Bilancio e prospettive per il dialogo
in un'intervista al cardinale Jean-Louis Tauran

Le religioni chiamate a essere
scuole d'umanità


di Mario Ponzi

Dialogo teologico con i musulmani? Sì ma nel senso lato del termine, come suggerito dalla Nostra aetate. Cambierà qualcosa nel rapporto con gli induisti dopo i tragici eventi che hanno caratterizzato l'ultimo scorcio dell'anno appena passato? No, ma sarà bene capire che quanto è accaduto ha una natura prettamente politica e dunque dovranno essere le autorità politiche ad assicurare il rispetto della libertà religiosa. Cosa ha portato di nuovo il Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio nel dialogo tra le religioni? Ha ribadito che è necessario per tutti conoscere i libri sacri degli altri se si vuole promuovere un dialogo tra le religioni nella verità. Una speranza per il futuro? Che tutte le religioni siano chiamate a essere scuole di umanità. Il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, nell'intervista concessa al nostro giornale all'inizio del nuovo anno, si sofferma sui principali elementi che hanno caratterizzato il confronto tra le religioni nel 2008, in particolare quello tra cattolici e musulmani e allarga l'orizzonte su quelli che saranno i prossimi incontri per proseguire in questa "grande esperienza spirituale".

Dopo la lettera di Benedetto XVI al senatore Marcello Pera per il suo libro Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori) si è detto che il Papa ha negato la possibilità del dialogo tra le religioni. Come stanno veramente le cose?

Prima di tutto, leggiamo bene ciò che ha scritto il Papa nella sua lettera:  "Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo tra le religioni nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo". L'espressione "nel senso stretto della parola" è di particolare importanza. È ovvio che il Papa si situa nel solco del documento della Commissione Teologica Internazionale Il cristianesimo e le religioni (30 settembre 1996) e della Dominus Iesus (6 agosto 2000). Conviene pure ricordare le parole che ha pronunciato all'inizio del suo Pontificato:  "Vi assicuro che la Chiesa vuole continuare a costruire ponti di amicizia con i seguaci di tutte le religioni, al fine di ricercare il bene autentico di ogni persona e della società nel suo insieme" (25 aprile 2005). Qualche mese dopo, a Colonia, rivolgendosi ai rappresentanti delle comunità musulmane di Germania, affermava:  "Insieme, cristiani e musulmani, dobbiamo far fronte alle numerose sfide che il nostro tempo ci propone. Non c'è spazio per l'apatia e il disimpegno e ancor meno per la parzialità e il settarismo. Non possiamo cedere alla paura né al pessimismo. Dobbiamo piuttosto coltivare l'ottimismo e la speranza. Il dialogo tra le religioni e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi a una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro" (20 agosto 2005).

È possibile un dialogo teologico con i musulmani?

La Dominus Iesus (n. 7) afferma la fondamentale distinzione tra fede teologale (l'accoglienza della verità rivelata in merito al Dio Uno e Trino), da un lato e, dall'altro, le credenze presenti nelle altre religioni (l'insieme delle esperienze e delle riflessioni provenienti dalla saggezza e dalla religiosità dei loro seguaci nella loro ricerca della verità). Quindi, non si può dialogare teologicamente tra cristiani e adepti di altre religioni, perché non si può equiparare fede teologale e credenza. Non possiamo dire che cristiani e seguaci delle religioni tradizionali d'Africa, per dare un esempio, hanno lo stesso Dio. Quando si parla delle religioni monoteiste, non si può usare l'aggettivo "monoteista" senza precisarlo. Inoltre non abbiamo lo stesso rapporto con Dio e tanto meno con i nostri rispettivi libri sacri. I cristiani non sono fedeli di una "religione del Libro", ma della Parola che non è altro che una Persona, cioè Gesù, che non ha mai scritto né dettato nulla. Ciò detto, però, c'è la possibilità di dialogare in profondità con persone di altre religioni su temi squisitamente religiosi, quali la creazione, la vita, la famiglia, la preghiera, il digiuno, la vita eterna, e, quindi, in tale ottica, si può parlare di un dialogo teologico in senso lato, come suggerito dalla Dichiarazione conciliare Nostra aetate, sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane. Per esempio, in merito ai musulmani, vi si legge:  "La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno" (n. 3). Per quanto riguarda le religioni tradizionali (dell'Africa, dell'Australia), e quelle asiatiche (induismo, buddismo), lo stesso documento dice:  "La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini" (n. 2). Da tutto ciò risulta che il confronto tra credenti su temi religiosi consente loro di collaborare - ovviamente rispettando la libertà di coscienza di ciascuno - nel campo culturale e caritativo, unendo così gli sforzi a quelli portati avanti da tante persone di buona volontà a favore della giustizia e della pace.

