Intervista al presidente della Conferenza episcopale

Evangelizzazione in Perú
Il bisogno di esempi coerenti


di Paolo Brocato

La Parola di Dio:  comunicarla, diffonderla anche e soprattutto in contesti sociali, politici e culturali segnati da forti conflittualità ideologiche, da violenze di varia natura, da povertà vecchie e nuove. Evangelizzare sul fronte di situazioni ad alto indice di negatività in cui si registra, purtroppo, crisi di senso, di valori e di vita e un pericoloso sfaldamento dell'ethos civile, che comporta inesorabilmente un affievolimento della tensione alla solidarietà e alla fraternità. Sono questi soltanto alcuni aspetti della complessa realtà del Perú, dove si intrecciano luminose testimonianze di fede, forti tensioni alla religiosità e generalizzate prassi che chiudono l'uomo nella disperante dimensione dell'immanenza. Ne parliamo con l'arcivescovo di Trujillo monsignor Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, presidente della Conferenza episcopale del Perú, membro del dipartimento missione e spiritualità della Commissione episcopale per l'America Latina (Celam) e del Pontifico Consiglio per l'America Latina.

Ideologie che provocano violenza, ingiustizie, povertà, diffuse situazioni di corruzione, droga dentro un'economia svincolata dalla dimensione etica. Per non parlare poi del riciclaggio di sistemi politici che hanno registrato storici fallimenti. Come intraprendere in Perù il cammino della nuova evangelizzazione?

La sua domanda delinea con efficacia alcuni strutturali e cogenti problemi che stanno caratterizzando sempre più in profondità le società nel mondo e in particolare quella del Perú. Problemi connessi con l'annuncio della Parola, con l'urgenza di una nuova evangelizzazione non disgiunta, certo, dalla promozione umana. La Chiesa è chiamata a testimoniare la Parola di Dio ovunque, quindi anche e soprattutto sulle frontiere più impervie e turbolente dell'uomo e della storia. In un orizzonte sociale, politico e culturale come quello del Perú, si intrecciano contrapposte visioni di mondo, interessi personali e corporativi, strutture economiche emarginanti poiché prive di dimensione etica, corruzione, conflitti, violenze, ingiustizie, povertà strutturali quasi accettate come status immodificabile, e poi il gravissimo e complesso fenomeno della droga che si manifesta in un intreccio inestricabile di trafficanti e di commercio ad altissima valenza di denaro; e ancora si fa strada una mentalità e una prassi contro la vita, contro la vita nascente, con gruppi di pressione che alimentano la diffusione di pseudoculture eugenetiche nella prospettiva di veicolare una bioingegneria svincolata dall'etica, dalla morale. La cosiddetta "ideologia di morte", poi, in nome di un ideale quasi impossibile dell'abolizione totale della sofferenza, vorrebbe instaurare la pratica dell'eutanasia; l'istituto familiare, il matrimonio, sembrano vacillare sferzati come sono da venti ideologici disgreganti. Di particolare rilevanza il problema dell'immigrazione clandestina non immune da sporadici rigurgiti di xenofobia e razzismo che crediamo siano ormai superati. Ma c'è anche il fenomeno dell'emigrazione, specialmente dei giovani afflitti dalla difficoltà di trovare occupazione, i quali per non incappare nella spirale della delinquenza cercano nuovi orizzonti. In tale scenario la Chiesa è chiamata a un più trasparente e coraggioso annuncio di verità e di speranza. La Chiesa in America Latina e nei Caraibi deve porsi in stato permanente di missione nel principio costitutivo della "spiritualità della comunione e dell'audacia missionaria". Nel Celam, consideriamo di primaria importanza la collaborazione con i vescovi europei, dato che in molti casi, affrontiamo disagi e difficoltà per i quali la solidarietà può rivelarsi particolarmente significativa. La reciprocità nella solidarietà arricchisce tutti e diviene esempio forte in una società sempre più chiusa nell'individualismo, nell'egoismo dove le persone, le famiglie, le comunità sono per lo più indifferenti ai bisogni dei più emarginati. Si tratta di perseguire tendenzialmente una globalizzazione della solidarietà. In tale tensione non si può non ricordare il fecondo contributo del laicato cattolico attraverso le numerose organizzazione di volontariato a cui partecipano numerosi giovani, speranza della Chiesa.

Ma di fronte a una società segnata da spinte materialistiche, consumistiche e che sembra relegare Dio ai margini dell'esistere umano, da quale prospettiva è possibile tentare di proporre la radicalità evangelica?

La dottrina della Chiesa, il magistero di Benedetto XVI, il Sinodo dei vescovi sono la bussola preziosa per il cammino di evangelizzazione e di testimonianza cristiana. Ma innanzitutto, noi pastori, per essere servitori credibili dell'annuncio dobbiamo, pur nei nostri limiti, nelle nostre defezioni, "incarnare" la Parola di Dio. Con l'esempio coerente di una vita che risponde alla vocazione, con la preghiera, col donarsi alla gente senza calcoli, ascoltando il lamento, molto spesso il grido delle molte afflizioni dell'uomo contemporaneo. Ma per "incarnare" la Parola di Dio, per aver la forza di agire, di essere segno di contraddizione nel mondo, occorre quell'alimento imprescindibile per la vita d'ogni cristiano:  l'Eucaristia, che chiama a un irrinunciabile stile eucaristico di vita, di condivisione, di accoglienza dell'altro. Occorre però dare anche ragione della speranza. Compito della Chiesa, di noi pastori, dei laici impegnati, insomma di tutte le componenti ecclesiali è quello di far capire che la Parola di Dio non si pone in contrasto, nè potrebbe esserlo, con la sfera razionale dell'uomo, ma che a partire dal Vangelo è anzi possibile offrire risposte che intercettino le domande di senso e le molteplici questioni emergenti dai vari comparti della società del terzo millennio. Occorre dilatare la razionalità affrontando con chiarezza la questione antropologica e ciò per tentare di promuovere un'educazione globale della persona. Certo il compito si presenta difficile anche a causa delle sollecitazioni negative, spesso artificiose veicolate e inverate dai mezzi di comunicazione sociale. Si tratta di riaffermare la persona nella sua insopprimibile vocazione alla trascendenza, ossia come essere dotato di una razionalità in orizzontale e in verticale, di una razionalità mai ridotta a una sola dimensione, ma articolata secondo la molteplicità dei gradi del sapere.

