Intervista al cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

Nella liturgia la memoria
si fa storia e futuro per l'uomo


di Juan Manuel de Prada

Don Antonio Cañizares, nuovo prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ci ha dato appuntamento nel palazzo arcivescovile di Toledo. Quando arriviamo, puntuali, sta scendendo dall'automobile, dopo una visita pastorale. La mattina era stato a Madrid per incontrare il presidente del Governo che voleva congratularsi personalmente con lui per la recente nomina. Ma la stanchezza non sembra lasciare traccia in lui e, anche se insistiamo perché si riposi un po', ci obbliga a seguirlo nel suo ufficio. Don Antonio è un uomo generoso e operoso; ed è anche un uomo frugale, cordiale, di una semplicità contadina che rifugge lo sfarzo e gli atteggiamenti scostanti. È, anche, un uomo di piccola statura con un cuore grande, un uomo dall'umanità vivace, a fior di pelle, che sa appassionarsi quando l'occasione lo richiede e sa anche sorridere dolcemente, come quando mi permetto di scherzare sul trambusto delle ultime settimane, trascorse fra Toledo e Roma. Più che un principe della Chiesa sembra, a quest'ora del pomeriggio, un semplice parroco di campagna, pieno di entusiasmo per la sua vocazione.

Vorrei parlare proprio della nascita della sua vocazione, eminenza.

Da quando ho l'uso della ragione ricordo di aver voluto essere un sacerdote. Sono nato a Utiel, un paese della regione valenciana dove mio padre era capo dell'ufficio telegrafi, ma poi ha chiesto l'aspettativa e ci siamo trasferiti a Sinarcas, un paese vicino, dove i miei nonni avevano una fabbrica di farine. La mia vocazione precoce si è alimentata nel clima di fede della mia famiglia, dove non vi erano però state vocazioni religiose. Ho vissuto quella chiamata in tutta normalità, rendendola compatibile con i miei giochi infantili e le mie inquietudini adolescenziali. Sono nato il 15 ottobre; e ricordo che il primo libro che mi hanno portato i Re Magi è stato una biografia per bambini di santa Teresa. Inoltre all'epoca in cui ero aspirante di Azione Cattolica, il consigliere era molto "teresiano" e mi ha iniziato agli scritti e alla spiritualità della santa di Avila. Chi avrebbe mai detto allora che sarei diventato vescovo di quella diocesi! Dopo i primi studi, ho studiato latino e greco a Segorbe; sono poi andato a Valencia, dove ho iniziato gli studi di filosofia, che mi sarebbero serviti per entrare nei motivi profondi della mia vocazione.

E nell'approfondire questi motivi, ci sono stati momenti di cedimento?

No, anzi di consolidamento della fede. Nella mia ricerca è stato decisivo lo studio dell'epistemologia e anche della metafisica. Gli studi di filosofia hanno sviluppato la mia libertà di pensiero; inoltre ho avuto un direttore spirituale che mi ha sempre seguito, senza mai esercitare pressioni su di me. Sono poi andato a Salamanca dove ho studiato teologia. Sono stati anni molto sereni in cui ho scoperto autori come de Lubac, Congar, von Balthasar, Journet e Guardini, che mi hanno formato con grandissima naturalezza nel cammino che portava al sacerdozio. Ho concluso gli studi a Salamanca, e a sorpresa mi hanno avviato al dottorato in teologia pastorale; tutto questo in un momento di rinnovamento postconciliare in cui non sono mancati episodi di confusione. Il mio soggiorno a Salamanca mi aveva permesso di approfondire il significato della fedeltà alla Tradizione, che costituisce l'essenza stessa della Chiesa. Ho visto il concilio Vaticano ii non come una rottura rispetto alla Tradizione, ma come una conferma della Tradizione, aggiornata per poter essere offerta all'uomo del nostro tempo. In quegli anni una figura chiave è stata per me quella dell'indimenticabile Papa Paolo VI, con le sue lucide riflessioni  sull'ateismo,  la  non  credenza  e la secolarizzazione. Il magistero di Paolo VI ha rafforzato la mia convinzione che l'elemento costitutivo della fede è il radicarsi in Dio, il fondare l'intera vita su Dio, rafforzando anche il mio senso di ecclesialità e il mio amore per la Chiesa. A tale proposito ricordo che, nel 1965 o 1966, quando ero diacono, ho letto un articolo dell'allora professor Ratzinger che affermava che la Chiesa non si riforma da fuori, ma da dentro. Più importante di quello che noi possiamo fare con la Chiesa è quello che Dio fa con la Chiesa, l'opera che Dio realizza nella Chiesa, nella quale noi uomini non siamo altro che strumenti nelle sue mani. E questa opera di Dio non poteva essere, chiaramente, la secolarizzazione che regnava in quel momento. Ciò che Dio, dall'interno della Chiesa, stava chiedendo non era un mero adattamento, un semplice cambiamento o "aggiornamento", ma un approfondimento negli aspetti che la costituiscono:  la liturgia, la preghiera, la Parola di Dio, i sacramenti.

