Intervista a monsignor Alejandro Goic Karmelic,
presidente della Conferenza episcopale cilena

Sfide, problemi e speranze
di una Chiesa di frontiera


di Nicola Gori

Una Chiesa al fianco della gente e dei poveri, che non ha avuto timore di alzare la voce anche durante i difficili anni della dittatura militare per promuovere la dignità della vita umana. Una comunità ecclesiale solidale con quanti soffrono e con le minoranze, impegnata ad affermare la dottrina sociale, quale base di dialogo e di proposta per la costruzione di un Paese più a misura d'uomo. È il senso della presenza della Chiesa cilena nella storia del Paese. Una presenza critica di fronte alla crescente secolarizzazione che lo sviluppo economico ha portato con sé. Sfide, problemi e speranze di questa Chiesa hanno trovato spazio nell'intervista che monsignor Alejandro Goic Karmelic, vescovo di Rancagua e presidente della Conferenza episcopale cilena, ha rilasciato al nostro giornale.

In quale modo l'esperienza vissuta durante il regime militare ha cementato il rapporto tra la Chiesa e il popolo cileno?

Durante il governo militare la Chiesa era - così diceva la gente - la voce di quanti non avevano voce. A Santiago, attraverso il vicariato della solidarietà, e in tutte le diocesi con altri organismi simili, si è adoperata a fondo e si è comportata come il buon samaritano, senza chiedere se chi aveva bisogno era credente o no, se condivideva o meno la nostra fede. Credo che in quegli anni complessi e difficili la Chiesa in Cile abbia reso una testimonianza di amore verso il prossimo, di preoccupazione per gli altri in una situazione estremamente complessa. In alcuni settori è stata tuttavia molto criticata. Oggi, grazie a Dio, tutti riconoscono la grande opera che la Chiesa ha compiuto durante il regime militare. Al di là dei nostri limiti, la Chiesa ha reso una testimonianza forte e chiara di fedeltà a Cristo.

Come è cambiata oggi la situazione?

Abbiamo un governo di centrosinistra presieduto dalla signora Michelle Bachelet, all'interno di una coalizione di partiti composta da cattolici e non credenti. Vi sono settori della coalizione che propongono progetti di legge che non rispettano la vita umana, come per esempio la depenalizzazione dell'aborto; ma finora è stata approvata solo la legge sul divorzio. L'aborto non figura nel programma del governo attuale. Vi sono stati tentativi da parte di settori minoritari della coalizione di promuovere una legge che favorisca in un futuro le unioni fra persone dello stesso sesso, ma finora non hanno avuto esito. Riassumendo, direi che vi sono una parte di uomini al governo che vuole promuovere questo tipo di leggi contrarie ai nostri valori e un'altra parte che li osteggia. Tutto ciò provoca una certa tensione. Bisogna anche dire però che la Chiesa cattolica, grazie a Dio, gode ancora in Cile di grande prestigio, proprio per la difesa dei diritti umani durante il governo militare. Attualmente la Conferenza episcopale rivolge grande attenzione e impegno al raggiungimento della giustizia sociale per i più poveri.

Come si concretizza questo impegno?

Innanzitutto nell'affiancare il popolo nel suo cammino. Il Cile negli ultimi vent'anni ha compiuto passi avanti significativi. Il primo è stato il ripristino della democrazia che, con tutti i suoi difetti, continua a essere la miglior forma di governo, poiché comporta la possibilità di cambiare i governanti che non servono il popolo. Il secondo è stato lo sviluppo economico. Vi è una crescita sostenuta, ma il passo che bisogna ancora compiere è quello di una maggiore distribuzione dei beni, ossia maggiore equità e giustizia sociale. L'ho sostenuto in un'intervista a commento di una vertenza fra i minatori del settore del rame e l'impresa statale che lo gestisce. Ho sottolineato quanto fosse strano che in un Paese a maggioranza cristiana - più dell'85% fra cattolici ed evangelici - non esista una equa giustizia sociale, una migliore distribuzione dei beni. Il tema è diventato oggetto di dibattito nazionale e credo che sarà uno dei principali della prossima campagna presidenziale.

