Intervista a Luciano Barisone, direttore del Festival dei popoli di Firenze

I mille volti
della diversità culturale


di Luca Pellegrini

Il Festival dei popoli di Firenze si rinnova e cavalca la realtà:  il mondo degli umili e quello dei ricchi della finanza e dell'economia, la crisi del sistema globale che attanaglia le famiglie, il volto della sofferenza e quello del potere, continenti e società in mutazione. Sono quasi duecento film provenienti da tutto il mondo per capire e commentare la modernità, selezionati da Luciano Barisone chiamato, come nuovo direttore, a rimodellare la storica manifestazione fiorentina.
"Al centro dei miei interessi ho sempre posto gli aspetti esistenziali e sociali, come il cinema riesce a coglierli, elaborarli e sottoporli allo spettatore. Per questo a Firenze ho proposto uno sguardo antropologico per capire le altre culture e gli altri popoli del mondo. A questa matrice antropologica se ne è aggiunta, negli ultimi anni, una sociale, che pone domande urgenti sul nostro presente. Di conseguenza, negli ambienti della produzione cinematografica, si è elaborata una nuova impronta formale e linguistica. Captando, infatti, questi interrogativi, il cinema si è immediatamente rinnovato elaborando forme capaci di parlare della situazione del mondo con un linguaggio non puramente didattico, ma in grado di lasciare allo spettatore una sorta di libero arbitrio intellettuale. È il genere del documentario, oggi di una sorprendente ricchezza cinematografica, estetica e culturale, al quale il Festival fiorentino è dedicato".

Un festival ideato come fosse un registratore della realtà.

Mi è piaciuta questa immagine e l'ho utilizzata nell'organizzare le sezioni. Come in ogni registratore, le funzioni sono tre:  play, ossia ascoltare il presente, ciò che accade attorno a noi, la percezione che abbiamo della realtà nei nostri istanti di vita, nel nostro vissuto quotidiano; back, tornare indietro, al passato col quale ci confrontiamo per capire o per reagire; forward, andare avanti, spingersi nel futuro, con tutte le sue variabili, le sue incognite. Il play è legato alla selezione ufficiale che affronta la contemporaneità. Nel selezionare i documentari provenienti da ogni parte del mondo, l'idea è stata quella di cercare quei prodotti che descrivessero il presente raccontando certamente le difficoltà e le speranze degli uomini, ma senza far leva sul loro aspetto deteriore. Non mi è mai piaciuto mettere in mostra l'aspetto scandalistico della vita. Se una difficoltà è presente, credo vada fatta vedere nel lavoro positivo e quotidiano che l'uomo compie per superarla. Abbiamo selezionato, per esempio, un film di un decano del cinema documentario tedesco, Volker Koepp, il cui titolo è Holundeblüte ossia Fiore di sambuco, che si svolge in un segmento dimenticato del pianeta, quello di Kaliningrad, territorio russo incastrato tra Polonia e Lituania. Lì c'è una situazione di disoccupazione, di degrado, di alcolismo, di solitudine terribile. Quello che mi ha colpito del film è che il regista non fa mai vedere gli adulti, eccetto una sola volta come termine di paragone, ma si concentra esclusivamente sui bambini e sulle loro speranze. In questa maniera ciò che è assente, ciò che è fuori campo, si ingigantisce e soltanto attraverso la voglia di vivere di questi bambini noi percepiamo come le loro speranze forse si realizzeranno o forse rimarranno frustrate. È affascinante il cinema quando lavora sul non detto che però risulta lampante, quando si concentra sull'evidenza dell'incredibile.

Nelle pellicole che compongono questo caleidoscopio di umanità, ne troviamo alcune di grande spessore etico.

Vi sono temi che sono irrinunciabili e dimostrano una straordinaria vitalità cinematografica. Le sparizioni dei modi tradizionali di vita, ad esempio; la questione dei flussi migratori che sconvolgono le sicurezze dell'Occidente, messi in evidenza da ciò che succede alla frontiera tra Messico e Stati Uniti in Tijuana di Vincent Martorana oppure in un centro di prima accoglienza in Svizzera, ne La forteresse di Fernand Melgar. Ci sono diverse tipologie di comunità, che danno il senso di uno spazio e delle persone che lo abitano, e ci calano nella vita di un osservatorio astronomico, tra i pastori rumeni, tra gli operai afgani di un forno di Herat. Poi sono innumerevoli le storie di famiglie con le contraddizioni del vivere comune:  da quelle della steppa ghiacciata descritta da uno dei più significativi registi russi emergenti, Sergei Loznitsa, nel suo Lumière du nord, allo sconvolgente testamento di Must read after my death realizzato dall'americano Morgan Dews. Alcune opere filmano poi il lavoro - quello manuale che registra così le trasformazioni del mondo e quello artigianale e artistico - per intuire il mistero che sovrintende ogni creazione, riproducendo l'intima essenza dell'arte, una vera sfida del cinema. E abbiamo anche un'importante presenza italiana, con tre titoli che desidero ricordare per la loro forza morale. Il primo è di Penelope Bortoluzzi, Fondamenta delle convertite, uno sguardo sulla realtà carceraria femminile a Venezia, fra detenute di varie lingue, culture e religioni che tentano di convivere superando le difficoltà di un'esistenza coatta e in questo aiutate dalle guardie carcerarie; poi Rumore bianco di Alberto Fasulo, che segue, lungo il corso del Tagliamento, la vita della gente di diversa cultura; infine, un altro documento eccezionale, Hair India di Raffaele Brunetti sul commercio dei capelli fra il sud e il nord del mondo per costruire le cosiddette hair extension, un argomento che mette in evidenza ancora una volta come i Paesi più poveri vengano sfruttati per cose di totale frivolezza, in questo caso per la bellezza estetica delle dive.