Come sono stati gli inizi del suo ministero sacerdotale?

Ai tempi del dottorato lavoravo come diacono nella parrocchia di sant'Alfonso, a Madrid. Avevo scelto come oggetto del mio studio la predicazione di san Tommaso di Villanova, che è stato uno dei miei grandi maestri e ha rafforzato la mia fedeltà alla Tradizione della Chiesa, rivelandomi che la forza del predicatore proviene dalle fonti della preghiera, dai Santi Padri e dall'incontro personale con Dio. Nel 1970, quando sono stato ordinato sacerdote, monsignor José María García Lahiguera, arcivescovo di Valencia, venuto appositamente a Sinarcas per l'ordinazione, mi disse:  "Antonio, ti ordini sacerdote per essere santo; se non lo sarai, meglio che non ti ordini". Ho mantenuto con don José María un rapporto molto stretto che mi ha trasmesso una profondità spirituale e un senso ecclesiale saldi. Una volta ordinato sacerdote, ho concluso la mia tesi di dottorato e sono andato ad Alcoy, dove ho svolto la funzione di vicario nella parrocchia di Santa María, lavorando intensamente nella formazione di catechisti e professori di religione. Ho anche avuto la fortuna di convivere con studenti in un collegio universitario di ingegneri industriali e conoscere così direttamente i loro problemi. I giovani erano già esposti ad alcune correnti di "cambiamento per il cambiamento", di rottura un po' nichilista con il passato, che sfociavano inevitabilmente nel vuoto, nel far tacere Dio, nel fare dell'uomo un dio. Poi sono passato alla chiesa di San Gerardo, nel quartiere madrileno di Aluche, come vicario assegnato alla parrocchia, dedicandomi nello stesso tempo all'insegnamento nella Scuola superiore di pedagogia della fede e nella Commissione episcopale di insegnamento e catechesi. Poco dopo ho iniziato la mia attività come professore di teologia pastorale all'Università pontificia di Salamanca e di catechetica nell'Istituto di pastorale. In quegli anni ho capito che la catechesi doveva rendere ragione della fede; e questo mi ha fatto riflettere sul rapporto fra la fede e il pensiero contemporaneo, senza perdere di vista il fatto che la fede è certamente un dono che dà pienezza all'uomo, che dà pienezza anche alla ragione. È un concetto che ha orientato anche il mio lavoro nella Commissione della dottrina della fede, dalla metà degli anni Ottanta.

Lei, prima di occupare la sede primaziale di Toledo, è stato vescovo di due sedi emblematiche, Avila e Granada. Come ricorda quell'esperienza?

