Il cardinale Martino, nel tracciare un bilancio dell'anno,
indica una via possibile per la pace nel Vicino Oriente

Le armi devono tacere
per ridare voce al dialogo


di Mario Ponzi

"Le armi devono tacere. Il dialogo è l'unica via possibile per riportare la pace nella Terra che le tre religioni abramitiche chiamano Santa e che è di nuovo insanguinata da una feroce recrudescenza di violenze". Il dialogo. Non c'è altra alternativa per risolvere la questione di Gaza. Ne è convinto il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontifico Consiglio della Giustizia e della Pace. "La spirale di attentati e di ritorsioni - ha detto il cardinale nell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano", per un bilancio dei principali eventi internazionali che hanno interessato più da vicino la Santa Sede nel 2008 - non si ferma certamente intensificando gli uni e le altre". Non a caso, nel messaggio per la giornata della pace 2009 "il Papa invita tutti all'autocritica. Gli schemi finora seguiti si sono rivelati, sempre, non solo intrinsecamente ingiusti, ma anche incapaci di fermare le armi. Per usare le parole della Scrittura, occorre forgiare le armi in vomeri. È proprio la smisurata sproporzione esistente tra le spese militari mondiali e l'aiuto allo sviluppo - vale dappertutto e, dunque, anche nella Striscia di Gaza - a manifestare una profonda sfiducia nella capacità di dialogo, una profonda sfiducia nell'uomo". Mentre "è proprio il dialogo l'unica via possibile per fermare i conflitti".

Non c'è stato ancora un riferimento diretto in questa vicenda, ma la questione religiosa resta tra le più citate dalla stampa internazionale per spiegare la genesi di molti conflitti. C'è una componente di verità in una simile impostazione?

Se c'è, è minima. Molti problemi attribuiti oggi quasi esclusivamente alle differenze culturali e religiose trovano la loro origine in innumerevoli ingiustizie economiche e sociali. Ciò è vero anche nella complessa vicenda del popolo palestinese. Nella Striscia di Gaza da decenni la dignità dell'uomo viene calpestata; l'odio e il fondamentalismo omicida trovano alimento. Voglio ribadire che la dottrina sociale della Chiesa pone proprio il rispetto della dignità dell'uomo come il fondamento etico più profondo della ricerca della pace.

Come si può uscire da questa situazione?

Basterebbe che la comunità internazionale tutta, le diplomazie, le espressioni delle società civili, ricordassero che il disprezzo, la dimenticanza o anche l'adesione solo parziale al principio del rispetto della dignità dell'uomo, reclamato dalla dottrina sociale della Chiesa, stanno all'origine di ogni conflitto, per non parlare del degrado dell'ambiente e delle ingiustizie sociali ed economiche che hanno comunque portato alla crisi che affligge la società.

Ferma restando la gravità di quanto accade oggi nel Vicino Oriente, l'anno che si sta concludendo è stato comunque caratterizzato da diversi momenti significativi a livello internazionale. In particolare, per quanto riguarda la Santa Sede, ricordiamo la visita compiuta dal Papa alle Nazioni Unite e il suo discorso. C'è stato anche chi, più volte proprio in questo anno, ha parlato di presunte "condanne" e di "critiche frequenti" della Santa Sede contro l'Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). Cosa ci può dire a questo proposito?

Ho già avuto modo di stigmatizzare lo stile, non proprio rispettoso della verità, di certi media quando si parla dei rapporti tra la Santa Sede e l'Onu. Pretendere di schierare il Papa o la Santa Sede contro le Nazioni Unite è dare informazioni false, commettere una scorrettezza non solo nei confronti dei propri lettori ma anche nei confronti della storia. Basterebbe infatti rileggere quanto affermava Paolo vi a proposito delle Nazioni Unite e riflettere sul significato delle quattro visite che gli ultimi tre pontefici, escludendo Papa Luciani, hanno reso all'assemblea generale dell'Onu per capire quanto sia lontano della realtà sostenere che la Santa Sede è contro. Paolo vi diceva che essa era l'unica risposta possibile ai problemi del nostro tempo. E sosteneva pure che se mai non fosse esistita sarebbe stato necessario costituirla. Nella mia lunga esperienza maturata in qualità di Osservatore della Santa Sede presso l'Onu posso assicurare che è nella quotidianità del suo lavoro che si può comprenderne fino in fondo la missione.