Cosa fa la Chiesa in questo senso?

Attraverso la dottrina sociale, cerchiamo di dire ai fedeli, ma anche alle molte persone che non hanno il dono della fede o che sono semplicemente uomini di buona volontà, che è necessario diventare un Paese più equo. In tutte le diocesi, si celebrano le settimane sociali, a cui partecipano anche i non credenti, al fine di far conoscere la dottrina sociale della Chiesa. Quanti hanno la responsabilità politica sono poi chiamati a tradurre tutto ciò in progetti di legge in grado di favorire le minoranze più bisognose.

Ma c'è un seguito?

Il Cile è, forse, uno dei Paesi più secolarizzati dell'America Latina. C'è stato un periodo durante il quale purtroppo la Chiesa ha perso parte della sua credibilità per comportamenti scorretti di certi sacerdoti. A fatica oggi, proprio grazie al suo impegno a favore della giustizia sociale, essa ha riconquistato molto consenso. Grazie al Signore, in questo momento per la sua credibilità è considerata la seconda istituzione del Paese. È rispettata, valorizzata e in generale ascoltata. Tuttavia viene seguita più quando interviene su temi sociali piuttosto che su quelli spirituali.

La grande missione continentale appena iniziata potrà servire in questo senso?

Certamente. Abbiamo preparato gli "Orientamenti pastorali 2008-2009" con il titolo:  "Discepoli missionari di Gesù Cristo, affinché in Lui il nostro popolo abbia la vita". Vale a dire, il nostro progetto segue le grandi linee di Aparecida. Per i prossimi anni sono stati delineati orientamenti per trasformare la nostra Chiesa in una Chiesa in stato di missione permanente.

Le sette costituiscono un problema?

Credo che la preoccupazione più grande della Chiesa cattolica non siano le sette, piuttosto come evangelizzare i cattolici battezzati ma non evangelizzati nel vero senso della parola. Il 70 per cento della popolazione infatti si professa cattolica, ma quelli che realmente praticano la fede, aderiscono a Gesù Cristo, al Vangelo e ai suoi valori, costituiscono una percentuale molto più bassa. La sfida della Missione continentale per il Cile consiste dunque nel cercare di giungere ai battezzati ancora non evangelizzati. Per ciò che riguarda le altre confessioni, secondo l'ultimo censimento, del 2002, i fratelli delle Chiese cristiane sono circa il 15%. Accanto ai gruppi evangelici, soprattutto pentecostali, esistono altri gruppi come i testimoni di Geova e i mormoni.

Come procede la pastorale tra le popolazioni indigene?

A livello di Conferenza episcopale e soprattutto nelle diocesi del sud, in particolare a Temuco, a Villarrica, dove vive la popolazione indigena mapuche più numerosa, esiste un istituto specializzato, che si occupa di tutta la problematica indigena, dell'evangelizzazione, della promozione e dello sviluppo. A volte ci si trova davanti a gruppi piccoli più radicalizzati che non vogliono avere contatti con la Chiesa e vogliono tornare alle proprie origini e alle tradizioni religiose del passato. Abbiamo compiuto in queste regioni una grande opera d'inculturazione per accogliere la loro realtà e valorizzare le loro tradizioni, cercando di offrire la ricchezza del Vangelo. Notevole aiuto ci viene oggi dai sacerdoti di origine indigena, diaconi permanenti, animatori di comunità di origine mapuche.

E le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa?

Dobbiamo riconoscere con umiltà che negli ultimi anni vi è stato un calo. In questo momento, nei nove o dieci seminari maggiori presenti in Cile vi sono circa trecento giovani che studiano per prepararsi al sacerdozio. Anche nelle comunità religiose si è registrato un calo per cui si sta lavorando in ogni diocesi per promuovere le vocazioni fra i giovani.



(©L'Osservatore Romano 03 dicembre 2008)
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