A colloquio con la nuova superiora generale
delle Figlie di Maria Ausiliatrice madre Yvonne Reungoat

Lo stile femminile
nel dialogo tra fede e ragione


Nel rapporto fra la cultura e la fede le salesiane di don Bosco intendono portare il tesoro della relazione e del confronto con il prossimo:  con i giovani, con le famiglie, nella coscienza delle nuove sfide del mondo. Anche con questo impegno si è concluso il 15 novembre il xxii Capitolo generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, nel corso del quale è stata eletta la nuova superiora generale, madre Yvonne Reungoat. Due mesi di lavoro nei quali le religiose si sono interrogate sulle sfide poste dall'emergenza educativa, dal calo delle vocazioni, dalla necessità di un rapporto di collaborazione organica con gli altri ordini e congregazioni. Al termine dei lavori, il vicedirettore de "L'Osservatore Romano", Carlo Di Cicco, e Marco Bellizi hanno incontrato madre Reungoat.

Come è maturata l'elezione della nuova superiora generale?

L'elezione della superiora generale si realizza sempre nel cuore di ogni Capitolo generale. Quello che abbiamo appena concluso è iniziato il 18 settembre, mentre l'elezione è avvenuta il 24 ottobre. Questo indica che abbiamo previsto un adeguato tempo di lavoro e di condivisione anche per favorire la conoscenza reciproca, necessaria in un'assemblea di 191 membri che provengono da diverse parti del mondo. Immediatamente prima dell'elezione abbiamo vissuto un tempo di discernimento, di preghiera, di riflessione, guidato da padre José Maria Arnaiz, marianista. Le riflessioni vertevano sulle grandi sfide che interpellano l'istituto oggi e, di conseguenza, sulle qualità richieste a colei che sarebbe stata chiamata a guidarlo nel sessennio 2008-2014.

Crede che la sua direzione sarà più di continuità o di svolta?

È sempre difficile prevedere all'inizio come realmente sarà questa direzione. Sicuramente avrà elementi di continuità con l'orientamento di madre Antonia Colombo che mi ha immediatamente preceduta nel governo e nell'animazione dell'Istituto, condivisi con il Consiglio generale di cui ero parte, ma anche in continuità con le altre Superiore generali che, da madre Mazzarello in poi, hanno cercato di mettersi in ascolto sia della realtà del mondo, sia del cammino della vita religiosa nella Chiesa. Tutto questo è sicuramente un elemento di continuità. L'Istituto sta realizzando un cammino allo stesso tempo di insieme, secondo gli orientamenti definiti nel Capitolo generale - e che dunque valgono in tutto il mondo -, e specifico perché tali orientamenti prevedono aspetti che si inculturano, si declinano nelle diverse situazioni. Il nostro è dunque un processo che si realizza progressivamente, con elementi di continuità e altri di novità:  il mondo cambia rapidamente e i cambiamenti riguardano in particolare i giovani, i ragazzi, i bambini, le famiglie. Non possiamo pensare alla nostra missione educativa e dunque al significato della nostra presenza religiosa senza interrogarci continuamente di fronte alle trasformazioni che chiedono un discernimento non solo al nostro interno, ma anche rispetto alla vita religiosa in generale e alla Famiglia salesiana in particolare.

In questo senso, che significato ha la scelta della prima superiora generale non italiana?

È una conferma del carisma dell'istituto che, nato in Piemonte, in Italia, è stato molto fecondo e quindi si è diffuso nei cinque continenti. È segno che il carisma si è inculturato:  la Francia è stata il primo Paese oltre i confini italiani dove don Bosco e Maria Domenica Mazzarello hanno inviato rispettivamente i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice. Penso alla nazionalità non come un prestigio, ma nel senso che ci sentiamo tutte animate dallo stesso spirito e viviamo l'esperienza di essere una famiglia multiculturale molto unita in tutto il mondo.

Come giudica, a partire dall'obiettivo iniziale, i risultati di questi due mesi di lavoro del capitolo?