Ma secondo lei da dove nascono queste storie di contrasti?

Io credo che la presenza della Santa Sede in un così alto consesso sia sopportata male da certe lobby emergenti. C'è per esempio chi ha interesse a promuovere la pratica abortiva come politica di controllo demografico o chi pretende di riequilibrare i conti economici con l'eliminazione, attraverso l'eutanasia, di malati terminali, o chi va predicando una religione universale che accomuni tutti quanti hanno desiderio di sentirsi liberi da vincoli etici e morali, imposti dalla legge naturale, nei comportamenti. Dinanzi a questi tentativi è chiaro che la Santa Sede ribadisca la sua totale adesione alla legge di Dio e alla legge naturale. Nei suoi legittimi interventi ripete gli insegnamenti del magistero per i suoi fedeli, esprime la sua opinione e decide liberamente e democraticamente se aderire o no a quanto proposto. Ma ciò non legittima nessuno a sostenere che sia contro l'Onu. È davvero un luogo comune senza proclamarlo. Alla conferenza del Cairo del 1994, tanto per fare un esempio, ricordo che la Santa Sede partecipò con una sua delegazione. La maggior parte dei Paesi sviluppati, con a capo gli Stati Uniti del presidente Clinton, si erano presentati con il preciso intento di far passare la legittimazione internazionale dell'aborto come metodo per il controllo dell'espansione demografica. La conferenza del Cairo si è conclusa con l'approvazione dell'articolo 8.25, nel quale si dice esplicitamente che in nessun Paese del mondo l'aborto può essere invocato come metodo di pianificazione demografica. Fu un risultato ottenuto grazie all'opposizione della Santa Sede:  nessuno allora si sognò di titolare "La Santa Sede contro le Nazioni Unite". Dunque non appiattimento ma rispetto e stima per le Nazioni Unite. Del resto se tre Papi hanno deciso di recarsi per ben quattro volte in visita all'Onu, un motivo ci sarà. Papa Ratzinger dal canto suo, il 18 aprile di quest'anno, ha chiaramente espresso la sua opinione favorevole nei confronti dell'organizzazione.

Molti però motivano la presunta contrarietà della Santa Sede con il consenso manifestato a quanti chiedono un cambiamento dell'organismo.

L'Onu, quando è nata, contava nel suo seno cinquantasei nazioni. Oggi ne conta ben centonovantuno, praticamente tutte le nazioni del mondo. Va da sé che non può continuare a lavorare come prima. Dunque è innegabile che ci sia una impellente necessità di cambiamenti. Ma non è la sola Santa Sede a sostenerne la necessità. E soprattutto ciò non vuol dire essere "contro"; ma tendere a un ulteriore potenziamento.

Rimane il tentativo di favorire il nascere di questa sorta di religione universale, che libererebbe da qualsiasi vincolo imposto dall'etica e dalla morale, nella quale tutti si dovrebbero riconoscere.

È l'affermazione di qualcuno che aspira a conquistare maggiore potere contrattuale. Ma posso assicurare che è un'aspirazione che non trova consenso nell'organizzazione. Ban Ki-moon, il segretario generale, mi ha confermato personalmente che c'è, al contrario, l'intenzione di compiere passi ufficiali per favorire decisamente il dialogo tra le diverse religioni, fra tutte le religioni. È convinto che sia necessario e fondamentale per la pace. L'arcivescovo Celestino Migliore sta lavorando a questa iniziativa per la parte che compete alla Santa Sede.

Ma è vero che qualche tempo fa c'è stata una raccolta di firme per l'esclusione della Santa Sede dalle riunioni dell'assemblea generale delle Nazioni Unite?

Sì. L'iniziativa fu di una organizzazione non governativa il cui fine era la liberalizzazione dell'aborto. Raccolsero poche migliaia di firme tra i loro iscritti e tra quelli di altri organismi simili. La risposta più bella a questa iniziativa è venuta, proprio lo scorso anno, dagli Stati membri i quali hanno votato all'unanimità l'accettazione ufficiale della presenza della Santa Sede come Osservatore permanente. È stato certamente un passo in avanti nello status della Santa Sede nell'alto consesso internazionale. La sua posizione - dal 1965 sino al 2007 - era infatti conseguenza di una notifica della Santa Sede al segretario generale di inviare un Osservatore. Ricordo questa ufficializzazione dello status della Santa Sede all'Onu anche per smontare tutte le tesi di quei media che cercano di minare questa presenza.

