Intervista al vescovo Dionisio Lachovicz, della Chiesa greco-cattolica ucraina

«In Paradiso non possiamo entrare divisi»


di Giovanni Zavatta

La Bibbia terreno comune per superare le divisioni; rinnovata attenzione e maggiore rispetto per tutti i sacri testi in modo da favorire un sereno e fruttuoso dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale. Sono punti fermi del sinodo conclusosi in Vaticano. Nel suo intervento, monsignor Dionisio Lachovicz, vescovo di curia di Kyiv-Halyc e rappresentante del sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina, ha tuttavia sottolineato le difficoltà di questo dialogo spiegando che il distacco tra la Parola di Dio e la vita rappresenta forse il vero impedimento per l'unità dei cristiani e che l'assenza della comunione eucaristica può rendere talvolta sterile la celebrazione stessa delle Scritture.

Ecumenismo rischia allora di essere una parola vuota?

Il movimento ecumenico è indispensabile per superare le divisioni fra i cristiani. Non esiste altra alternativa ai credenti in Cristo. I cristiani non possono essere che uniti. È il comandamento dell'amore a esigerlo, a far camminare in direzione dell'unione. L'ecumenismo diventa parola vuota quando subentrano altri fattori, interessi politici, ambizioni personali o istituzionali. Quando vogliamo essere uniti, in spirito e verità, e preghiamo insieme per questa unità, dalla possibilità si passa alla realtà. Il concilio vaticano II dice appunto che l'ecumenismo comincia con la conversione del cuore, con l'apertura allo Spirito di Dio. E lo Spirito di Dio ci porterà al perdono, alla purificazione della memoria, a camminare in direzione dell'altro, a proseguire la missione per annunciare il Vangelo. Nel paradiso non possiamo entrare divisi. In Ucraina, nelle mie prediche dico spesso che siamo chiamati a essere allo stesso tempo ortodossi e cattolici. Diversamente non possiamo entrare nel Regno di Dio. Lo Spirito di Dio ci chiama a essere ortodossi nella fede e cattolici nell'amore. In questo senso, siamo chiamati a dare lo spazio allo Spirito, affinché la Parola di Dio agisca nei nostri cuori, diventi carne, faccia il dovuto miracolo dell'unione. È questa la nostra speranza! Per questo ho detto al sinodo che non possiamo sterilizzare la Parola di Dio, che non possiamo fare di essa solo uno "strumento" del nostro dialogo.

In Ucraina avete fatto una traduzione ecumenica della Bibbia in collaborazione con ortodossi e protestanti. A che punto sono le relazioni con le altre confessioni e, fra gli ortodossi, avete degli interlocutori privilegiati?

La Chiesa greco-cattolica è aperta a tutti. Sono benvenuti tutti gli uomini di buona volontà. L'arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc, sua beatitudine il cardinale Lubomyr Husar, ha le mani tese verso tutte le confessioni religiose. Come capo della Chiesa greco-cattolica fa parte della Commissione delle Chiese cristiane, come pure della Commissione interreligiosa, e prende personalmente l'iniziativa per creare incontri a diversi livelli. Ha scritto al Patriarca di Mosca, è disposto al dialogo aperto. E grazie a questa apertura gode di grande autorità nella società ucraina. Ha costituito la Commissione sull'ecumenismo, che ha promosso già molti incontri. Anche l'Università cattolica di Lviv ha un'impostazione, uno spirito ecumenico. In questi ultimi anni sono sparite dall'orizzonte tante tensioni causate da decenni di persecuzione e di vita nella clandestinità, quando, per sopravvivere e per mantenersi fedeli al cattolicesimo, era necessario differenziarsi dagli ortodossi. Per questo non penso che abbiamo degli interlocutori privilegiati. Siamo aperti al dialogo con gli ebrei, abbiamo buone relazioni con i musulmani, collaboriamo volentieri con i protestanti. Non facciamo differenziazioni con le Chiese ortodosse, nemmeno con i vescovi e i fedeli del patriarcato di Mosca. Da noi l'ecumenismo si vive per la forza delle circostanze, anche se si soffre tanto, specialmente quando dicono che gli uniati sono un impedimento all'unione delle Chiese. Siamo talvolta oggetto e non soggetto responsabile di dialogo. Ma dobbiamo anche considerare che questa sofferenza fa parte di un cammino da seguire.