L'obiettivo iniziale era di interrogarci su un aspetto importante per noi:  sentirci chiamate a essere, oggi, segno ed espressione dell'amore preveniente di Dio, secondo il carisma di don Bosco, che è impregnato di relazionalità e di amore. L'amore è il nucleo fondamentale del nostro carisma esplicitato nel primo articolo delle Costituzioni dell'Istituto. Ed indica la nostra identità. Ci siamo chieste come essere oggi questo segno visibile e credibile soprattutto per i giovani in un mondo in cui la secolarizzazione si sta allargando, in cui si affermano le sette o cresce l'indifferenza:  un mondo nel quale i giovani, spesso in modo latente, sono alla ricerca di un senso da dare alla vita. Tutto ciò a partire dalla comunità religiosa, che si allarga fino a coinvolgere la comunità educante, condividendo con i laici la stessa missione. I risultati sono stati prima di tutto una grande condivisione:  perché, essendo presenti persone provenienti dai cinque continenti, abbiamo vissuto una grande esperienza di interculturalità. La convinzione alla quale siamo arrivati è che per poter testimoniare nella missione l'amore preveniente, dobbiamo essere noi stesse centrati sull'amore di Dio, lasciarci guidare dallo Spirito Santo e dalla presenza di Maria che ci accompagnano a vivere questa realtà nella nostra esperienza personale e comunitaria.

Voi siete, come lei ha ricordato, fortemente impegnati nell'educazione. Benedetto xvi ha sottolineato la presenza di un'emergenza educativa. Come pensate di affrontarla?

Come Istituto educativo avvertiamo fortemente questa emergenza, ma soprattutto sentiamo l'urgenza della qualità educativa. Non so se ci saranno dei grandi cambiamenti nella nostra missione. Sicuramente ci sarà un atteggiamento di ascolto e di ricerca. La nostra Facoltà di Scienze dell'Educazione Auxilium, per esempio è impegnata nella ricerca su questo tema. Raccogliendo la richiesta di Benedetto xvi, ci sentiamo fortemente in sintonia con il carisma, più stimolate a rispondervi, impegnando tutte le nostre risorse. Crediamo che per educare le giovani generazioni sia indispensabile l'attenzione alla famiglia. I giovani e le giovani, certo, sono i destinatari privilegiati della missione, ma il contesto familiare è altrettanto importante. L'attenzione alla famiglia si pone in continuità con la missione educativa dei giovani e riguarda la loro formazione per la creazione di nuove famiglie. Un altro aspetto è la promozione di una cultura della comunicazione, a cui sono particolarmente sensibili le giovani generazioni. Gli sforzi educativi che possiamo attivare, se non tengono conto di questa realtà, rischiano di essere vani.

Come affrontate l'invecchiamento nella composizione della congregazione e la carenza delle vocazioni, soprattutto in Occidente?

Ci chiediamo spesso anche noi le motivazioni dell'invecchiamento. C'è una diminuzione notevole di vocazioni soprattutto nel mondo occidentale, perché nel resto del mondo c'è un rinnovamento vocazionale. Ci sono fattori che chiamano in causa la stessa società, come la diminuzione delle nascite, il processo di secolarizzazione che avanza, il moltiplicarsi di situazioni familiari difficili. Tutto ciò ci interpella sul segno che offriamo come vita religiosa. Ci interroghiamo sulle attese dei giovani e delle giovani di oggi e riscontriamo che essi cercano in qualche modo una radicalità di vita che contrasta con l'ambiente, con quello che stanno vivendo. Non sempre è facile per loro vedere nella vita religiosa apostolica questa radicalità. Scorgono sovente l'aspetto professionale, ma non colgono la bellezza della vita di comunità, di preghiera. Facciamo fatica, a volte, a far comprendere come questi elementi siano intrecciati e possano rispondere anche alla ricerca di vita contemplativa nei cui confronti sembra che i/le giovani siano più sensibili, anche se bisogna riconoscere che l'attrazione verso la vita contemplativa non sempre è durevole. Ci interroghiamo per studiare come permettere alle giovani di conoscere più profondamente la nostra vita e, soprattutto, come assicurare un accompagnamento personalizzato che le aiuti a scoprire la loro vocazione, ciò che Dio attende dalla vita di ciascuno/a di loro. Molti di essi non trovano sul loro cammino persone con le quali poter facilmente condividere il proprio percorso di ricerca vocazionale. In alcune parti del mondo le vocazioni di fma sono numerose, in particolare in Asia. Ma anche in altre regioni come l'Africa e l'America latina. In Europa occidentale, il timore delle giovani invece è quello di un impegno per tutta la vita.