Il 2008 è stato anche l'anno della commemorazione del sessantesimo della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. In base alla sua esperienza, quanti dei diritti sanciti in questa carta vengono tuttora calpestati?

La carta contiene 30 articoli. Riguardano diritti fondamentali della persona umana quali la vita, la libertà di religione, l'alimentazione. Diversi Pontefici hanno indicato la radice evangelica di questi diritti da tutelare; il cardinale Bertone, proprio durante la cerimonia del 10 dicembre scorso, ha ricordato che non si tratta di diritti prioritari, ma si tratta addirittura della base stessa di tutti i diritti dell'uomo. Durante i miei viaggi nel mondo, 86 solo quest'anno, ho potuto constatare che, purtroppo, ancora oggi ci sono tanti, troppi diritti calpestati. Il diritto al cibo, che fa parte del diritto alla vita, tanto per fare un esempio, è negato a quel miliardo di persone che ogni anno rischia la morte per fame. Le stime sono aumentate in questo ultimo anno di ben quaranta milioni. Per non parlare della libertà religiosa, calpestata laddove si uccide ancora oggi, mossi da fondamentalismi di matrice pseudo-religiosa; o della dignità delle persone, violata dalle leggi razziali o anche soltanto dalla condizione in cui ho visto vivere - anche in Europa - tanti carcerati costretti a stare in sei in celle di due metri per due, senza poter neppure stare in piedi tutti insieme. Di certo nelle carceri che ho visitato, la carta dei diritti umani non è la prima preoccupazione.

Alla luce di quanto ci ha appena detto, cosa pensa delle proposte avanzate per introdurre nuovi diritti?

La Chiesa è per il rispetto di tutti i diritti che riguardano la dignità della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Il diritto che essa ritiene fondamentale è quello alla vita, sempre e comunque, dal primo istante del concepimento sino al termine naturale. Dunque si oppone sempre quando si vuole sopprimere una vita. La vita che la Chiesa difende è quella di tutti gli uomini, senza distinzioni di razze o culture. E questo principio non viene meno anche nel caso dell'omosessualità, intorno alla quale è stata innescata una polemica del tutto gratuita e senza senso. La Chiesa si oppone decisamente alle legislazione di quegli Stati che condannano, a volte sino alla pena capitale, l'omosessualità. Anzi è pronta a scendere in campo con tutte le sue forze e in ogni ambito per difendere la vita di ogni persona, dunque anche degli omosessuali. Diverso è il caso in cui si vorrebbe costringere la Chiesa ad accettare l'identificazione del matrimonio naturale tra un uomo e una donna con forme di unione tra persone dello stesso sesso:  facciano ciò che vogliono ma non pretendano di equiparare queste realtà, ben diverse tra loro. Abbiamo ricevuto da Dio il dono preziosissimo della libertà, anche della libertà di scegliere se peccare o no. In nome di quella stessa libertà però non si può impedire alla Chiesa di ribadire la sua posizione. Io credo alla fine che anziché polemizzare su altri presunti diritti da inserire sarebbe molto più importante profondere le nostre energie per far rispettare da tutti quelli sanciti da sessant'anni e ancora negati in tanti Paesi del mondo.

Parlando dei diritti calpestati lei, oltre al diritto alla vita e alla libertà di religione, ha fatto cenno al diritto all'alimentazione. Il Papa nel messaggio per la giornata della pace ha smentito categoricamente il nesso tra sovrappopolazione e crisi alimentare.

È un'altra di quelle falsità che circolano tra le lobby internazionali. Le stesse che poi impongono limiti all'esportazione di determinati prodotti da parte di certi Paesi, vietano la produzione di alcuni generi alimentari ad altri, controllano la circolazione internazionale dei beni attraverso dazi e gabelle varie, e così via. Per avere un'idea di quali possibilità di alimentazione globale ci siano oggi nel mondo basti pensare che un Paese come l'Argentina, oltre ad assicurare le scorte per tutta la sua popolazione, sarebbe in grado di sfamare altri cinquecento milioni di persone. La questione è proprio nelle mani di uomini senza scrupoli che mirano solo al profitto e non certo al benessere di tutti. È dunque una questione di ingiusta distribuzione delle risorse alimentari, di per sé sufficienti a sfamare tutta la popolazione mondiale. E invece la gente continua a morire di fame. Ma di quale rispetto dobbiamo continuare a parlare?

