A colloquio con il cardinale Julio Terrazas Sandoval presidente della Conferenza episcopale boliviana

Alla luce del Vangelo
per ritrovare l'unità smarrita


di Mario Ponzi

È un'anima profondamente religiosa quella del popolo boliviano. Ed è forse proprio in quest'anima la radice di quella speranza che lo ha aiutato ad affrontare comunque con coraggio vicende che parlano di povertà, di ingiustizia sociale, che ne hanno segnato la storia. Ora questo Paese sembra un grande cantiere, dove ci si dà un gran da fare per costruire un futuro che si vuole diverso. La Chiesa è in prima fila per accompagnare ancora una volta il suo popolo, "soprattutto per aiutarlo a riscoprirsi una comunità fraterna e solidale tra oriente a occidente". È la prima preoccupazione dei vescovi boliviani. I motivi sono essenzialmente due:  il Paese è abitato da una popolazione composta per il 52 per cento da aborigeni, originari di ben 35 culture diverse, alcune ricche di forti tradizioni come gli aymara, i quechua, i guaraní, i chiquitani; il rischio è che qualcuno venga escluso o dimenticato nel processo di cambiamento. Il secondo motivo è dato dalla profonda frattura economica tra oriente e occidente del Paese, causa di gravi e pericolose disuguaglianze tra i diversi gruppi. I vescovi, in questa situazione certamente non facile, cercano di rinnovare "l'annuncio cristiano della salvezza illuminante che viene dal Cristo che rende tutti fratelli". Il cardinale Julio Terrazas Sandoval, arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra, presidente della Conferenza episcopale di Bolivia, ne ha parlato nell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano" in occasione della visita canonica ad limina Apostolorum che i presuli stanno compiendo in questi giorni.

È una fase di cambiamenti quella che sta vivendo oggi la Bolivia. Sino a che punto la Chiesa ne resta coinvolta?

Effettivamente il Paese è attraversato da un processo di riforma alla ricerca di una soluzione per problemi secolari. Le urgenze sono tante, ma i mezzi sono scarsi. Eppure dobbiamo andare avanti. Al cambiamento della struttura del governo del Paese si accompagna anche il mutamento di un certo modo di vedere le cose; si cambiano schemi, abitudini, modi di pensare. Per la nostra Chiesa - incarnata da sempre nel tessuto vivo del Paese - si tratta di restare saldamente accanto al popolo, continuando a offrirgli la luce del Vangelo per consentirgli di continuare a camminare nella sequela Christi, di restare saldamente ancorato alla sua verità. Questa è la nostra missione:  far risaltare il messaggio evangelico, illuminare con la Parola, annunciare costantemente la salvezza.

Quali sono le principali difficoltà che la gente deve affrontare in questo momento?

Ogni cambiamento, come è naturale che sia, comporta delle difficoltà da affrontare e, evidentemente, da superare. Da un lato si deve prendere atto del mutamento avvenuto; dall'altro si devono fare i conti con quel senso di timore che solitamente accompagna la novità, con l'incertezza su quello che può capitare. In questi casi purtroppo a complicare le situazioni intervengono spesso discorsi fuori luogo che finiscono per alimentare la violenza, o atteggiamenti che lasciano intuire l'esclusione di alcuni dal processo di rinnovamento, mentre invece la situazione richiederebbe un sereno confronto per il bene del Paese.

E quale ruolo può interpretare la Chiesa boliviana in questa fase di vita del Paese?

Il nostro è un popolo che ha una profonda coscienza cristiana ed è consapevole della sua religiosità. A noi pastori naturalmente spetta il compito di guidarli in questa dimensione religiosa e spirituale della loro vita, anche perché possano essi stessi mettersi realmente al servizio del bene comune del Paese, dal quale nessuno deve mai sentirsi escluso. È chiaro che oggi abbiamo bisogno di rinnovare i nostri sforzi pastorali, cercare di interpretare il segno dei tempi, trovare vie nuove per non rimanere ai margini della storia del nostro popolo ma anzi per vivificarla, perché è e rimane la storia del popolo di Dio. Certamente incontriamo difficoltà. La nostra, come detto, è una popolazione estremamente composita, anche perché bisogna tener conto delle diverse caratteristiche geografiche del territorio che abita:  ci sono montanari, forti di carattere e con una ben radicata cultura tradizionale alle spalle; ci sono poi i valligiani con grandi possibilità di lavoro e dunque di godere di un certo dinamismo economico. Troppo spesso queste componenti si sono fronteggiate più che confrontate. Ecco perché il nostro sforzo maggiore è oggi quello di arrivare a una concertazione. Ma questo presuppone un grande desiderio di conversione da parte di tutti, affinché si possano effettivamente curare le ferite rimaste aperte.