Quale è la condizione della donna, nella vita della Chiesa e nel mondo?

Per noi l'attenzione alla donna è un elemento costante, che ci accompagna. Nella Chiesa, pensiamo sia importante che la donna possa essere riconosciuta per ciò che è, non necessariamente in alcuni ministeri, come si chiede da qualche parte. L'esperienza dimostra che c'è una presenza della donna, anche nella vita religiosa, che sa essere vicina alla gente, che accompagna la vita, ne promuove la dignità e la fa crescere nella prossimità. Nell'offrire un servizio alla Chiesa e alla società, rende vicina la presenza di Dio nella vita della gente. Dobbiamo riconoscere che oggi nella Chiesa c'è un'attenzione più grande alla donna. Evidenziando il posto di Maria nella propria vita, Giovanni Paolo ii e Benedetto xvi hanno anche inteso riconoscere e valorizzare la presenza della donna. Certo, i posti di responsabilità ad alcuni livelli sono ancora pochi. Ma ci sono alcuni segni. Il fatto per esempio che una Figlia di Maria Ausiliatrice sia sottosegretario della Congregazione per la vita consacrata e le società di vita apostolica, è un espressione di questa volontà della Chiesa di valorizzare il ruolo della donna.

Può essere importante in questo senso crescere anche culturalmente?

Benedetto xvi sottolinea spesso il problema della cultura. La grande sfida di oggi è il divario tra cultura odierna e valori evangelici, tra cultura e fede. Una cultura che tende non solo ad allontanarsi da Dio ma anche a non tenere conto della trascendenza. Come educatrici, non possiamo non pensare all'aspetto culturale. La Pontificia Facoltà di Scienze dell'Educazione Auxilium, che è istituzione della Chiesa affidata alle fma in quanto donne educatrici religiose, è di per sé stimolante. La riflessione che può fare la ricerca della Facoltà in proposito è quella di individuare cammini di convergenza tra le sfide culturali e il Vangelo. Gestire la Facoltà è per noi impegno non indifferente, perché richiede di formare fma che siano docenti universitarie, ma è una grande risorsa, perché permette, a livello di Istituto e, per irradiazione, a livello di Chiesa e di società, di tradurre in categorie culturali i valori che intendiamo trasmettere. Non è stato facile accettare di entrare in questo ambito. È stata una risposta di obbedienza alla Chiesa che lo richiedeva e una continua ricerca di formazione, di confronto, di condivisione. Lavoriamo anche in collaborazione con la Pontificia università salesiana, con alcune università pontificie di Roma e con altre istituzioni di studi superiori nel mondo.

Quale può essere un valore aggiunto femminile nel confronto tra fede e ragione?

Non so se c'è un valore aggiunto. Nella riflessione credo che conti il contagio della vita. Penso che la testimonianza di una comunità che riflette insieme, vive e trasmette quello che vive, può essere un elemento che aiuta a incarnare entrambi gli elementi e dunque a ridurre il divario. L'aspetto femminile è rintracciabile particolarmente nell'ambito relazionale, perché uno degli elementi ai quali mi sembra che noi donne siamo attente è la vita che si svolge all'interno della relazione. La fede si scopre, si comunica e cresce all'interno della relazione. E la condivisione permette un arricchimento del pensiero.

C'è la necessità di una maggiore armonizzazione e collaborazione fra ordini e congregazioni?

