A colloquio con Giovanni Maria Flick

Un commesso viaggiatore della Costituzione


di Carlo Di Cicco

Per un giudice della Consulta parlare della Costituzione della Repubblica è quasi un dovere, tanto più in occasione dei sessant'anni dalla sua approvazione. Ma per il professore Giovanni Maria Flick, vicepresidente della Corte costituzionale, la Costituzione italiana è una miniera dove attingere la memoria degli inizi della Repubblica provando la sensazione sempre nuova di trovarsi di fronte a intuizioni e principi tuttora validi per sbrogliare i nodi della convivenza civile. E, pertanto, ritrovarsi a fare una sorta di "commesso viaggiatore della Costituzione" - come definisce se stesso - per illustrare contenuti e prospettive della Carta fondamentale, è vissuto quasi come una vera opportunità. Ormai da tempo registra una media di tre o quattro incontri mensili per parlare di Costituzione a pubblici più disparati. Ritiene di speciale rilevanza gli incontri con le scuole di ogni ordine e grado perché i giovani sono il futuro e sono anche pieni di sorprese. Tra i giovani, Flick ha rilevato "un grandissimo interesse per la Costituzione di cui apprezzano il linguaggio semplice e piano, comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Il torto è di noi adulti che non ne parliamo abbastanza rischiando così che i giovani non ne percepiscano l'attualità".
Le domande più frequenti che si sente rivolgere dal pubblico giovanile sono due:  cosa dice la Costituzione e, poi, se a sessant'anni di distanza dalla sua approvazione sia ancora valida. Le due domande, a parere di Flick, sono una spia "di quanto nel nostro Paese sia sentito il bisogno di conoscere la Carta costituzionale". Per conoscere e capire la realtà della Costituzione, quanto essa sia attuata e quanto sia attuale, il "commesso viaggiatore" propone in genere ai suoi uditori una risposta articolata secondo le cinque domande classiche della professione giornalistica:  chi, dove, quando, perché e come. Alla base di ogni ragionare sulla Carta c'è la necessaria comprensione del contesto nazionale e internazionale nel quale fu scritta e il ruolo determinante dei partiti nella sua discussione e approvazione. "I partiti che hanno fatto la Costituzione - osserva Flick - ora non ci sono più, ma la lezione che ci hanno dato è tuttora valida. Essi seppero distinguere il momento della lotta politica anche dura, dal momento della scrittura delle regole che richiede concordia".
Mentre volgono a termine le celebrazioni dei sessant'anni della Costituzione, una rivista prestigiosa diretta dai gesuiti italiani come "La Civiltà Cattolica", per una delle sue tavole rotonde culturali mensili ha avuto l'idea di far ricordare la Costituzione da Oscar Luigi Scalfaro, senatore a vita e già presidente della Repubblica, e dal professore Giovanni Maria Flick. "Parlare di Carta costituzionale con uno che quella Carta ha contribuito a realizzare e approvare - commenta Flick - suscita sempre una certa emozione. Il presidente Scalfaro è un testimone di quella stagione straordinaria e i testimoni rendono presente al meglio i fatti accaduti. Essi sono in grado di metterci in contatto con lo spirito che animò l'Assemblea costituente e di renderlo attuale". Per questa particolare circostanza "L'Osservatore Romano" ha intervistato il professor Flick.

A suo parere gli italiani hanno familiarità con la Costituzione italiana o la percepiscono piuttosto lontana come una questione di lotta politica riservata ai partiti?

Gli italiani dimostrano di ben conoscere e di condividere i valori fondanti della Costituzione e i diritti che afferma e tutela; forse occorrerebbe una maggiore sensibilità collettiva per individuare i doveri che pure attribuisce, speculari a quei diritti. Il rischio più consistente è quello di perdere la memoria storica della Costituzione:  aver familiarità con essa significa non solo conoscerla e soprattutto "praticarla", ma anche intenderne l'origine e lo spirito informatore.

I valori su cui si fonda la Costituzione della Repubblica sono tuttora validi perché occorre ancora realizzarli o perché sono patrimonio condiviso e già realizzato nella società italiana?