Quando mi hanno nominato vescovo di Avila, sono rimasto paralizzato dallo stupore. Quando il nunzio me lo ha comunicato, sono restato un po' in silenzio, e poi ho detto:  Fiat voluntas tua, che sarebbe diventato il mio motto episcopale. Pochi giorni dopo la pubblicazione della mia nomina, ci fu una persona che volle dedicarmi un'ora del suo tempo a Roma. Mi spiegò cosa significava essere vescovo, e in particolare vescovo di Avila:  mi ha detto che santa Teresa di Gesù e san Giovanni della Croce videro sempre in Dio la chiave e il fondamento di tutto. È questa la scelta che viene offerta all'uomo contemporaneo:  vivere in Dio o non vivere in Lui; comprendere tutto a partire da Dio stesso, o vedere tutto come se fosse opera nostra. Santa Teresa ci ha insegnato a vedere un Dio molto "umanato", ci ha insegnato a vedere il volto umano di Dio nella persona di suo Figlio, concetto sul quale sta insistendo il nostro attuale Papa. La spiritualità teresiana ha fatto sì che si radicasse ancor di più nella mia vita il significato cristocentrico di tutto:  è Gesù Cristo che ci rivela e ci dona Dio.

Poi è venuta Granada, che, se ho ben capito, l'ha aiutata a conoscere meglio un'altra donna fondamentale.

È vero. A Granada si è concluso il mio avvicinamento alla figura di quella gran donna che è stata Isabella la Cattolica, che avevo studiato durante la mia permanenza ad Avila. Santa Teresa e la regina Isabella sono indubbiamente le due donne più importanti della storia di Spagna. Granada, come è noto, fu l'ultima sede del dominio islamico in Spagna; e quando arrivo a Granada scopro che vi sta avendo luogo una penetrazione organizzata dell'Islam, che non è spontanea e neppure semplicemente frutto dei movimenti migratori. A tutto ciò dovevo dare una risposta, che non è stata quella di oppormi, bensì di rafforzare e consolidare l'identità cristiana promuovendo la religiosità popolare che - al di là di quegli aspetti che possono aver bisogno di una purificazione - è espressione profonda delle radici spirituali di un popolo. Lì ho scoperto che la regina Isabella portò a termine l'evangelizzazione di Granada istituendo vari monasteri di clausura nel quartiere di Albaicín. In effetti non vi può essere evangelizzazione senza preghiera, senza contemplazione, senza una testimonianza vera del Dio vivo, rivelato e manifestato in Gesù Cristo.

E poi viene Toledo.

Quando mi nominano arcivescovo di Toledo, mi ricordo provvidenzialmente di una conferenza del cardinale Ratzinger a cui avevo assistito. In essa aveva affermato che l'unità nella fede fra i popoli germanici e quelli latini, superando l'arianesimo, era stata raggiunta nel terzo concilio di Toledo. E quell'unità - sosteneva Ratzinger - fu il seme di unità per la Spagna e, ancor di più, di unità per l'Europa. Dall'unione dei popoli germanici e latini nella fede sorge una cultura nuova che non era stata possibile fino ad allora; e anche una morale nuova che si sarebbe delineata nei successivi concili toledani. Poi, con l'invasione musulmana, i mozarabi rimarranno a Toledo conservando il proprio rito, nonostante la persecuzione e la discriminazione sociale che subirono. Ciò fu possibile perché il lavoro svolto dai concili toledani aveva favorito un radicamento profondo della fede. A Toledo si vede come tutta la storia successiva della Spagna è, come dice Julián Marías, un tentativo di recuperare la Spagna perduta. La Spagna si costruisce proprio a partire dalla fede cattolica; poiché, sebbene vi abbiano coesistito strutture politiche diverse, l'identità spagnola era segnata dall'ecclesialità, dal vincolo con la sede di Pietro. Giungiamo così al xv secolo, con l'imponente figura della regina Isabella, che quando si recava a Toledo non risiedeva in un palazzo, bensì nella cattedrale; e dalle sue stanze assisteva alla messa. Inoltre ogni volta che dalla Castiglia si recava in Andalusia passava per Guadalupe, un santuario dell'arcidiocesi di Toledo. È lì dove autorizza il viaggio di Colombo, a condizione che le terre scoperte siano evangelizzate. Ha così inizio la più grande impresa di tutta la storia spagnola, cioè l'evangelizzazione dell'America e, di conseguenza, la creazione di una nuova umanità che, senza rinnegare quanto di buono e di grande vi era in quelle civiltà indigene, avrebbe loro aperto l'orizzonte della redenzione. Da Toledo si capisce benissimo che, se la Spagna smettesse di essere cattolica, smetterebbe di essere Spagna.

