A colloquio con Éric Jacquinet, nuovo responsabile della sezione giovani del Pontificio Consiglio per i Laici

La Chiesa deve imparare
il linguaggio delle nuove generazioni


di Gianluca Biccini

La sezione giovani del Pontificio Consiglio per i Laici ha un nuovo responsabile:  è Éric Jacquinet, sacerdote quarantaseienne francese, che come il suo predecessore Francis Kohn appartiene alla comunità dell'Emmanuel, proviene dall'arcidiocesi di Lyon e ha una grande esperienza di pastorale giovanile. In quest'intervista al nostro giornale parla in un buon italiano delle aspettative, delle speranze e soprattutto delle sfide che lo attendono.
Da giovane pellegrino alle Giornate mondiali della gioventù negli anni Ottanta a incaricato dell'organizzazione della prossima Gmg, in programma a Madrid nel 2011.
Prima dell'ordinazione sacerdotale avevo partecipato alle Gmg di Roma 1985 e di Santiago de Compostela 1989, quando già frequentavo la Comunità dell'Emmanuel. Questa realtà germogliata in seno al rinnovamento carismatico è nata a Parigi nel 1972 su iniziativa di Pierre Goursat e Martine Laffitte ed è oggi presente in 70 Paesi.
A Santiago ero responsabile di un pullman con ventiquattro giovani francesi e altrettanti fedeli dell'allora Cecoslovacchia. Fu così che conobbi la Chiesa delle catacombe:  avevano il permesso di viaggiare solo per motivi turistici, non religiosi, e tra loro c'era un sacerdote clandestino. Alcune cose mi colpirono molto:  che solo due persone del gruppo sapevano della sua vera identità, che non vestiva la talare né poteva concelebrare l'Eucaristia. Soprattutto mi rimase impressa una frase che mi disse:  "Le cose cambieranno tra poco". E alla fine di quello stesso anno crollò il Muro di Berlino.

E da sacerdote ha partecipato alle altre Gmg?

Sì, a quella del 1997 a Parigi, mentre mi rammarico di non aver potuto essere a Roma nel 2000:  ma ricordo di aver registrato l'omelia di Giovanni Paolo ii e di averla ritrasmessa nella mia parrocchia li0nese.

E poi c'è stata Sydney, la scorsa estate, quando ormai già sapeva del suo nuovo incarico. Com'è andata?

È stata un'esperienza di studio, di formazione, una sorta di passaggio di consegne, nella quale ho imparato molto dal punto di vista del lavoro che mi attende. Ma ho anche potuto vedere come questa metropoli australiana fortemente secolarizzata sia stata trasformata dalla presenza dei giovani nelle strade. Gli stessi sacerdoti locali, alcuni dei quali erano scettici, hanno dovuto ricredersi, perché lo Spirito ha fatto qualcosa di grandioso e il cardinale Pell ha vinto la sfida.

Facciamo un passo indietro e ripercorriamo le tappe principali della sua formazione.

Ho studiato all'Università Cattolica di Lione e per tre anni a Roma al Pontificio Seminario francese e alla Gregoriana. Sono stato ordinato sacerdote nel 1992 dal compianto cardinale Albert Decourtray, che mi nominò vicario per la pastorale giovanile nella cattedrale di San Giovanni; incarico che ho poi ricoperto anche in seno alla mia Comunità.

Successivamente ha svolto il ministero pastorale in due parrocchie dai contesti sociali molto differenti. Quali ricordi conserva?

Nel 1996 sono stato parroco a Saint-Nizer, grande comunità della borghesia di Lione, che una volta assegnata all'Emmanuel è divenuta un centro vivo di formazione e di missione. Poi nel 2004 l'attuale arcivescovo, il cardinale Philippe Barbarin, mi ha affidato la pastorale sacramentale diocesana e l'anno successivo la parrocchia di Vénissieux.

L'antica parrocchia del beato Antoine Chevrier, fondatore della società dei preti del Prado. Dalla Lione-bene a una realtà periferica con tanti problemi?

Un quartiere popolare, segnato dalla presenza di molti immigrati. Una sfida difficile che, confesso, affrontai con la paura nel cuore. Sul territorio, tra i ventinquemila abitanti, i cristiani sono una minoranza. Coadiuvato dall'associazione Le Rocher, che in seno alla comunità dell'Emmanuel lavora per una presenza cristiana nelle periferie difficili, andavamo a evangelizzare porta a porta.

E qual è stata la risposta dei giovani?

