Intervista a Mario Mauro, rappresentante dell'Osce contro le discriminazioni religiose

Un'Europa troppo laicista
per difendere i cristiani


di Gabriele Nicolò

In Europa sono poche le voci che si levano in difesa delle comunità cristiane perché pregiudizi nati da atteggiamenti di laicismo deteriore vengono sbandierati come espressioni di normale laicità. Lo sottolinea in un'intervista a "L'Osservatore Romano" il vicepresidente del Parlamento europeo, Mario Mauro, nominato rappresentante personale della presidenza dell'Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per la promozione della tolleranza e la lotta al razzismo e alla xenofobia, "con particolare riguardo alla discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni". L'impegno cui ora è chiamato il politico italiano s'inserisce nella più ampia missione dell'Osce, che - come evidenzia egli stesso - "è stata la prima organizzazione internazionale a comprendere che la promozione della libertà religiosa, come degli altri diritti umani, giova alla sicurezza e alla stabilità internazionale".

Come mai l'Osce ha sentito l'esigenza di nominare un rappresentante contro la discriminazione, in particolare contro i cristiani?

In realtà la questione è stata sollevata nel 2004, quando su sollecitazione di alcuni Paesi partecipanti è stato messo bene in chiaro che, anche se nessun problema politico si risolve con la religione, è soprattutto vero che nessun problema politico può essere risolto andando contro la religione. Questo dato, visto il peso che oggi ha nella nostra società la considerazione pubblica dell'esperienza della fede, ha reso opportuna un'azione tesa a far comprendere quello che affermava Giovanni Paolo II, molti anni fa, in tempi non sospetti:  cioè che la libertà religiosa non è una libertà come le altre, ma una sorta di cartina al tornasole delle altre libertà.

Il presidente Giorgio Napolitano in più occasioni - come nell'intervista a "L'Osservatore Romano", pubblicata nel numero dell'11 ottobre scorso - ha auspicato con forza la protezione delle comunità cristiane. La sua voce, però, sembra isolata nel panorama internazionale. Perché?

Rispetto alle comunità cristiane che vivono soprattutto nelle aree al di fuori dell'Osce vi è una tendenza a far coincidere, in maniera quasi immaginifica, comunità cristiana e Occidente. Questo fatto, evidentemente, detta i tempi e i modi di un atteggiamento politico verso comunità che sostanzialmente vengono considerate espressioni colonialistiche. Un esempio. In molte realtà mediorientali cristianesimo e Occidente sono identificati, quando invece in quei Paesi le comunità cristiane hanno origini ben più antiche delle attuali maggioranze religiose. Nel contesto dei Paesi aderenti all'Osce, e in particolare in quelli occidentali, la difficoltà ad avere un atteggiamento comparabile a quello del presidente Napolitano nasce invece da un pregiudizio sedimentatosi negli anni, che viene sbandierato come laico, e che finisce invece per essere un aspetto di un laicismo deteriore.

Quali sono le aree in Europa dove la situazione dei cristiani e dei seguaci di altre religioni è particolarmente difficile?

Se pensiamo all'Europa largamente intesa, è evidente che le realtà più problematiche sono rintracciabili nell'area caucasica e dei Paesi dell'est, come pure in certe situazioni di discriminazione di alcune zone dell'Unione europea. Tuttavia, mentre nei Paesi dell'ex blocco comunista il problema coincide per lo più con i tempi e i modi di restituzione di beni appartenenti alle comunità religiose di quei Paesi, nelle nazioni dell'Unione europea ci troviamo in presenza di discriminazioni, probabilmente più sottili - ma comunque più consistenti - che riguardano il diritto di considerare l'espressione della fede come un fattore di vita pubblica, e non semplicemente come un fatto privato.

Come s'inseriscono in questo contesto i concetti di secolarismo e relativismo?

Siamo portati spesso a pensare che secolarismo e relativismo servano a combattere l'intolleranza. Ma se dimentichiamo che l'elemento religioso agisce nell'uomo come fattore potente di realizzazione della propria umanità, rischiamo noi stessi di scadere in un atteggiamento di intolleranza. E questo è un fatto di non poco conto, che condiziona il rapporto tra le religioni.

In Europa si può parlare di fenomeni di xenofobia?

Credo di sì. Le difficoltà legate alle grandi migrazioni degli ultimi anni hanno generato in alcune situazioni fenomeni di vera e propria xenofobia. In questo senso, il contributo che le istituzioni possono dare a qualunque livello, sia locale che internazionale, ha come elemento strategico la strada maestra dell'educazione. È questa, del resto, è una delle priorità indicate dalla presidenza greca dell'Osce, che sollecita un piano di educazione ai diritti umani.

Ritiene quindi che la lotta contro la xenofobia e il razzismo possa partire dalla scuola?

Senz'altro. Basti pensare che in una città come Milano, oggi, in una scuola media su venti alunni per classe, dieci o dodici sono di etnie diverse:  è dunque evidente che vi sono le condizioni per educare alla convivenza civile.

Quali saranno le sue competenze e strategie di intervento, anche alla luce del suo precedente impegno nel Parlamento europeo?

In questi anni ho dedicato il mio lavoro al tema della libertà religiosa, della piena espressione delle prerogative legate alla libertà religiosa, del dialogo fra le religioni. Facendo tesoro di questa esperienza, lavorerò in piena sintonia con gli altri due rappresentanti personali della presidenza greca, competenti per la lotta all'antisemitismo e per la lotta alle discriminazioni nei confronti dei musulmani.



(©L'Osservatore Romano 18 gennaio 2009)
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