Intervista al vescovo di Gizo

Nelle Isole Salomone scuole e ospedali
contro l'odio etnico


di Danilo Quinto


Secondo i dati pubblicati nel giugno 2008 dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l'odio etnico provoca nel mondo 11,4 milioni di rifugiati al di fuori dei loro Paesi di origine e 26 milioni di sfollati interni fuggiti a guerre o persecuzioni. I gruppi più numerosi tra i rifugiati sono gli afghani, gli iracheni, i colombiani, i sudanesi e i somali, tra gli sfollati interni troviamo ancora i colombiani (fino a 3 milioni secondo la locale Corte costituzionale), seguiti da iracheni, cittadini della Repubblica Democratica del Congo, ugandesi e somali.
Anche i luoghi più impensati sono sede di feroci conflitti di carattere etnico. Nelle Isole Salomone, situate a nord-est dell'Australia, vicino all'equatore, abita un numero imprecisato di gruppi etnici e i conflitti tribali per il controllo del territorio sono stati una costante della storia del Paese. Il conflitto etnico più devastante ha avuto l'obiettivo di espellere gli abitanti dell'isola Malaita, povera di risorse, detti "intrusi", dall'isola di Guadalcanal. Dal 1998, gli attivisti di quest'ultima provincia hanno condotto una campagna per cacciare gli immigrati di Malaita presenti a Guadalcanal dai confini della capitale Honiara. Dopo il trattato di pace firmato nel 2000 a Townsville, in Australia, lo Stato tuttora sta lottando per raggiungere la stabilità politica ed economica.
Henderson, a cinque chilometri da Honiara, è il luogo dove si è sviluppata la missione del padre salesiano Luciano Capelli, ora vescovo di Gizo. Dopo trentaquattro anni trascorsi nelle Filippine, dal 1999, in soli cinque anni e partendo dal niente - come ha raccontato di recente all'agenzia Fides - padre Capelli è riuscito a costruire, con l'aiuto di ragazzi raccolti dalle strade e dei volontari succedutisi nel tempo, un insieme di edifici che sono diventati il Don Bosco Technical Institute e che dal 2005-2006 hanno ospitato duecentocinquanta alunni rifiutati dal sistema scolastico locale.
Il coinvolgimento attivo di molti volontari da Italia, Giappone, Cile e altre nazioni, è stato decisivo sia per portare a termine le strutture sia per le varie attività della scuola. Per anni, Tetere, con i suoi nove villaggi, non ha visto un medico, salvo i volontari italiani, perché i medici abbandonano il sistema sanitario pubblico e gestiscono i loro ambulatori privati; le infermiere locali non vengono pagate regolarmente e così non riescono a gestire gli ambulatori. La mancanza cronica di medicine e il vandalismo sistematico contro gli ambulatori durante gli scontri etnici hanno seriamente compromesso la capacità di servire la popolazione locale. L'area montuosa del nord-est di Guadalcanal ha una popolazione di settemila persone che per anni sono state prive di ogni sorta di assistenza farmaceutica e sanitaria. L'attività missionaria ha consegnato alla vita di questa gente un'altra realtà.

Monsignor Capelli, dove ha avuto inizio il suo apostolato missionario?

Nelle Filippine, nel 1965, dove abbiamo iniziato il lavoro dell'opera salesiana. Dopo la rivoluzione cinese di Mao Zedong, molti missionari che si trovavano in Cina si sono trasferiti nelle Filippine, iniziando a svolgere l'opera di don Bosco attraverso le scuole tecniche. Ci siamo poi sviluppati nelle aree rurali, con le scuole agricole. Poi sono iniziate le prime vocazioni locali. Dopo il decennio di provinciale nelle Filippine, nel 1999 ci siamo spinti più in là, nel centro-sud pacifico, a due ore di aereo tra Polinesia e Papua Nuova Guinea, dove ho conosciuto la città più pericolosa al mondo, Port Moresby, la capitale della Papua Nuova Guinea. È iniziata l'esperienza non avendo niente. Dovevo fondare l'opera. Ho fatto ricerche, intervistato, ci siamo orientati per il lavoro sui giovani, coinvolgendo gli amici della loro tribù, che si chiamano one-tock (della stessa tribù). Abbiamo costruito una scuola, abbiamo insegnato i mestieri di muratori, falegnami, meccanici, alle ragazze il taglio, il cucito, l'educazione domestica. La scuola ospita 360 giovani che frequentano regolarmente corsi tecnici, rifiutati dal sistema scolastico, che è altamente selettivo. Parafrasando don Milani, si potrebbe dire che la scuola pubblica in quel Paese è simile a un ospedale che cura i sani e rigetta gli ammalati.

Quando si è recato nelle Isole Salomone?

Tra il 1999 e il 2000. Abbiamo iniziato lo stesso lavoro che avevamo svolto in Papua Nuova Guinea. Abbiamo tentato di raggiungere uno stile di relazioni che sapessero mettere d'accordo le diverse tribù, tanto che siamo riusciti a mettere insieme due gruppi di tribù, nonostante gli odi e le diversità che avevano tra di loro. Abbiamo anche aperto una scuola in una di queste tribù.

Come si è sviluppato il conflitto etnico?

A Guadalcanal coesistono tantissime tribù; sono benestanti, nell'isola c'è persino una miniera d'oro, vivono di rendita. I residenti nell'altra isola, quella di Malaita, che hanno un carattere forte, sono più acculturati, volevano fare i padroni. La guerra, che è stata devastante, si è conclusa con l'intervento delle forze regionali.

Come opera l'evangelizzazione di fronte all'odio etnico?

