttive in regia?

Lavorando su dei momenti particolari. Nel suo primo monologo Marcello Cirillo, nel ruolo del protagonista, racconta un suo sogno:  due ragazzi giocano tra la sporcizia e due persone maestose invitano il sacerdote a salvare quella gente. Qui parte una canzone che dice "un sogno dentro a un cortile", nella quale il protagonista immagina dei giovani che giocano in un luogo chiuso, quello che saranno poi gli oratori. Il momento è sottolineato anche dalle coreografie di Claudio Meloni, che ha cofirmato la regia. Prosa, musica, balletto:  tre elementi congiunti per raccontare la stessa visione. È una successione di episodi veri, ma non è una commedia con una unità di tempo e luogo.

E i cantanti sono impegnati nel musical?

Oltre a Cirillo c'è Viviana Ullo, che impersona suor Maria Mazzarello, la fondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Il coro dei ragazzi, invece, garantisce sia un supporto musicale sia una importante presenza scenica. Per esempio nel quadro "se io fossi un monsignore", mentre don Bosco racconta che il suo scopo è stare a contatto con la gente umile, i ragazzi scherzano facendo una sorta di sfilata caricaturale.

Nasce prima il testo o la musica?

La musica - scritta da Alessandro Aliscioni e Achille Oliva e arrangiata da Adriano Maria Maiello - dà lo spunto, da quella deriva tutto il resto. Uno dei momenti dai quali è scaturito tutto è il duetto tra don Bosco e Maria Mazzarello. So che alcuni partono dalle parole e poi le rivestono di musica. Io e Renato Biagioli scrivendo questo testo siamo partiti dalla musica.

Che rapporto c'è tra questo lavoro e i due precedenti:  Forza venite gente e Madre Teresa. Il musical?

Lo stile è lo stesso:  storia flebile, momenti essenziali della vita del personaggio principale e spettacolo in tutte le sue sfaccettature. Poi ci sono delle presenze storiche come quelle di Roberto Bartoletti e Pino delle Chiaie, che impersonano rispettivamente il maligno e il cardinale. Il musical, inoltre, è il modo più diretto per affrontare un pubblico che non ti sta a sentire se fai delle cose didascaliche o pedagogiche, ma vuole divertirsi imparando qualcosa. In questi tre lavori cambiano solo le situazioni specifiche, il messaggio è sempre lo stesso:  l'amore. Questo ci interessa, se no metteremmo in scena le avventure di Belfagor.



(©L'Osservatore Romano 19 ottobre 2008)
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