Con almeno tremila comunità e circa cinque milioni di fedeli la Chiesa greco-cattolica ucraina (Ugcc) - che ha alle spalle anni di persecuzioni e una dolorosa diaspora - resta la seconda realtà ecclesiale del Paese. Come si manifesta il vostro impegno nella società?

Non sono passati ancora vent'anni da quando la nostra Chiesa ha raggiunto la libertà. Ci vuole tempo. È necessario creare delle strutture, migliorare la formazione dei religiosi e del clero, purificare la sorgente viva della tradizione. Allo stesso tempo la società non può aspettare a lungo, in quanto esige dalla Chiesa un esempio illuminante e un aiuto urgente e multiforme. Per questo la Chiesa è chiamata a fare tante cose allo stesso tempo, a volte in modo imperfetto. Il compito della Chiesa greco-cattolica nella società ucraina è determinato dai problemi di questa società. La democrazia ucraina è erede di una grave crisi antropologica. L'anima dell'uomo tende naturalmente a Dio, al bene, ma questo anelito è stato guastato dalla sete di potere e di denaro, e dalla violenza. Le strutture del governo sovietico sono quasi del tutto smontate, ma le nuove non sono ancora costruite e impiantate come si deve. La Chiesa fa il possibile per prestare assistenza pastorale e caritativa alla gente che non ha i mezzi per sopravvivere. In tanti casi si deve dare subito "il bicchiere di acqua a chi ha sete". Ma allo stesso tempo si devono fornire i mezzi affinché la gente possa pescare da sola. Perciò si trasmette la dottrina sociale della Chiesa. Nei mesi scorsi, l'Istituto di religione e società dell'Università cattolica di Lviv ha pubblicato tutti i 375 documenti di carattere sociale della nostra Chiesa, dal 1989 al 2008. Documenti dei sinodi e della nostra guida spirituale. Nessun'altra Chiesa in Ucraina ha fatto tanto. Inoltre si cerca di aumentare gli istituti scolastici che hanno nei loro programmi la formazione cristiana e sociale. È da sottolineare che la missione della Chiesa si compie in regime di libertà religiosa, una delle tante conquiste della democrazia ucraina. Così si può seminare. La raccolta verrà più tardi.

In Ucraina ben dieci milioni di cittadini, ovvero il venti per cento dell'intera popolazione, si definiscono atei, agnostici o non credenti. Perché tanta indifferenza nei confronti della religione e della fede e che responsabilità ha la Chiesa?

Quando si analizza questa cifra nella sua relazione dinamica, si deve rendere grazie a Dio per il rapido ritorno alla fede. Dieci anni or sono, il cinquanta per cento della popolazione in Ucraina si dichiarava non credente, agnostica o atea. Già oggi impressionano i risultati del servizio delle Chiese ucraine, che certamente si devono attribuire alla grazia divina. Tuttavia quando cerchiamo di esaminare l'ancora alta percentuale di non credenti, possiamo azzardare alcune cause. In primo luogo, sono ancora vigenti certi stereotipi marxisti-leninisti, il pregiudizio che Dio, religione, fede, Chiesa rappresentano cose sorpassate. Tanta gente ancora si vanta di non essere sotto l'influsso dell'"oppio dei popoli". Di contro, tanta gente di buona volontà non è ancora riuscita ad appartenere a una Chiesa perché non ha fiducia nei suoi servitori. Più esattamente, gli ucraini hanno smesso di credere alle parole che non hanno fondamento nel vissuto di ogni giorno. Dalla Chiesa si aspettano non tanto parole, né dottrine, ma testimonianza di vita, che sia pronta a ogni sacrificio, anche estremo. Nei tre settori elencati, la responsabilità della Chiesa è evidente:  seminare la Parola di Dio e dare spazio per la crescita di questo frutto nei propri cuori, nella Chiesa e nella società.