La ricerca di armonizzazione e di rapporti sempre più collaborativi fra le congregazioni religiose è una sensibilità che è cresciuta molto in questi anni. Le sfide attuali sono così grandi che nessuna congregazione religiosa da sola può osare farvi fronte. L'esperienza di trovarsi davanti a queste sfide e, allo stesso tempo, i limiti dei diversi istituti o ordini religiosi, aiutano a prendere coscienza che solo mettendoci insieme possiamo rispondere, mettendo in correlazione carismi diversi. Un esempio:  due anni fa l'Unione delle Superiori generali e dei Superiori generali si sono interrogati su come intervenire nel sud Sudan approfittando di un tempo di tregua dopo molte violenze. Le due Unioni hanno preso insieme due iniziative:  una nell'ambito dell'educazione e una nel campo della sanità. Noi abbiamo risposto per l'ambito dell'educazione. Il progetto prevedeva di fondare un'istituzione per la formazione di insegnanti. Il nostro contributo consisteva nell'offrire alla nascente équipe un membro qualificato:  una Figlia di Maria Ausiliatrice che avrebbe operato nel luogo, secondo il nostro carisma, offrendo così un segno di comunione intercongregazionale. Ci sembra particolarmente importante questa sinergia, che dà più forza e permette anche di essere più significativi nel trovare convergenze. Ciò richiede una maggiore riflessione e apertura ai diversi carismi. Penso che questa sia una strada feconda che continuerà a svilupparsi.

Quali sono i rapporti con la comunità dei salesiani?

I rapporti con i nostri fratelli salesiani sono improntati allo spirito di famiglia. Condividiamo la grande risorsa di avere in comune la stessa spiritualità. Le collaborazioni si situano sullo stesso terreno, fanno leva sulla stessa sensibilità spirituale e carismatica. Lavoriamo insieme a livello dei Consigli generali per i diversi ambiti di riferimento, come ad esempio, l'ambito della formazione e della pastorale. Elaboriamo iniziative comuni, pur rispettando l'autonomia di ogni gruppo. La visione che ci sostiene è questa:  comunione - sempre da coltivare e potenziare - nella diversità. Le nostre differenze costituiscono un arricchimento reciproco piuttosto che una difficoltà. Riflettere insieme sulle grandi sfide educative impegnandoci a offrire il nostro contributo specifico. Sentiamo importante questa sinergia anche con i gruppi laici della famiglia salesiana, come a esempio con l'Associazione delle Ex allieve/i e i Salesiani/e Cooperatori/ci che hanno la loro autonomia come associazione laicale.

Perché una giovane oggi dovrebbe scegliere la vita consacrata?

Perché scopre che questo tipo di vita le permette di realizzarsi pienamente come donna e come consacrata a Dio. La consacrazione potenzia la realizzazione personale secondo il progetto di Dio:  è perciò elemento di crescita anche umana che sviluppa la propria capacità di dono. Una donna è fatta per la vita e dunque per il dono di sé. E la vita religiosa femminile, a partire da un'esperienza di donazione totale a Dio, può essere felice e comunicare questa gioia. Può essere anche un segno per la società. La vita religiosa per noi è una vita impegnata nella trasformazione della società attraverso l'educazione, però nell'esperienza profonda della consacrazione a Dio.

Quale è il futuro che attende la congregazione dopo il capitolo generale?

Ci attendiamo che la Congregazione possa continuare il suo cammino con una passione rinnovata, con un nuovo slancio apostolico, una grande speranza, un atteggiamento costruttivo nella società di oggi, che non si fermi alle difficoltà incontrate; che queste difficoltà, al contrario, siano di stimolo per continuare a vivere la missione educativa con passione, con gioia; che in ogni contesto ci sia la stessa esperienza di condivisione che noi abbiamo vissuto. Non solo all'interno della Congregazione, ma anche con un grande numero di laiche e laici con i quali insieme vivere una grande passione educativa secondo lo stile di don Bosco e di Maria Domenica Mazzarello, così da rispondere alle sfide di oggi. Ci aspettiamo che questa rinnovata passione si esprima anche in una rinnovata comunione sempre più grande fra di noi, in ogni comunità locale, e che la rete mondiale della nostra Famiglia internazionale sia davvero una rete di comunione che possa essere un segno di amore nella società di oggi per le giovani generazioni.



(©L'Osservatore Romano 19 novembre 2008)
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