Intervista all'arcivescovo Gianfranco Agostino Gardin

Le claustrali risorsa eloquente
di testimonianza silenziosa


In occasione della Giornata pro orantibus che la Chiesa celebra venerdì 21 novembre, memoria liturgica della Presentazione di Maria al tempio, l'arcivescovo Gianfranco Agostino Gardin, segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, ha rilasciato un'intervista al nostro giornale. Il presule delinea le questioni più urgenti che riguardano oggi le religiose di vita contemplativa.

Perché una giornata specifica dedicata alla vita claustrale e non alle altre forme di vita consacrata femminile?

Il 21 novembre la Chiesa celebra la Presentazione di Maria al Tempio. Giovanni Paolo II ha scelto questa memoria liturgica per la Giornata pro orantibus, cioè per le claustrali dedite alla preghiera e alla contemplazione. La figura di Maria dedicata totalmente al Signore esprime bene l'ideale di vita perseguito dalle contemplative, donne chiamate a "stare con il Signore", a "concentrare in Dio" la loro attenzione esistenziale.
Perché una Giornata per le "oranti"? È un gesto di attenzione verso le religiose di vita contemplativa, è un dire loro:  sappiamo che siete presenti nella Chiesa, abbiamo bisogno della vostra preghiera, vi diciamo grazie per la vostra testimonianza silenziosa, per il vostro ricordarci che Dio va amato "con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la forza e con tutta la mente" (Lc 10, 27).
Vi è il rischio che la comunità cristiana non solo si dimentichi di queste presenze, non le avverta, ma anche che non comprenda la loro vocazione. Tra gli stessi cristiani praticanti sembra sorgere talora il dubbio che si tratti di una forma di vita incomprensibile e inutile. In una società che punta molto sull'efficienza, ma forse anche in una Chiesa affannata nel "fare", sia pure un fare "apostolico", la scelta di queste donne può apparire uno spreco di risorse umane e spirituali, ingiustamente sottratte alle molte cose da fare. Giovanni Paolo ii richiamava questa obiezione nell'esortazione Vita consecrata, applicata in quel caso a tutta la vita consacrata:  "Non è forse, la vita consacrata, una sorta di "spreco" di energie umane utilizzabili secondo un criterio di efficienza per un bene più grande a vantaggio dell'umanità e della Chiesa?". E rispondeva, rifacendosi all'icona evangelica del "profumo di Betania", cioè dell'episodio di Maria che cosparge i piedi di Gesù con del prezioso olio profumato:  "Quello che agli occhi degli uomini può apparire come uno spreco, per la persona avvinta nel segreto del cuore dalla bellezza e dalla bontà del Signore è un'ovvia risposta d'amore" (n. 104).
Benedetto XVI, nella preghiera dell'Angelus di domenica scorsa, ha ricordato la Giornata esprimendo a nome di tutta la Chiesa la "gratitudine a quanti consacrano la loro vita alla preghiera nella clausura, offrendo un'eloquente testimonianza del primato di Dio e del suo Regno" ed esortando tutti i fedeli ad essere loro vicini con il sostegno materiale e spirituale.

Quali sono le questioni di maggiore urgenza che riguardano oggi la vita claustrale nelle diverse aree del mondo?

Diciamo anzitutto che la vita monastica, sia femminile che maschile, è necessaria alla Chiesa, perché ricorda a tutti ciò che è essenziale ad ogni esistenza cristiana:  che Dio è il Bene supremo.
Certo, anche la vita claustrale sperimenta, in alcune aree del mondo, quella aridità vocazionale che sta colpendo la vita religiosa in genere. Trattandosi di una scelta di vita molto radicale, la quale domanda una fede particolarmente robusta, non meraviglia che là dove una certa scristianizzazione si sta diffondendo, vi sia un minor numero di persone aperte a queste vocazione. Perciò oggi vi sono più di ieri monasteri di clausura con piccole comunità e con un considerevole numero di religiose anziane. È inevitabile che in queste condizioni diventi più difficile, per esempio, dare vita ad una preghiera liturgica particolarmente curata - come è tipico della vita monastica - o disporre di persone preparate nel campo formativo, oggi particolarmente importante. E poi si deve riconoscere che è meno naturale che delle giovani siano attratte da comunità composte quasi esclusivamente di anziane.
Ciò non toglie che, anche con comunità più piccole e dall'età media avanzata, il monastero di clausura possa essere un luogo di autentica contemplazione, che può rappresentare nelle Chiese particolari un punto di riferimento per tanta gente che cerca oasi di preghiera, di silenzio, di ricarica spirituale.