L'odio etnico non è solo dovuto a quelle che si vivono come ingiustizie. È legato soprattutto al fattore della terra. La terra è considerata madre e tutte le lotte che sono state fatte tra le tribù diverse, un'isola contro l'altra, una tribù contro l'altra, sono originate dal fatto che una tribù si sente aggredita dall'altra. C'è anche un'altra difficoltà da tenere presente:  le tribù sono di diverso credo religioso, il 40 per cento anglicano, il 20 cattolico, un altro 20 costituito da avventisti del settimo giorno e da metodisti, e poi ci sono gli animisti. L'appartenenza a una Chiesa diversa, è concepita come qualcosa da cui difendersi. Ci siamo trovati gruppi l'uno contro l'altro armati per la difesa dell'isola di Guadalcanal. Perfino i miei parrocchiani divisi. Uno di questi, un giorno mi disse:  "Prima della guerra ero cattolico, dopo la guerra sarò cattolico, ora sono moro (difensore della mia isola)".

Come ha affrontato questa situazione?

Nella chiesa in cui sono stato parroco per cinque anni, mi sono posto un interrogativo:  quali sono i bisogni, le esigenze della nostra gente? Siamo partiti, nella nostra azione, dai bisogni concreti della persona umana, per farli emergere, per affrontarli, per superare insieme la violenza delle lotte etniche, i disastri che avevano seminato e le difficoltà della vita quotidiana. Tantissimi bambini morivano prima e dopo il parto, per la malaria, una piaga devastante, che faceva più morti dell'aids. Nostro obiettivo era innanzitutto quello di restituire una vita dignitosa ai bambini e alle donne. Abbiamo operato quindi con diversi programmi:  un ospedale, un'opera a lungo termine. Ci ha aiutato moltissimo l'idea di dotarci di una piccola radiotrasmittente, diffusa nei villaggi, attraverso la quale parlavamo e diffondevamo notizie e informazioni sull'assistenza medica, sull'educazione. In seguito, abbiamo costituito dieci scuole materne. Così abbiamo affrontato le situazioni di degrado, di mancanza di cultura ed educazione che - come avviene anche in molti luoghi della società occidentale - favoriscono la violenza. Abbiamo riunito i capi delle diverse tribù nella nostra comunità cristiana; abbiamo insegnato loro coltivazioni alternative, come quella del riso, e come far pascolare gli animali. Questo significa rispondere alle esigenze dell'uomo. È pre-evangelizzazione, non evangelizzazione, ma è sicuramente proclamazione del messaggio cristiano.

Vi hanno aiutato anche dei volontari?

Sì. Abbiamo ricevuto l'aiuto di moltissimi volontari italiani e di altri Paesi. Con loro e grazie a loro abbiamo risposto alle esigenze della gente. Ci sono anche tre suore che gestiscono l'ospedale. È un servizio fantastico. Sono nati duecentocinquanta bambini dal mese di febbraio di quest'anno. I dottori hanno svolto un grande lavoro. È stata una cosa che ha unito le tribù:  la malaria che soffrono i cattolici è uguale a quella che soffrono gli anglicani. Sono sempre stato convinto che occorra essere universali per superare il tribalismo e i conflitti etnici.

Lei è da poco più di un anno vescovo di Gizo. Quali sono i problemi che deve affrontare?

Nella diocesi i cattolici ci sono da cento anni. Il 10 per cento della popolazione è cattolica. Ci sono sei parrocchie, con una cinquantina di ispezioni missionarie. Le isole sono distanti l'una dall'altra dalle cinque alle sette ore di barca; per raggiungerle dobbiamo attraversare tratti di mare notevoli; il problema del tribalismo deriva dall'isolamento. Il lavoro che svolgiamo è innanzitutto di assistenza alle famiglie che hanno avuto danni ingenti dallo tsunami e dal terremoto dell'aprile 2007. Appena ordinato vescovo, nell'ottobre 2007, ho ripercorso il tragitto fatto dal vescovo che mi preceduto, padre Lombardi, che aveva coinvolto le persone ed elaborato con loro un documento, che conteneva undici raccomandazioni relative alle priorità da affrontare. Nel corso di un'assemblea molto partecipata, abbiamo ripreso e studiato quegli undici punti e discusso le priorità e i progetti che possono portare a risolvere i problemi. In sei mesi abbiamo fatto un programma per la sopravvivenza immediata.

Quali sono le urgenze e le aspettative?

L'educazione di qualità è la questione più importante, decisiva, considerando che il livello scolastico è pessimo. Poi c'è la necessità di formare i formatori. Lo facciamo anche attraverso l'apporto dei laici, che sono cento e che ci danno un aiuto prezioso. Abbiamo solo un sacerdote diocesano; gli altri cinque prestano servizio presso la nostra diocesi. Le vocazioni stanno crescendo:  quest'anno sono dodici i seminaristi. Abbiamo due piccoli ospedali che dobbiamo ristrutturare, se ce la faremo. Dobbiamo ricostruire edifici e le scuole distrutte ed essere molto attenti alla formazione degli insegnanti. Una priorità della nostra azione è sicuramente l'annuncio del Vangelo, fatto da laici ben preparati. Dobbiamo muoverci più a livello orizzontale, per favorire l'ecumenismo.

Che cosa le sta più a cuore?

Sto cercando in Italia sacerdoti disponibili a diventare missionari da noi. Fino ad alcuni anni fa l'evangelizzazione in Oceania era curata dall'Australia. Ora non è più possibile, perché le vocazioni diminuiscono sempre più. C'è bisogno anche di un aiuto finanziario, perché spostare persone da una tribù all'altra, fare corsi di formazione, richiede molto dispendio di denaro, così come il carburante per muoversi, che costituisce l'uscita più grossa delle spese della diocesi.



(©L'Osservatore Romano 9 novembre 2008)
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