I valori fondanti della Costituzione - espressi dai principi fondamentali e sviluppati sia nella prima parte dedicata ai diritti e doveri, sia nella seconda dedicata alle regole e all'equilibrio fra i poteri - sono tuttora validi in sé e più che mai attuali. Basta pensare, per esempio, al principio lavoristico, al ripudio della guerra e al principio di eguaglianza, di fronte rispettivamente alle quotidiane morti sul lavoro, ai conflitti ricorrenti sotto varie etichette, al ritorno strisciante - e non solo - del razzismo, dell'intolleranza e della discriminazione. O basta pensare all'attualità dell'indicazione costituzionale per la tutela del risparmio, di fronte alla crisi finanziaria di questi giorni e alle sue implicazioni sull'economia reale. Quanto alla condivisione di quei valori, mi sembra che nel nostro Paese sia abbastanza diffusa; ma la loro realizzazione chiama tutti e ciascuno a un impegno continuo, che non può essere definito pieno e soddisfacente.

Cosa direbbe in breve a un pubblico di giovani per consegnare loro la Costituzione come preziosa eredità e farla sentire come tale?

Direi (e dico spesso) che la Costituzione è un ponte tra il passato e il futuro, essenziale per gestire il presente. Essa esprime la cesura netta con un passato di errori e di orrori, e il progetto per un futuro costruito sulla libertà e dignità dell'individuo, e sull'uguaglianza non solo formale:  anche, fra l'altro, per cercare di evitare il ripetersi di quegli errori e orrori.

Per il sessantesimo anniversario si è registrato anche un intervento autorevole del cardinale segretario di Stato vaticano. Vi appare evidente una convergenza con il presidente della Repubblica italiana Napolitano e anche con i principi posti in evidenza da lei in diverse occasioni. Si tratta di un campanello di allarme per la laicità dello Stato o di consonanze che esprimono il valore dei principi costituzionali?

Non mi sembra che si debba parlare di campanelli d'allarme:  di paure, vere o presunte, ne abbiamo fin troppe di questi tempi. Si tratta, a mio avviso, della consapevolezza della differenza fra laicità e laicismo. La laicità è un principio fondamentale della nostra Costituzione, che esprime e riassume il rispetto reciproco, la pari dignità sociale, il dialogo e la libertà in materia religiosa. Il laicismo, invece, è in genere sinonimo di contrapposizione ideologica.

Intorno alla Costituzione è in corso da anni una battaglia infinita tra quanti chiedono cambiamenti anche radicali e coloro che vogliono aggiustamenti della seconda parte, dove sono definite le regole dell'ordinamento italiano. C'è un modo per concludere positivamente questo interminabile conflitto?

La Costituzione italiana ha una parte inossidabile, che ricomprende i princìpi fondamentali e gli essentialia dei diritti e doveri. A me sembra che questa prima parte debba essere soltanto "riletta" e non "riscritta". La seconda parte invece è suscettibile di maggior dinamismo, proprio perché relativa all'organizzazione dello Stato, che è condizionata dall'evoluzione storica e sociale rispetto al tempo in cui nacque la Costituzione. Se di conflitto si vuol parlare, le condizioni per superarlo sono due:  la necessità di un dialogo istituzionale vero, accanto alla legittima contrapposizione politica; la necessità che gli aggiornamenti eventuali non alterino l'equilibrio fra la prima e la seconda parte della Costituzione.

Uno dei cambiamenti più rilevanti rispetto al momento in cui la Carta fu approvata è la presenza significativa di immigrati che vengono a stabilizzarsi nel Paese. La Carta costituzionale offre indicazioni valide e sufficienti per risolvere civilmente una questione divenuta rovente e dirimente nel dibattito politico e culturale dell'intera Europa?

Certamente. Basterebbe ricordare gli articoli 2 e 3 della Costituzione, ma anche il 32 sul diritto alla salute. I diritti inviolabili della persona umana e i doveri di solidarietà, l'eguaglianza sostanziale e la pari dignità sociale di tutti, in quanto persone - e quindi non soltanto dei cittadini - sono le indicazioni più rilevanti, vincolanti e risolutive sotto il profilo del valore, per affrontare concretamente il problema della condizione degli immigrati.



(©L'Osservatore Romano 19 ottobre 2008)
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