Due tratti distintivi di questa identità cattolica toledana sono la festa del Corpus Domini e la forza del suo seminario.

La festa del Corpus Domini non è un fatto isolato, anzi caratterizza il radicato senso eucaristico di questa diocesi, dove nacquero le prime confraternite eucaristiche della Spagna. L'Eucaristia è il centro della vita della Chiesa; e a Toledo l'ecclesialità nasce proprio dall'Eucaristia. Riguardo al seminario, devo riconoscere l'eredità impagabile che ho ricevuto dai cardinali Francisco Álvarez Martín e Marcelo González Martín, senza dubbio uno dei vescovi che ha saputo applicare meglio gli insegnamenti del concilio Vaticano ii. Don Marcelo ha rafforzato la comunione con la Chiesa dedicandosi al rinnovamento dei seminari spagnoli, accusati in quel momento di essere retrogradi. Si è così riusciti a far sì che Toledo abbia dato in questi anni quattrocento sacerdoti, che la loro età media sia di 46 anni, che il numero dei seminaristi sia, in termini comparativi con la popolazione della diocesi, il più alto della Spagna. A Toledo vi è inoltre un senso missionario molto forte. Io non ho fatto altro che custodire l'eredità ricevuta, consapevole del ruolo che il Primate svolge nella Chiesa spagnola.

Ora che è stato chiamato a Roma, sarà molto importante la visione che offrirà della Spagna nella Santa Sede. Non crede che la Spagna sia un luogo fondamentale per capire quello che sta accadendo in Occidente?

Credo che la Spagna, con connotazioni che ci sono proprie, è immersa nella cultura che oggi domina in Occidente, plasmata in nuove disposizioni giuridiche che cercano di rimodellare il significato originario della natura umana, della famiglia, dei diritti umani, e così via. Senza pretendere che la Spagna sia al centro di tutto, è evidente che il suo significato è centrale nel contesto attuale del cristianesimo. E il ruolo che in questo momento deve svolgere la Chiesa in Spagna è fondamentale. Ciò non significa che la Chiesa spagnola debba contrattaccare, o reagire con paura; deve semplicemente presentare all'uomo del nostro tempo la Tradizione ereditata, che non è una tradizione morta, ma un motore per portare a termine le grandi gesta umane che ci hanno costituito come spagnoli, dal riconoscimento del diritto delle genti promosso dalla Scuola di Salamanca fino all'unità raggiunta fra i diversi popoli della Spagna. La Spagna svolge inoltre un ruolo molto importante sull'altra riva dell'Atlantico, poiché continua a essere uno specchio nel quale si guardano i nostri fratelli ispanoamericani. Poco tempo fa ho tenuto una conferenza nell'Università Cattolica del Cile sulle radici cristiane della Spagna e dell'Europa, che così insensatamente stiamo rinnegando, e alla fine mi hanno detto che avevo descritto con esattezza l'attuale situazione del Cile, che è simile alla nostra poiché la Spagna è il suo punto di riferimento. La Chiesa in Spagna deve esserne consapevole e deve proporre senza alcun timore la sua ricchezza. Questa ricchezza è Gesù Cristo, il Logos fatto carne che, come tante volte ha affermato Papa Benedetto XVI, si dona a noi per amore. La Chiesa in Spagna deve realizzare il compito chiaramente definito di affermare la verità di Gesù Cristo, un'affermazione che non va contro nessuno, bensì a favore di tutti. Questa verità si esprime e si realizza nell'amore; per questo nessuna forza politica, né sociale, o di altro tipo, deve temere la Chiesa. Stiamo semplicemente offrendo un futuro all'umanità, apertura alla speranza. La Chiesa in Spagna, in questa circostanza storica, deve dire con forza sì all'uomo, sì alla vita, sì al matrimonio fra un uomo e una donna, sì alla famiglia, sì ai diritti umani fondamentali, sì a una solidarietà reale ed effettiva fra gli uomini, sì a una nuova economia, sì a un nuovo ordine che si riconosca in Dio, che si affermi in Dio, in quel Dio che si è rivelato a noi con il volto umano di Gesù.

