A colloquio con Pupi Avati

Un'affannosa rincorsa
contro il tempo


di Elisabetta Galeffi

"A settant'anni ho capito la differenza che passa tra aver passione e aver talento. L'avessi saputo prima avrei fatto altre scelte". Pupi Avati non è un uomo che prende la vita alla leggera e negli ultimi anni è diventato ancora più esigente con se stesso. L'attività ultimamente è quasi frenetica:  a sei mesi di distanza dall'uscita nelle sale cinematografiche dell'acclamato Il papà di Giovanna è già stato annunciato alla stampa il suo nuovo film Gli amici del bar Margherita, nelle sale cinematografiche italiane ad aprile. "Sa perché faccio un film dietro l'altro ultimamente? Perché so che il tempo della mia vita sta fuggendo e io non voglio perdere un minuto, non voglio rischiare un attimo di disattenzione. Non avrei mai immaginato che questo sarebbe stato il pensiero costante di un uomo della mia età, vorrei tornare  indietro,  perché prima potevo perder tempo, potevo rilassarmi e non riflettere sempre sulla vita che corre".
Chissà se capita proprio a tutti alla stessa età di sentire la vita che fugge o c'è qualcuno che ha provato anche a trenta, a quarant'anni la paura di non farcela, di non star dietro alla corsa dei suoi giorni. Ad Avati accade adesso, ma perché dovrebbe temere di aver perso tempo, proprio lui? Quaranta film prodotti in altrettanti anni di carriera e un nome che è sinonimo di una cinematografia di qualità in Italia e all'estero. Pellicole che, qualsiasi gusto si abbia, rivelano uno stile inconfondibile. Anche nella vita Avati sembra aver avuto successo:  un matrimonio che da quarantaquattro anni regge alla sfida del tempo e della vita, col sostegno di figli ormai grandi.
Allora cosa la spinge in questa corsa forsennata che sembra affaticarlo così tanto? "Il passare del tempo e una disperata ricerca di usarlo al massimo".
Ma almeno nel suo cinema sembra che nulla sia cambiato, continua a giocare con le stesse emozioni che gli anni non sembrano avergli tolto. Solo che adesso una maggiore professionalità e maturità artistica gli hanno permesso di dirigere un film come Il papà di Giovanna, un successo senza precedenti anche per un regista come Avati. Una costante del suo lavoro è stata rappresentare la sua giovinezza, i luoghi di quel tempo, la gente di allora:  Bologna, l'Emilia, le storie della sua famiglia e degli amici. "Oggi, vorrei tornare indietro anche con il corpo per un momento" dice anche nella sua autobiografia, edita da Il Margine con il titolo Sotto le stelle di un film, e la cura di Paolo Grezzi che ha sbobinato i racconti del regista e li ha trascritti con stile. Centosettanta pagine da leggere in un fiato. Narrano i momenti più belli di una vita intensissima. "Sono stato due giorni a raccontare a un registratore i momenti che mi sono sembrati più piacevoli e significativi. Non volevo annoiare. Con il registratore davanti ho parlato, parlato". Due giorni soli per una vita, ma lui adesso va veloce, molto veloce.

Nell'ultimo mese le hanno dedicato due rassegne cinematografiche:  all'estero, a Budapest e in Italia, ad Assisi e tra breve (il 10 dicembre a La Spezia) riceverà il premio dedicato al gesuita Nazareno Taddei, che allo studio del cinema ha legato il suo nome. Come spiega tutto questo interesse per lei? Non mi dica che il mondo degli organizzatori di festival festeggia tutti i registi che compiono settant'anni?

Sono felice che si pensi a me. Direi che ormai sono rimasto l'unico regista a produrre film che hanno il marchio dell'italianità. Per questo sono il preferito dei manager di festival, inoltre offro una gran scelta di pellicole da riproporre e una cinematografia che ha sperimentato tutti i generi.

Vero, Pupi Avati si è cimentato in tutto:  commedia, horror, thriller, film cavalleresco, storico, musical, chi non ricorda molte delle belle canzoni che spesso fanno da corredo alle sue pellicole, come, per esempio quelle cantate da Rossana Casale in Una gita scolastica?

Oggi i giovani fanno un cinema che potrebbe appartenere alla cultura di qualsiasi Paese. L'Italia non è più riconoscibile attraverso le loro pellicole e forse per questo esportiamo meno film che ai tempi di Fellini e Rossellini. L'Italia dei nostri giorni è rappresentata solo da Gomorra di Matteo Garrone, ma bisogna convenire che, per quanto sia un buon film, è triste, tristissimo, che l'Italia venga vista in tutto il mondo con questa terribile storia di criminalità.

E lei quale aspetto del nostro Paese vorrebbe che girasse per il mondo?

Mi sarebbe piaciuto far vedere la storia dell'Italia degli ultimi quaranta anni attraverso il percorso di una famiglia, una famiglia borghese raccontata dalla figlia che hanno adottato e ha problemi fisici. Una storia così poteva avere il duplice scopo di mostrare l'Italia e le conquiste sociali di un Paese che si è evoluto, dove anche una donna con problemi di handicap riesce a conquistare la sua vita. Questo è possibile oggi nella società italiana. Il progetto l'ho proposto a Rai e Mediaset, ma tutti e due l'hanno bocciato; ancora mi chiedo perché.

La famiglia per lei rimane un fondamento della società, anche in questi tempi che sembrano volerle togliere valore. Lei è cattolico e la sua religiosità profonda si svela anche in aneddoti raccolti nella sua autobiografia, come vive la sua fede oggi?

Seguire quello che ci chiede il Vangelo non è facile per gli uomini, ma dovremmo farlo. Io ho detto chiaro, più di una volta:  sono un egoista e un invidioso, peccati gravissimi per la Chiesa, ma nessun prete si è preso la briga di farmi riflettere seriamente sui miei errori, di aiutarmi a migliorare.



(©L'Osservatore Romano 29 novembre 2008)
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