Cosa ha portato di nuovo il recente Sinodo dei vescovi nel dialogo con le altre religioni, soprattutto per ciò che riguarda le Sacre Scritture?

Farei innanzitutto due osservazioni. Bisogna evitare di parlare di "Sacre Scritture" per tutte le religioni; parliamo, piuttosto, dei loro libri sacri. Poi, direi che il sinodo non ha scoperto cose nuove in merito alla Parola di Dio:  ne ha approfondito la realtà, il messaggio e la sua insondabile ricchezza. Siamo stati concordi nel riconoscere che, con i molti credenti che praticano fedelmente i dettami dei loro libri sacri possiamo collaborare assieme all'edificazione di un mondo di luce e di pace. Il Messaggio finale del Sinodo mette bene in risalto, da una parte, la ricchezza spirituale che le religioni non cristiane rappresentano per tutti e, dall'altra, il dovere nostro di testimoniare il significato che la Parola di Dio ha per noi cristiani nella nostra vita quotidiana. Così facendo possiamo rivelare agli altri nuovi e più elevati orizzonti di verità e di amore (cfr. n. 14). Nel mio intervento nell'aula sinodale, ho sottolineato la necessità di favorire negli istituti cattolici di insegnamento, nei seminari e nei noviziati la conoscenza diretta dei grandi testi fondatori delle religioni. Una loro lettura, anche parziale, è indispensabile se si vuole promuovere un dialogo tra le religioni nella verità. Tutti i credenti sono uomini e donne che aspettano di essere "istruiti" da Dio. Ovviamente, anche noi cristiani, abbiamo il dovere di far conoscere la Bibbia ai seguaci delle altre religioni! Ricordiamoci sempre che la sfiducia, la calunnia e la paura hanno come causa fondamentale l'ignoranza.

Il prossimo anno si celebrerà l'Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per l'Africa. Ci saranno riunioni preparatorie nel vostro Consiglio?

Per il momento abbiamo in calendario, in primavera, un incontro con un gruppo di formatori negli istituti religiosi specialmente incaricati della promozione del dialogo tra le religioni in Africa. Non c'è dubbio che, nella prospettiva dell'Assemblea speciale sinodale di ottobre, dovremo approfondire il messaggio che le religioni tradizionali africane lanciano alla Chiesa e al mondo. Molti sono i valori che esse racchiudono:  visione spiritualista e solidale del mondo dove l'umanità è chiamata a creare un'unica famiglia, forte legame con gli antenati. L'uomo africano è naturalmente religioso. Crede in un Essere supremo, Eterno, Creatore, Provvidenza, Giudice. Sono elementi che possono armonizzarsi con la fede cristiana ed essere considerati come una "preparazione" al Vangelo poiché racchiudono i semina Verbi. Ciò detto, abbiamo anche il dovere di segnalare pratiche e influenze negative che non possono essere accolte dal cristianesimo, né coesistere con la professione della fede cattolica. Ci sarà, poi, da riflettere sull'islam africano relativamente alla sua specificità, alla sua diffusione, al suo modo di confrontarsi con le religioni tradizionali e con il cristianesimo. Come vede, il nostro Pontificio Consiglio non può che guardare con vivo interesse questo prossimo appuntamento.

Alla luce dei tragici eventi in India, su quali basi potrà proseguire il dialogo con gli indù?

Per capire la dinamica dei tragici fatti ai quali lei si riferisce, si deve risalire al 1989 quando il Partito Nazionalista Indù è salito al potere nello Stato di Orissa. Più che un conflitto di natura religiosa, si tratta di un problema di stampo sociale e politico. Ai cattolici viene rimproverato di occuparsi delle caste inferiori che costituiscono la mano d'opera per le caste superiori. Viene contestato al cristianesimo il fatto che esso è anche un fattore di emancipazione sociale. Ovviamente, noi cattolici proseguiremo il dialogo. Un dialogo, conviene sottolinearlo, che viene portato avanti soprattutto dalla Chiesa locale, sotto l'attenta guida dei vescovi, con l'aiuto del nunzio apostolico. Io stesso ho intenzione di recarmi in India nei prossimi mesi per un incontro con i vescovi e i leader religiosi indù per fare il punto della situazione. Comunque sia, continueremo a chiedere il rispetto della libertà religiosa che suppone il rispetto della libertà di coscienza, ossia la possibilità di scegliere la propria religione o di cambiarla, di praticarla in privato e in pubblico. Un altro dialogo, invece, deve essere portato avanti parallelamente con le autorità politiche, il cui compito è quello di assicurare le condizioni di una reale ed effettiva libertà religiosa, senza discriminazione o segregazione, nella libera adesione a una comunità religiosa organizzata. Tutto ciò non è nient'altro che quanto richiesto dal diritto internazionale e dalle convenzioni internazionali, a cui del resto, l'India aderisce. E, infine, compete a ogni Governo assicurare la sicurezza fisica dei suoi cittadini, soprattutto quando una parte di loro è vittima di violenze fisiche, come nel caso di cui parliamo. Penso, da un punto di vista pratico, che tutti abbiano interesse a un effettivo rispetto della libertà religiosa:  credenti che si sentono rispettati e difesi nella professione della propria fede saranno ancora più disposti a collaborare al benessere materiale, sociale e spirituale della società di cui sono membri a tutti gli effetti. Vorrei ricordare che le violenze ingiustificabili di cui parliamo non riguardano la maggioranza degli indù e dei loro capi tradizionalmente pacifici. Ecco perché, nel mio messaggio in occasione della recente celebrazione del Diwali, ho voluto riaffermare la necessità che cristiani e indù lavorino insieme alla luce del comune principio della non-violenza.