Il milleventesimo anniversario della cristianizzazione della Rus' di Kiev, il 27 luglio scorso, è stato un evento per la nazione, festeggiato alla presenza di Bartolomeo i e Alessio ii. Anche la Chiesa greco-cattolica ha ricordato l'avvenimento con una solenne concelebrazione eucaristica nella cattedrale patriarcale della Risurrezione di Cristo presieduta dal cardinale Lubomyr Husar, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc. Cosa ha significato per le vostre parrocchie questo rinnovo delle promesse battesimali?

L'iniziativa è partita dal patriarcato di Mosca con lo scopo di unire i tre popoli che fanno parte dell'eredità del Battesimo della Rus' di Kiev. Il Governo ucraino, da parte sua, ha invitato il patriarca di Costantinopoli dando a Bartolomeo i tutta l'attenzione dell'apparato statale. Ma alla fine, Alessio ii e Bartolomeo i hanno celebrato insieme l'eucaristia. La Chiesa del patriarcato di Kiev e la Chiesa ortodossa autocefala non hanno preso parte attiva alle commemorazioni mentre la Chiesa greco-cattolica ha partecipato alla preparazione dell'avvenimento ponendo l'accento sulla dimensione spirituale dell'anniversario, con la cerimonia del rinnovo delle promesse battesimali nella cattedrale della Risurrezione a Kiev e in diverse parrocchie del Paese. E queste promesse si rinnoveranno in futuro in coincidenza della data del Battesimo della Rus'.

In Ucraina esistono tre grandi comunità ortodosse separate:  da una parte la Chiesa legata al patriarcato di Mosca, riconosciuta e autonoma; dall'altra quella del patriarcato di Kiev e l'autocefala, non riconosciute e apertamente dissidenti. L'unità dei cristiani nel Paese passa necessariamente attraverso l'unità degli ortodossi. Ma che concrete speranze ha quest'ultima di realizzarsi?

In questi ultimi anni il problema dell'unità degli ortodossi è stato posto in primo piano, anche nelle relazioni fra le Chiese a livello mondiale. Noi greco-cattolici riteniamo che tale unione gioverebbe alla riconciliazione spirituale dell'Ucraina perché potrebbe eliminare il contrasto fra le comunità ortodosse. Riuscire nell'intento non è facile poiché esso dipende anche dai rapporti fra le Chiese di Costantinopoli e di Mosca. Ma non ci si può limitare a questo problema. Quanto più si sposta l'attenzione sull'unione delle Chiese ortodosse ucraine tanto più passano in secondo piano altri non meno importanti fattori. Si dice che l'esperienza pre-confessionale del i millennio è tramontata definitivamente. Ciò nonostante, la Chiesa greco-cattolica è di altra opinione perché pensa che tale confessionalismo non risolve il problema della divisione delle Chiese in Ucraina, perché gli eredi storici della Chiesa della Rus' di Kiev non sono soltanto le tre Chiese ortodosse ma anche la Chiesa greco-cattolica. In altre parole, quando si parla non solo dell'unità delle Chiese ortodosse in Ucraina ma anche dell'unità della Chiesa della Rus' di Kiev, allora questa condizione ci porta nell'ambito di nuove e interessanti possibilità. Si può dire allora che la situazione di tensione intraecclesiale in Ucraina, indubbio problema per l'oecumene mondiale, può portare tutti noi a insperate ma importanti soluzioni.



(©L'Osservatore Romano 29 ottobre 2008)
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