Le nuove vocazioni femminili alla vita claustrale sono sufficienti a frenare e a invertire la crisi dei monasteri?

Con riferimento alla situazione italiana, possiamo dire che non ci sarà inversione di tendenza. Secondo una statistica del 2005 i monasteri Italia erano circa 550 e le monache circa 7.000; le postulanti circa 200 e le novizie 250. La situazione del 2008 non è variata di molto. Senza dubbio le nuove entrate non sono sufficienti a compensare i decessi.
Le cause del minor numero di ingressi sono ormai oggetto di frequenti analisi e le risposte sono note:  la denatalità, la maggior possibilità di realizzazione della donna in ambiti diversi, il sorgere di nuove forme di vita evangelica, una diversa percezione della vita religiosa sul piano sociale, e poi la secolarizzazione con tutto ciò che ne consegue... È vero anche che talora nella stessa zona geografica i monasteri sono molti, troppi per garantire un ricambio generazionale.
Di fronte a questi dati una scelta possibile è quella di rinforzare i monasteri con vocazioni provenienti da altri Paesi. Forse occorre essere cauti al riguardo, pur non escludendo del tutto questa possibilità, giacché la vita religiosa ha da tempo una grande "mobilità" al suo interno. Non si deve dimenticare però che anche le nuove Chiese e i Paesi di recente evangelizzazione hanno bisogno della vita monastica e anch'essi hanno il "diritto" di avere presenze monastiche e claustrali. Non dobbiamo pertanto avere paura se cambia la "geografia" della presenza monastica.
Detto questo, la preoccupazione principale nella vita religiosa non è mai quella del numero. Lo ha detto bene Giovanni Paolo ii, ancora in Vita consecrata:  "La vera sconfitta della vita consacrata non sta nel declino numerico, ma nel venir meno dell'adesione spirituale al Signore e alla propria vocazione e missione" (n. 63).

La qualità delle nuove vocazioni alla vita claustrale e come questa scelta può mettere in comunicazione con la società odierna.

Nella nostra società non è facile per i giovani donne mettersi in contatto con un monastero di claustrali, anche perché esse probabilmente percepiscono i monasteri come realtà estranee alla normalità della vita. Non mancano però giovani - e anche meno giovani - che chiedono di passare un periodo di riflessione e di preghiera in un monastero. Nella società della fretta, del frastuono, della superficialità, dell'affanno, questa richiesta non dovrebbe stupire:  nasce il bisogno di un "riposo dell'anima", di un contatto con persone che testimoniano una vita che attinge in maniera sovrabbondante alla fonte della pace, con persone che hanno trovato la propria realizzazione nell'incontro con Cristo, che hanno appreso - pur nella fatica quotidiana - a coniugare ascolto della Parola, preghiera e lavoro, con persone di comunione autentica e perseverante, capaci di accoglienza e di gratuità.
In genere, queste giovani sono vocazioni adulte e pertanto ben coscienti delle proprie scelte, maturate dopo aver vissuto anche altre esperienze di vita, ma proprio per questo consapevoli di dover fare i conti con abitudini e atteggiamenti acquisiti che devono passare attraverso una certa purificazione, devono essere rimodellati per armonizzarsi e integrarsi con quelli propri della vita monastica. Ma spesso è proprio il "vissuto" precedente - non rinnegato ma assunto - che, a mio avviso, le rende capaci di mettersi in sintonia con la società e con la gente e di essere credibili e disponibili ad entrare in dialogo con tutti.



(©L'Osservatore Romano 21 novembre 2008)
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