Suppongo che per lei, eminenza, sarà molto duro lasciare Toledo.

Effettivamente lasciare Toledo è uno strappo, uno spogliamento; ma lo vivo come un'esperienza di unità con la Chiesa, come quella che racconta san Paolo nella sua lettera ai Filippesi. Lo spogliarsi di se stessi è la grande speranza dell'umanità, è un'esperienza che visse Abramo, il cui esempio mi sta aiutando molto in questi giorni:  "Va verso la terra che ti mostrerò". Anch'io vado verso una terra promessa, terra di futuro. Dio mi conduce dove sta il futuro, che è accanto a Pietro, con Pietro, sempre con Pietro. Vado inoltre alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Dov'è il futuro dell'uomo se non nell'adorazione di Dio? Il Papa sta insistendo in tutti i modi su questo punto. Basta leggere il suo bellissimo libro Introduzione allo spirito della liturgia, che è il mio programma di azione come prefetto della congregazione. L'adorazione è l'offerta a Dio, è il riconoscimento di Dio quale centro di tutto, quel Dio che non è antagonista dell'uomo, ma al contrario, che va incontro all'uomo, lo innalza lo nobilita. Dinanzi a Lui l'uomo può solo dire:  "Sono qui, mi offro in tutto quello che Tu mi hai dato, che è proprio la persona di Cristo. Attraverso la liturgia, Cristo si fa presente nella Chiesa, che non è semplicemente una società che prosegue la "causa di Gesù", ma è Gesù stesso presente e operante in essa. Nella liturgia ci sentiamo trasformati poiché vediamo ogni cosa a partire da Dio, e di conseguenza, trasfigurati dal suo amore, che si realizza nell'Eucaristia. Nella liturgia, Dio va incontro all'uomo, Dio parla all'uomo come amico, gli rivela la sua intimità, fa sì che penetri il suo segreto e la sua verità.

Benedetto XVI ha insistito molto sul carattere della tradizione come elemento costitutivo della fede della Chiesa. Nelle sue catechesi sui Santi Padri, nelle sue omelie e nei suoi discorsi, si riflette costantemente questo pensiero.

Di fatto la tradizione per eccellenza, l'evento fondamentale della tradizione è l'Eucaristia. Lo dice san Paolo:  "Vi ho dato quello che ho ricevuto". L'Eucaristia è fondamentalmente tradizione, dono della realtà unica che la Chiesa ha e che costituisce la Chiesa, Gesù Cristo. E la Chiesa di Gesù Cristo è stata e sarà sempre tradizione, mai rottura con quanto ha ereditato. Alcuni hanno sostenuto che la riforma conciliare rompeva con la liturgia precedente, ma in realtà è il contrario:  si trattava di dare quello che si era ricevuto, con fedeltà e, ovviamente, con il naturale aggiornamento di cui alcune forme avevano bisogno. Perciò penso che il vero rinnovamento della liturgia è assumere la tradizione, rendendo possibile una Chiesa in grado di donare quello che è la sua ricchezza, vita e pensiero, quello che ha trasformato la storia e generato un'umanità nuova. La liturgia è memoria, ma memoria non di un passato inerte, bensì di qualcosa che si sta realizzando davanti a noi e che si deve ancora compiere nella sua pienezza.