In una realtà globalizzata, multietnica, multireligiosa, ove le variabili di cui tener conto si moltiplicano, l'annuncio del Vangelo può rischiare di essere relativizzato in nome della convivenza?

Certo i rischi di riduttivismi, di arbitrarie reinterpretazioni del messaggio evangelico sono sempre attuali. L'America Latina è ancora segnata da fermenti che alla fine degli anni Sessanta avevano ideologizzato il Vangelo costruendo un impianto teologico ancorato alle analisi emerse dalle trasformazioni politiche e culturali del mondo contemporaneo. Anche se tali tendenze si stanno affievolendo, fino a manifestarsi con voci isolate, tuttavia il rischio di interpretazioni arbitrarie, parziali della Parola è sempre incombente. La Chiesa certo non è mai scesa a compromessi di ordine dottrinale e ha sempre riaffermato l'integrità del messaggio evangelico attraverso la testimonianza limpida dei suoi pastori, alcuni dei quali hanno donato la propria vita per la causa della fede. C'è poi l'aspetto della convivenza tra le diverse confessioni religiose. In Perú i cattolici, i cristiani sono in numero prevalente, ma il tema del dialogo interreligioso è particolarmente sentito e prevale una volontà di vicinanza fraterna, di accoglienza reciproca in nome dell'esser tutti persone religiose che si rivolgono al trascendente. Tale convivenza non lascia intravedere cedimenti sul piano della fedeltà dell'annuncio. Un problema rilevante è quello del dilagare delle sette. Queste riescono in non pochi casi a plagiare coloro i quali entrano in quei labirinti pseudoreligiosi che, in nome di presunti, esclusivi "carismi", veicolano, invece, ideologie dell'immanenza e prassi di vita lesive della convivenza civile. Altro problema, più sfumato ma non meno rilevante per la salvaguardia dell'integrità del messaggio evangelico e della stessa comunità ecclesiale, sono le rivelazioni private. Se da un lato testimoniano tangibilmente l'ansia di assoluto della gente, dall'altro possono creare dei cammini parralleli con la Chiesa ufficiale favorendo arbitrî, indipendenze, deformazioni, fantasiose scorciatoie interpretative del Vangelo; l'esclusività dell'appartenenza alla comunità privilegiata dalla comunicazione, data per scontata la buona fede di tutti, crea di fatto un'altra chiesa nella Chiesa. In tal senso noi pastori siamo chiamati, nella verità liberante del Vangelo, a guardare con prudente, amorevole carità intellettuale i frutti dello Spirito, sforzandoci di salvaguardare, i vincoli della comunione ecclesiale.

Quale impulso dal Sinodo dei vescovi al cammino della nuova evangelizzazione illuminato dal documento della conferenza di Aparecida e dalla Missione continentale avviata in Perú nell'agosto scorso?

Il Sinodo dei vescovi appena concluso chiama tutti i soggetti ecclesiali a un attento studio e a una riflessione personale e comunitaria, ovvero a un processo di formazione permanente alla luce di quella "sinfonia, polifonia della fede", secondo le espressioni del Papa, che aiuta a incarnare i tesori della Parola di Dio nella personale storia di vita. Il lavoro comunitario, l'esperienza dell'ascolto reciproco dovrà tradursi nella coscienza dell'unità nella Chiesa, della Chiesa e per la Chiesa. Aparecida ci dice che la Missione continentale deve attuare una speciale penetrazione all'interno dei settori culturali, sociali e prepolitici che segnano la nostra società globalizzata. Non possiamo pensare a una Chiesa confinata nella sacrestia. Noi siamo attaccati costantemente, ma non possiamo semplicemente restare sulla difensiva. È necessario incidere sull'opinione pubblica e ciò implica una presenza creativa, una limpida testimonianza di fede, nella consapevolezza che la Chiesa è "esperta in umanità" e sa rispondere alle attese di giustizia e di carità dell'uomo contemporaneo. Noi pastori abbiamo una libertà molto grande, poiché a differenza dei politici non andiamo a cercare voti. Dobbiamo però far sentire la nostra voce, gridare al mondo la verità del Vangelo, dare voce a chi non ha voce. Le persone si sentono gratificate, accolte quando si difendono i loro inviolabili diritti e Benedetto XVI ci ricorda che la Chiesa è il baluardo di difesa della libertà, della giustizia e dei poveri. E sappiamo quanto il problema delle molte povertà sia una permanente minaccia per la pace e per la convivenza. Il documento conclusivo della quinta Conferenza di Aparecida intende risvegliare un grande impulso missionario nella Chiesa in America Latina e nei Caraibi. È senz'altro questo una tra le principali consegne del grande incontro ecclesiale. La missione è parte costitutiva della identità della Chiesa illuminata dal Signore a evangelizzare tutte le genti. La sua ragione d'essere è incarnarsi come lievito e come anima della società. Il consorzio umano deve rinnovarsi perennemente in Cristo, che salva e fa liberi e deve trasformarsi in famiglia di Dio. Questa è la profezia della Chiesa.



(©L'Osservatore Romano 5 novembre 2008)
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