Intervista all'arcivescovo di Nagasaki Joseph Mitsuaki Takami

Il Giappone
e il prezioso tesoro dei martiri


di Francesco Ricupero

Oltre trentamila persone sfidando la pioggia e un vento gelido hanno preso parte domenica scorsa alla solenne beatificazione, presieduta dal cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione della causa dei santi, dei 188 cattolici giapponesi, tra sacerdoti, religiose e laici, uccisi tra il 1603 e il 1639 a causa della loro fede. "Il 24 novembre - racconta a "L'Osservatore Romano" monsignor Joseph Mitsuaki Takami, arcivescovo di Nagasaki - è stato un giorno di festa e di grande coinvolgimento emotivo per la Chiesa in Giappone. Un evento di straordinaria importanza e di autentica e infinita grazia. La beatificazione dei 188 martiri giapponesi potrà essere un'occasione per portare una testimonianza dell'amore di Dio e riscoprire l'importanza della fede".

Arcivescovo Takami, come ha vissuto questo importante evento la Chiesa giapponese e in particolare la sua diocesi?

La comunità cristiana giapponese ha un profondo rispetto e una pia venerazione per i 188 martiri, 44 dei quali provenienti proprio dalla diocesi di Nagasaki. La popolazione si è sentita coinvolta dalle numerose iniziative della nostra diocesi. Sono stati organizzati pellegrinaggi, presentati studi e ricerche sulla vita dei martiri, allestita un'importante mostra sul loro passato in due chiese di Nagasaki. Non solo, ma anche le autorità civili e alcuni musei della città hanno dedicato un'interessante esposizione di opere d'arte. Inoltre, vi è stato un coinvolgimento dei bambini i quali hanno realizzato disegni e composizioni a sfondo religioso.

Quanti cristiani hanno subìto il martirio nel Paese del Sol Levante?

Tanti. Per essere precisi, ventisei martiri del 1597 furono beatificati da Papa Urbano viii in due distinte occasioni nel 1627 e nel 1629. Tutti insieme furono canonizzati da Papa Pio ix nel 1862. Duecentocinque persone, che subirono il martirio tra il 1617 e il 1632, furono beatificate da Papa Pio ix nel 1867, mentre sedici religiosi appartenenti all'ordine dei domenicani furono martirizzati a Nishizaka e Nagasaki tra il 1632 e il 1637, beatificati nel 1981 e canonizzati nel 1987 dal servo di Dio Giovanni Paolo ii. Tra il 1868 e il 1945, il cristianesimo in Giappone - che ebbe inizio proprio a Nagasaki - crebbe e si sviluppò molto grazie ai missionari francesi e successivamente ad altri missionari e congregazioni cattoliche, ma fu per forza di cose coinvolto nell'imperialismo e nel militarismo giapponese. Subito dopo la seconda guerra mondiale, vi furono conversioni di massa in Giappone, ma, in proporzione allo sviluppo economico e consumistico, la conversione diventò sempre più lenta a svilupparsi sia numericamente che spiritualmente. Numerose scuole cattoliche, ospedali e servizi sociali assistenziali hanno serie difficoltà nel proseguire le loro attività, per loro è una grande sfida a causa del numero ridotto di sacerdoti e di religiose. A tal riguardo la Conferenza episcopale del Giappone ha preso l'iniziativa nella convenzione nazionale di incentivazione per l'evangelizzazione nel 1987 e nel 1993, pubblicando la Dottrina della Chiesa cattolica e così anche il catechismo della Chiesa, adattato per il Giappone nel 2003. Inoltre, ha cercato di rispondere alle questioni sociali pubblicando messaggi e documenti sulla vita, l'immigrazione, i diritti umani, la guerra e la pace, per esempio The Reverence of life.

Secondo lei, dei 188 martiri giapponesi chi ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della Chiesa in Giappone?