Quali  sono  stati i frutti del dialogo tra le religioni in questo anno appena trascorso?

Devo dire che non tutti i frutti del dialogo sono misurabili con una regola. Il dialogo è anche avventura, perché ogni incontro, ogni parola può cambiare il corso di una vita. Infatti, mi accorgo sempre di più dell'importanza dei rapporti tra le persone, dell'impatto di una accoglienza cortese e calorosa. Fa particolare effetto, al riguardo, l'incontro dei nostri partner di varie religioni, ma specialmente musulmani, col Papa. Segnalo il miglioramento dell'atmosfera degli incontri:  rispetto reciproco, cordialità e, allo stesso tempo, un dialogo autentico che non teme le diversità di vedute. Nel corso dell'anno che si è appena concluso, numerosi sono stati gli incontri regolari. Innanzitutto, la riunione annuale, al Cairo, a febbraio scorso, del comitato misto per il dialogo tra il Pontificio Consiglio e al-Azhar. Il tema in esame era:  "La fede in Dio e l'amore del prossimo come fondamenta del dialogo islamo-cristiano". Quindi il colloquio con gli iraniani su "Fede e ragione nel cristianesimo e nell'islam", tema caro, come si sa, al Papa. Detto colloquio si è tenuto a Roma, nell'aprile scorso. La sedicesima riunione del comitato islamico-cattolico di collegamento si è tenuta a Roma nei giorni 11 e 12 giugno, intorno al tema "Cristiani e musulmani, testimoni del Dio della giustizia, della pace e della compassione in un mondo che soffre la violenza". Per continuare questo elenco cronologicamente, ricordo il primo seminario del forum cattolico-islamico (4-6 novembre). Infine il colloquio, che ha chiuso quest'anno di lavoro, ha avuto luogo a Roma dal 15 al 17 dicembre, con la World Islamic Call Society a Tripoli in Libia. Il tema è di particolare importanza e attualità:  "Responsabilità dei religiosi specialmente in tempi di crisi".

Cosa ci riserverà l'anno appena iniziato?

Per quanto riguarda l'anno appena iniziato, sempre nel campo cristiano-islamico, il primo appuntamento è quello del comitato misto per il dialogo tra il Pontificio Consiglio e al-Azhar. L'incontro avrà luogo a Roma, il 24 e 25 febbraio prossimi. È un fatto significativo e commovente rilevare che sono stati i nostri partner musulmani di al-Azhar a proporre il 24 febbraio come data annuale della riunione, in ricordo della visita di Giovanni Paolo ii ad al-Azhar nel 2000, proprio il 24 febbraio. Gesto senza dubbio delicato e gradito e ulteriore segno di speranza per il cammino necessario, e non sempre facile, del dialogo tra cristiani e musulmani. Ci sarà, probabilmente in maggio, in giorni ancora da fissare, un colloquio con il Royal Institute for Inter-faith Studies. I prossimi incontri con gli altri partner musulmani saranno di natura preparatoria ai colloqui che avranno luogo l'anno seguente.

Cosa si aspetta da questa serie di appuntamenti?

Senza minimizzare difficoltà e ambiguità che possono esistere e che certo devono essere eliminate, ritengo che le religioni, malgrado le pecche dei loro adepti, siano chiamate a essere scuole di umanità e di fraternità. Dialogare con i loro responsabili è sempre un'esperienza spirituale. A loro incombe di far scoprire a quanti li seguono che la libertà religiosa e l'armoniosa convivialità tra le religioni sono condizioni indispensabili all'edificazione di una nazione e all'amicizia tra i popoli.



(©L'Osservatore Romano 4 gennaio 2009)
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