A Vénissieux il 65 per cento dei ragazzi ha i genitori separati, ma io ho sempre detto che finché il Signore ama tutti c'è speranza. Oggi notiamo un'incapacità di trasmettere la fede all'interno delle famiglie. La maggior parte delle persone pensa che per una cultura cristiana basti il catechismo e in casa non si fa nulla per avvicinare le nuove generazioni alla fede.

Aumenta così il numero dei lontani?

Sempre più. Oggi non sembra esserci neanche contestazione:  questi giovani non hanno qualcosa "contro" la Chiesa, semplicemente non ne sanno nulla, non la conoscono.

Eppure non manca un certo bisogno di spiritualità?

Piuttosto direi che c'è un desiderio affettivo forte, il quale ingenera una certa confusione con l'esperienza spirituale. In Francia si vanno diffondendo gruppi di preghiera i cui promotori sembrano avere sentimenti molto forti e intensi, ma questo non basta per costruire persone adulte nella fede. Anche chi partecipa alle Gmg, del resto, va accompagnato in una crescita di fede matura, come auspicato da Benedetto XVI.

Ha già pronta una ricetta?

Dobbiamo saper parlare di speranza ai giovani, poiché la vera questione è che abbiamo bisogno di loro per costruire il futuro.

Il tutto nella prospettiva della prossima Gmg madrilena.

Siamo ancora nella fase della riflessione, in attesa che il Papa indichi il prossimo tema. Il cardinale Rylko, presidente  del  nostro  dicastero, ha già incontrato l'arcivescovo della capitale spagnola, il cardinale Rouco Varela, e si stanno coinvolgendo altre diocesi della Spagna, perché con il tempo si è maturata la consapevolezza che la storia delle Gmg è anche fatta dall'accoglienza offerta dalle Chiese locali.

Chi saranno i suoi interlocutori?

Desidero lavorare con tutti, soprattutto con le delegazioni della pastorale giovanile dei cinque continenti:  il primo impegno è quello di mantenere i contatti. Ma mi rendo conto che non c'è solo la Gmg; un aspetto importante è l'accompagnamento dei responsabili di gruppi e associazioni giovanili.

Da dove pensa di cominciare?

C'è bisogno di luoghi di riflessione per una generazione sempre più fragile. Basta guardare alle cappelle universitare sempre più vuote, mentre ci danno speranza alcune esperienze con una storia consolidata come gli scout e i salesiani. Vanno realizzate vere "scuole di vita" che educhino alla fede.

E come pensa di fare?

Un modo potrebbe essere quello di far ripartire i convegni internazionali di pastorale giovanile, come era già stato fatto in Europa a partire dal 1994:  Roma, Loreto e Paderborn.

La Gmg di Sydney ha messo in luce il ruolo di nuovi mezzi di comunicazione capaci di parlare il linguaggio dei giovani. Ritiene che i telefonini e la rete siano un valido strumento di evangelizzazione?

Certamente. Ma ripeto che il problema è alla radice, in quel vuoto che i giovani hanno bisogno di riempire e per colmare il quale dobbiamo dare risposte concrete. Prendiamo l'esempio di internet:  è interessante, però se si passano tante ore al giorno a navigare si rischia di estraniarsi dalla realtà.

Ha un sogno nel cassetto?

Spero di viaggiare molto:  ho ricevuto inviti dal Bahrain, dall'Ucraina, dal Québec e dal Brasile. In particolare mi chiedo spesso cosa fare per l'Africa, che non ha mai avuto la gioia di una Giornata mondiale della gioventù. Non possiamo abbandonare un Continente molto importante, che soffre molto, e ritengo che il viaggio del Papa in questo continente sarà imporantissimo per la fede degli africani.

Nei giorni scorsi si è riunita l'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio. Quali impegni ne sono scaturiti per la sezione giovani?

Il primo grande appuntamento è per l'aprile 2009:  da giovedì 2 a domenica 5 ci riuniremo per tracciare un bilancio delle giornate di Sydney 2008 e il lancio di quelle di Madrid 2011; poi ci sarà la celebrazione della domenica delle palme con il tradizionale appuntamento dei giovani a livello diocesano:  nell'occasione in San Pietro ci sarà il passaggio della croce e dell'icona mariana delle Gmg dalle mani dei giovani australiani a quelle dei coetanei spagnoli. Stiamo anche preparando il decimo Forum Internazionale, che si terrà nel marzo 2010 su un tema cruciale:  l'educazione all'amore.



(©L'Osservatore Romano 28 novembre 2008)
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