Che senso ha allora continuare a portare avanti l'argomento degli organismi geneticamente modificati come soluzione al problema della fame nel mondo?

Nessuno. Se si vuole proseguire sulla strada degli ogm, lo si faccia liberamente, ma senza nascondere che si tratta di un mezzo per trarre ulteriori profitti. Del resto non costituiscono una novità. Anche recentemente ci siamo riuniti per discuterne. Non si è giunti a particolari conclusioni se non sconfessare quei Paesi che sventolano la loro contrarietà alla produzione di ogm e poi comprano mangimi e altri cibi per animali trattati con ogm. È un non senso.

Ma allora ogm sì o no?

Ci vuole prudenza. Se servissero realmente ad aiutare una popolazione ben vengano. Ricordo che negli anni sessanta alcuni gesuiti nelle Filippine inventarono il cosiddetto "riso miracolo". Proprio modificando geneticamente il seme originario ottennero il 70% in più di riso. Oggi le Filippine sono tra i più grandi esportatori di riso. La Chiesa è convinta delle possibilità che ha l'uomo di usare il creato, mettendo a profitto la sua intelligenza. Importante è non abusarne.

Ormai si ragiona in termini di globalizzazione. Ma quali sono gli effetti reali sui Paesi in via di sviluppo?

È una questione difficile da precisare. Globalizzazione vorrebbe dire - usando una metafora - mettere tutto nello stesso contenitore al quale poi tutti possano liberamente accedere. Ma vorrebbe anche dire lo spostamento delle risorse da Paesi ricchi a Paesi poveri per aiutarli a crescere. Nella realtà dei fatti invece ciò non avviene. O avviene molto raramente e in modo sbagliato; anzi spesso causa discordie e guerre anziché sviluppo e pace. Il fatto è che se un Paese ricco investe in un Paese povero il frutto di quell'investimento torna praticamente tutto al primo e al secondo restano solo le briciole. Questa è una grave forma di ingiustizia, poiché il sostegno cela lo sfruttamento. E non basta affermare che porta comunque lavoro perché, se le finalità non sono sinceramente e prioritariamente indirizzate allo sviluppo della ricchezza di quel popolo che si intende aiutare, il lavoro si trasforma in schiavitù. E questo non favorisce certo l'instaurarsi di un clima di pace e di speranza in un mondo di fatto globalizzato. Il mondo ha bisogno di una maggiore onestà di fondo. Questo è il vero problema.

La crisi economico-finanziaria che sta caratterizzando questo periodo per molti sta provocando un eccesso di produzione che il mercato non riesce più ad assorbire. Il Papa nel suo messaggio denuncia la politica economica a breve e brevissimo termine. Quali possono essere le ricadute nei Paesi poveri?

Un simile comportamento crea naturalmente ulteriori squilibri perché per le aziende si è verificato uno stato di sovrapproduzione. Per far fronte alla situazione sono passate a una politica aziendale di sottoproduzione rispetto alle reali loro possibilità, sia tecnologiche che finanziarie. Con ciò hanno creato scompensi anche nel mercato del lavoro con licenziamenti e cassa integrazione. Certo che potrebbero dedicare queste loro potenzialità a favore dei Paesi sottosviluppati piuttosto che smettere di produrre! Ma quale sarebbe il profitto? Ecco la molla dell'intero meccanismo che perde colpi, il profitto, il controllo del capitale, che non dovrebbe essere l'unico fine. È indispensabile che all'interno di ogni impresa il legittimo perseguimento del profitto si armonizzi con l'irrinunciabile tutela della dignità delle persone che a vario titolo vi operano. La dottrina sociale della Chiesa è molto chiara in proposito. Il nostro dicastero ne sta da tempo pubblicando il Compendio in tante lingue diverse e io giro il mondo per farlo conoscere ovunque. Sono convinto che la pace dipenderà molto dal modo in cui gli uomini impareranno a conoscere questa dottrina in profondità e da come vorranno e sapranno applicarla.



(©L'Osservatore Romano 1 gennaio 2009)
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