Non le sembra che noi cattolici abbiamo spesso fatto di questa memoria viva lettera morta? Quando un cattolico dice, ad esempio, nella messa, "Vieni Signore Gesù!", lei crede che sia pienamente consapevole di quello che sta dicendo?

Purtroppo non siamo più consapevoli del fatto che dicendo "Vieni Signore Gesù!" stiamo ripetendo il marana tha di san Paolo (1 Corinzi, 16, 22) e dell'Apocalisse (22, 20), e non lo colleghiamo neppure alla frase del Padre Nostro "venga il tuo regno". Abbiamo fatto delle parole liturgiche una routine. Quel "Vieni Signore Gesù!" è detto da una comunità che sta vivendo nelle difficoltà e che anela il ritorno del suo Salvatore. E, naturalmente, se lo dicessimo con tutta la verità che è lì contenuta, staremmo esprimendo anche tutto lo "spirito della liturgia", poiché staremmo chiedendo che quanto sta accadendo lì diventi realtà storica e visibile per gli uomini e santifichi anche il futuro dell'uomo:  la vita eterna. Recuperare la liturgia, recuperare l'Eucaristia domenicale deve essere uno degli impegni della Chiesa:  su questo punto hanno insistito molto gli ultimi due Papi. È necessario superare la "routinizzazione"; è necessario portare avanti una formazione profonda nella liturgia.

Ossia una catechesi della liturgia.

Una catechesi della liturgia, in effetti. Anche, che tutto nella catechesi conduca alla liturgia. Si sono molto separate liturgia e catechesi; il catechismo della Chiesa cattolica invece le unisce pienamente. Torniamo ora al "Vieni Signore Gesù!" che lei ha citato prima. Se prendiamo dei testi catechetici ed esaminiamo come vengono considerate queste realtà ultime, osserviamo che spesso non vengono trattate o, se lo sono, vengono viste come una sorta di utopia o di escatologia sociale. Sono sparite la risurrezione della carne (e questo ha condizionato anche la traduzione stessa del Credo), la vita eterna, la retribuzione personale, lo stare realmente con Dio. E così la fede si trasforma in un secolarismo più o meno spiritualista. Un'assenza simile constatiamo se esaminiamo come questi testi catechetici trattano la Creazione. Se non c'è Creazione, non c'è vita eterna:  l'uomo è solo di questo mondo, puro immanentismo. Questo snaturamento dei dogmi della fede si è cristallizzato nella presentazione del "Gesù dei valori", il Gesù che funge da mero modello morale da imitare; in tal modo la stessa crocifissione si può presentare, come si legge in qualche libro, come una sorta di incidente sul lavoro. Si perdono così i valori di sacrificio, redenzione, espiazione, riconciliazione, misericordia che ci salva dal peccato, dall'abisso della morte e dall'inferno. Non si parla neppure dell'inferno, altra realtà assente, come è assente il peccato originale. E così la fede si trasforma in un moralismo facilmente sostituibile da qualsiasi altro.
Potremmo continuare all'infinito, poiché la conversazione di don Antonio è fluviale e inesauribile. Ma la memoria del mio registratore purtroppo si è esaurita. Nel congedarmi dal cardinale arrivo a pensare che forse il trambusto degli spostamenti fra Roma e Toledo, senza che la stanchezza sembri aver lasciato traccia in lui, si possa spiegare come un caso miracoloso di bilocazione. Per noi cattolici spagnoli la sua imminente partenza da Toledo è uno strappo molto profondo che ci fa soffrire; ma nello stesso tempo ci colma di speranza per le sfide che lo attendono a Roma. È un uomo che sa voler bene e sa farsi voler bene. E di questa capacità di amare e di farsi amare siamo sicuri che beneficerà la Chiesa universale.



(©L'Osservatore Romano 28 gennaio 2009)
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