In particolare, Pietro Kibe che si recò a piedi a Roma passando per l'India e Gerusalemme, per essere ordinato sacerdote e ritornare nel 1630 in Giappone, sapendo che vi era una persecuzione in atto. Nove anni dopo fu martirizzato a Edo, l'attuale Tokyo. Vi furono diverse famiglie giapponesi come la Amasaku di Yonezawa, la Hashimoto di Kyoto o la Ogasawara che ci hanno trasmesso e insegnato l'importanza dell'educazione cristiana in famiglia e l'unità della famiglia basata sulla fede cattolica. Gaspar Genka Nishi e sua moglie ebbero un figlio, Thomas, che fu canonizzato nel 1987. I coniugi Nishi e il loro primogenito vennero decapitati. Padre Julian Nakaura, uno dei quattro ragazzi, il primo giapponese ad aver visitato l'Europa e ordinato sacerdote, rimase in Giappone anche dopo la promulgazione di divieto del cristianesimo, si prese cura dei cristiani e fu martirizzato. La presenza del cardinale Saraiva Martins è stata per noi molto significativa. Il porporato non era conosciuto dai cristiani giapponesi prima della sua visita effettuata alcuni mesi fa in Giappone. Il cardinale, prima di presiedere la solenne celebrazione di beatificazione, ha avuto modo di visitare alcuni luoghi sacri del Giappone e ha impartito la sua benedizione ai giovani che si accingevano a compiere un lungo percorso di cinquanta chilometri a piedi per prendere parte alla beatificazione dei 188 martiri.

Quanti sono i cattolici in Giappone e qual è il loro coinvolgimento nelle attività pastorali?

I cattolici giapponesi sono circa 450.000, mentre quelli non giapponesi, quindi immigrati, sono poco più di cinquecentomila. La popolazione cattolica di Nagasaki negli ultimi quarant'anni ha subito un lieve calo. Infatti, si è passati dai 76.000 del 1965 ai 65.000 del 2007. Sebbene nelle diocesi di Tokyo e Yokohama la popolazione cattolica sia aumentata non possiamo attenderci una grande crescita del numero dei cattolici in Giappone. Purtroppo, ci sono pochi bambini nelle famiglie e gli anziani aumentano sempre di più. Il numero dei battesimi è diminuito negli ultimi dieci anni. Gli elementi culturali influiscono in maniera determinante così come la diminuzione delle nascite. Certamente, dobbiamo intensificare i nostri sforzi per evangelizzare il popolo giapponese. L'arcivescovo Shimamoto, mio predecessore, ha preso l'iniziativa di riorganizzare la cura diocesana e di preparare la creazione di piccole comunità cristiane al fine di trasformare l'arcidiocesi di Nagasaki in una comunità missionaria. Io sto cercando di portare avanti questo importante progetto.

Negli ultimi anni la crisi vocazionale è diventata fonte di preoccupazione. Quali sono i fattori determinanti di questo calo e quali misure sta adottando la Chiesa nipponica per arginare questo fenomeno?

In effetti il vero problema per la Chiesa in Giappone è la mancanza di vocazioni. Molti sacerdoti delle nostre parrocchie sono vietnamiti, coreani o filippini. Nel 1989 in tutto il Paese c'erano 130 seminaristi minori e 97 maggiori, mentre nel 2007 erano solo 26 seminaristi minori e 76 maggiori. Nella nostra diocesi abbiamo un seminario minore, l'unico in tutto il Giappone, in cui nel 1989 c'erano 82 seminaristi (solo per Nagasaki) e adesso solo 21 (15 per Nagasaki). Avevamo 36 seminaristi maggiori nel 1989, ora solo 13. Non possiamo attenderci un aumento delle vocazioni sacerdotali nel prossimo futuro, ma speriamo che l'interesse suscitato dalla beatificazione dei martiri possa aiutare la nostra opera di evangelizzazione.



(©L'Osservatore Romano 28 novembre 2008)
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