Ci sono le condizioni perché si possa arrivare a questa concertazione tra tutti i boliviani?

Direi, anzi mi auguro di sì. C'è però bisogno di conversione dei cuori, di capacità d'ascoltare quel forte desiderio di pace che alberga nel cuore della gente. Noi come Chiesa chiediamo ai nostri fedeli di essere testimoni di unità, per riuscire a mettere insieme la gente, anziché dividerla. Ecco, rivitalizzare lo spirito cristiano può essere in questo momento una risposta molto forte, molto bella, molto adeguata alle necessità del Paese.

Ma la Chiesa boliviana ha la forza per far questo?

La forza della Chiesa viene direttamente da Cristo. Dunque non ci manca. Semmai sono le forze che possono scarseggiare. Soprattutto in momenti, come l'attuale, in cui avremmo maggior bisogno di forze nuove, anche se i cattolici nel Paese costituiscono una grande maggioranza. Ho fiducia perché noto un forte risveglio dello spirito di servizio che caratterizza i cristiani. La presenza della Chiesa in Bolivia è comunque ben radicata, molto chiara, evidente. E certamente abbiamo la possibilità di aprire nuovi spazi d'incontro per aiutare il Paese a trovare le giuste soluzioni ai suoi tanti problemi. Dobbiamo forse ripensare al come testimoniare Cristo in un mondo che cambia; a come annunciare la Parola in un linguaggio che si rinnova.

Testimoniare Cristo e annunciare la Parola. È il progetto che la conferenza di Aparecida da un lato e il recente Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio dall'altro sembrano aver disegnato per la Chiesa in America Latina. Si rispecchia la Chiesa che è in Bolivia in questo progetto?

Certamente. Tanto il documento di Aparecida quanto il recente Sinodo dei vescovi sul ruolo della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa aprono per la nostra comunità, come per la Chiesa universale, un orizzonte molto forte e molto grande. Il documento di Aparecida insiste sul fatto che non possiamo conformarci a un cattolicesimo di facciata, quasi sopito. È importante invece svegliare il discepolo, renderlo attento alla Parola del maestro, metterlo in condizione di seguire gli insegnamenti del maestro, aiutarlo a viverli prima ancora che a comunicarli agli altri affinché sappia farlo nel modo giusto. Altra raccomandazione che giunge da Aparecida è che la maniera di vivere il Vangelo non sia tanto una questione di parole, ma si traduca in fatti concreti al servizio dei fratelli.
Per quanto riguarda l'esperienza sinodale, sicuramente ci aiuterà a capire e a far capire che trattandosi della Parola di Dio quella che oggi continua a proclamare la Chiesa nel mondo, dunque anche in America Latina, in Bolivia, dobbiamo accoglierla con grande speranza. Poi dobbiamo far sì che questa Parola non sia una cantilena da imparare a memoria, ma parola da trasformare nella pratica. Credo che siano questi i grandi messaggi di Aparecida e del Sinodo.

Come attualizzarli in Bolivia?

Credo che in questo senso dovremo impegnarci molto, poiché se oggi riscontriamo una così poca conoscenza della Bibbia tra i nostri fedeli ciò è dovuto alla poca chiarezza con la quale si annunziava la Parola. Non a caso proprio ad Aparecida ci siamo detti che avremmo dovuto convertirci a una nuova maniera di fare la pastorale; e non a caso, sempre ad Aparecida, ci siamo ripetuti che la formazione permanente deve necessariamente basarsi sulla Parola del maestro. Ecco io credo che dovremo trasmettere questi messaggi con maggior entusiasmo a tutti. E credo che ciascuno di noi, secondo la propria responsabilità, debba cercare di impegnare tutta la comunità locale per fare del nostro continente un continente discepolo e missionario, per vivere la Parola. Essa è Parola di vita e può dunque aiutare realmente e far sì che il nostro desiderio di pace e di comunione fraterna non sia un sogno, ma sia realtà.



(©L'Osservatore Romano 9 novembre 2008)
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