Tutti i film presenti a Firenze svelano, nel loro complesso, il volto e l'anima del mondo. Quale idea si è fatta di questo nostro mondo?

La situazione è tragica, ma non seria. Ciò che si vede dai film selezionati è un mondo che cerca fondamentalmente delle coordinate, le persone cercano di capire dove stanno andando, sia che vivano in una situazione più tranquilla sia che si trovino in una disagiata. Il cinema ha questa capacità di cogliere in anticipo ciò che sta per avvenire. Noi viviamo un momento di crisi sistemica, il cinema ne coglie i sintomi.

Compito svolto dal cinema anche nel passato. La funzione back dove ci riporta?

Alla vigilia dei cinquant'anni del Festival, ci siamo posti una meta:  scoprire cosa è successo al cinema e alla gente in determinati territori del mondo nel corso di questo mezzo secolo. Abbiamo preso come primo territorio, oggi cruciale, quello delle tre ex-Repubbliche sovietiche che sono diventate indipendenti, le Repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania, tre Paesi definiti da una cultura e una vita religiosa particolari. Pur con una forte presenza del cattolicesimo e del protestantesimo, questi Paesi non sono esenti dal peso della storia e della modernità. Ci raccontava, ad esempio, un cineasta lituano che il suo è stato uno degli ultimi Paesi d'Europa a essere cristianizzato e per questo risente ancora oggi di una serie di retaggi pagani depositati nelle abitudini della gente, mimetizzati in quello che potrebbe apparire come il rispetto e l'amore-adorazione per la natura. Queste tre repubbliche sono un laboratorio di ricerca straordinario:  per loro, almeno fino agli anni Ottanta, il cinema si è identificato con il documentario che veniva proiettato in pellicola nelle sale, in ossequio all'estetica formalista del comunismo sovietico per cui il cinema doveva essere immagine della realtà. Però scopriamo anche che i registi baltici, nel trattare i soggetti loro richiesti dal potere centrale, soprattutto il lavoro e la società osservati con quello sguardo forzatamente ottimista tipico delle società socialiste, hanno instillato veri e propri momenti di poesia impensabili per la cinematografia sovietica dell'epoca, addirittura in alcuni film si assapora un'aspirazione spirituale della vita.

Come si inserisce nel programma del Festival la retrospettiva dedicata alla regista francese Claire Simon?

Guardare indietro può significare sia esplorare come si è mosso il cinema in un determinato territorio, quindi la storia sociale, la cultura e anche le varie dinamiche produttive di un Paese, sia cercare di capire e descrivere come lavora un cineasta nel corso della sua carriera. Claire Simon - questo è il primo omaggio completo a lei dedicato in Italia - dimostra con i suoi diciotto film di essere un'autrice che si è sempre posta sul confine fra la realtà e la sua trasformazione in finzione. Per lei, dotata di uno sguardo analitico e appassionato, "il documentario è come un film di finzione improvvisato". La sua posizione è originale:  "Girare un documentario -afferma - è credere nella rivelazione del cinema, la rivelazione più semplice e più radicale:  che il presente si trasformi in presenza, che un'azione diventi una storia, che un uomo diventi un eroe, che un posto diventi un luogo".

La nostra storia, le azioni del passato, molto spesso sono state determinate dai potenti, dalle loro decisioni. Vi siete fatti una domanda cruciale:  è filmabile il potere?

Ci chiediamo, in un'apposita sezione trasversale denominata "I volti del potere" curata da Marie Pierre Duhamel, se e come il cinema sia riuscito a filmare il potere. Per sua stessa natura il potere è qualche cosa di fluido, che puoi forse captare, ma non filmare:  allora, il potere è visibile o invisibile? Quando filmi un uomo potente, filmi il potere o filmi l'uomo che lo detiene?

Forward ci orienta verso il futuro.

Nel corso di una tavola rotonda in programma sabato 15 dal titolo "L'eredità di Nanook" - ispirata al titolo del film di Flaherty Nanook l'esquimese del 1922, il quale corrispose all'atto di nascita della parola documentario nella famosa definizione che ne diede John Grierson - cercheremo di mettere in prospettiva il genere interrogandoci sullo status di questa forma filmica e sulle tendenze verso cui si dirige, poiché oggi proprio il documentario si sta sempre più ibridando con altre forme cinematografiche quali la fiction, la pura e propria arte, l'esposizione scientifica.

Provocazione finale:  il reality show come versione popolare ed estrema del documentario, il suo concorrente più agguerrito e cinico?

No, le differenze tra i due sono abissali. Il reality è di tutt'altra natura. Il documentario, con il suo lavoro sui materiali della realtà, prevede una distanza, mentre il reality, trasmesso dalla televisione, punta sulla prossimità, fa leva sulla pruderie dello spettatore che può vedere senza essere visto, mettendo in atto un voyeurismo volgare che non appartiene al documentario. Il reality lavora su questo aspetto deteriore e rende l'uomo sicuramente peggiore; il documentario, invece, se è di ricerca, di creazione, se è impegnato eticamente e socialmente, ci arricchisce e ci rende migliori.



(©L'Osservatore Romano 14 novembre 2008)
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