Il cardinale Arinze anticipa i temi degli esercizi spirituali che predicherà a Benedetto XVI e alla Curia romana

Se il prete non incontra e segue Gesù
la sua vocazione non ha senso


di Nicola Gori

"Il sacerdote incontra Gesù e lo segue":  è questo il tema degli esercizi spirituali per il Papa e la Curia romana che il cardinale Francis Arinze, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, tiene nella cappella Redemptoris Mater dal 1° al 7 marzo. Un tema scelto per sottolineare che l'incontro e la sequela non rappresentano solo il centro del sacerdozio ma anche l'essenza di ogni autentica esperienza di fede. "Le riflessioni che offrirò a Benedetto XVI - spiega il porporato in questa intervista al nostro giornale alla vigilia dell'inizio degli esercizi - non sono esclusivamente sacerdotali ma valgono per tutti, perché il cristianesimo è l'incontro di ogni uomo con Gesù".

Perché ha scelto questo tema per gli esercizi spirituali del Papa?

Ho pensato che nell'incontrare e seguire Gesù possiamo vedere la sintesi di tutto il cristianesimo. Da una parte c'è Gesù che ci chiama. Dall'altra ci siamo noi con la nostra risposta:  lo incontriamo, lo seguiamo e questo diventa un programma per tutta la vita. Così accadde per i primi apostoli:  Gesù li vide e disse loro di seguirli. Nella sequela sono compresi l'ascolto, il suo insegnamento, i miracoli, la preghiera. Possiamo dire che gli apostoli hanno fatto tre anni di seminario maggiore e il rettore era il Figlio di Dio.

Però la chiamata di Gesù non vale soltanto per i preti.

Certo. Anche le riflessioni che offrirò al Papa non sono esclusivamente sacerdotali ma valgono per tutti, perché il cristianesimo è l'incontro di ogni uomo con Gesù. Ciascuno può applicarlo a se stesso secondo la propria vocazione e missione. E ciascuno può dare una risposta diversa. Tra i discepoli, c'è stato chi subito ha lasciato le reti e si è messo alla sua sequela. Ma c'è stato anche chi è rimasto attaccato alle cose materiali, ha chiesto tempo, ha voluto prima tornare dai suoi cari per congedarsi.

Da allora sono passati duemila anni. L'uomo di oggi può ancora incontrare Gesù?

Se vuole può incontrarlo. Sempre che riesca a superare due grandi ostacoli. Il primo è la superficialità, la distrazione. E il secondo è la paura. Ponzio Pilato rappresenta il paradigma di quelli che hanno paura di incontrare la verità. Gesù gli parla, ma lui ha paura. Gli dice:  "Io vengo per dare testimonianza alla verità". E Pilato domanda "Cos'è la verità?". Ma la sua domanda non è quella di un filosofo che attende la risposta. Infatti se ne va senza ascoltare, senza aspettare. Senza rendersi conto che la verità sta proprio davanti a lui. Anche oggi tante persone mancano all'appuntamento con la verità, perché hanno paura di ciò che Gesù rappresenta e del suo messaggio. Non si rendono conto che la fede non è un intralcio all'esistenza, ma una promessa di vita e di verità che va oltre il contingente.

Quali sono i luoghi in cui può avvenire questo incontro?

Uno dei luoghi fondamentali - non fisico ma spirituale - è la preghiera. La preghiera è lasciare posto a Dio. È fare silenzio non solo esternamente, ma soprattutto internamente. È ascoltare. Nelle meditazioni che proporrò al Papa parlerò in particolare di questo, ricordando le lunghe ore di preghiera che Gesù trascorreva da solo e sottolineando che gli stessi discepoli gli hanno chiesto:  "Signore, insegnaci a pregare".
Un altro luogo di incontro è la Scrittura:  Gesù è la Parola di Dio che diventa uomo. La Scrittura è Parola di Dio scritta. Quando leggiamo la Bibbia e quando la proclamiamo durante la liturgia, è Dio che parla. Il Vangelo non è un libro polveroso del passato. È la voce di Dio oggi.
Un terzo luogo è la Chiesa, corpo mistico di Cristo. Egli stesso ne ha scelto i primi pilastri, ha dato la garanzia di essere sempre con lei e ha promesso lo Spirito Santo. Nelle meditazioni sottolineerò proprio questa dimensione:  la Chiesa è il corpo di Cristo che ne è il capo. E come tale si ritrova nella liturgia, dove incontra realmente e sostanzialmente Gesù attraverso la comunione eucaristica. E si riconosce nella carità, soprattutto verso gli ammalati, gli anziani, i rifugiati, i poveri. Gesù può parlarci in tutte queste situazioni. Paolo VI ha detto che la Chiesa guarda al volto di ogni persona che soffre e vede Gesù. Non attendiamo che Gesù ci appaia, perché ce lo abbiamo già vicino.

Se per il cristiano incontrare Gesù vuol dire seguirlo, che cosa succede quando questo atteggiamento di sequela manca da parte del sacerdote?

È Gesù che dà senso alla vita del prete. Senza di Lui il sacerdote non si comprende, non ha più senso. Direi che la sua vocazione diventa come una farsa. In nome di chi, infatti, celebra, predica, agisce? San Paolo ha detto:  per me vivere è Cristo. Il sacerdote è ambasciatore di Cristo. Perciò se è necessario per ogni cristiano seguire Gesù, a maggior ragione lo è per il sacerdote. La sua testimonianza è sotto gli occhi di tutti, soprattutto di chi non crede. Certo, è possibile che ci siano mancanze anche nei sacerdoti. Non tutti i preti sono stati e sono santi. Lo stesso Vangelo non nasconde debolezze e cadute dei discepoli di Cristo. C'è stato chi ha chiesto a Gesù di incendiare una città di Samaria o chi si è attribuito il diritto di essere il primo fra tutti. E poi c'è Giuda iscariota, che è stato con Gesù ma non lo ha amato. Ha indurito il suo cuore, lo ha chiuso all'amore. Questo dimostra che il cuore umano può venir meno, che la libertà dataci da Dio può essere usata male. Nella storia della Chiesa questo purtroppo è successo altre volte.

La dimensione penitenziale della quaresima può aiutare il sacerdote a rinnovare l'esperienza dell'incontro con Cristo?

Sì, a cominciare dal gesto di ricevere le ceneri, che vuol dire accettare di essere peccatori. La Chiesa chiede di pregare molto durante la quaresima non solo in segno di adorazione a Dio ma anche di pentimento per i peccati commessi. E non basta ricevere il perdono da Dio, bisogna anche riconoscere che abbiamo offeso l'amore di Dio. E poi c'è il digiuno, al quale il Papa ha dedicato il suo messaggio quaresimale. È un gesto oggi poco considerato, ma che va inteso nel giusto significato. Il suo senso autentico è fare a meno di qualche cosa che piace e condividere i beni con i poveri. La solidarietà con chi soffre è anche un modo di mostrare l'autenticità della nostra celebrazione eucaristica. Alla fine della messa il sacerdote ci dice:  andate e vivete ciò che è stato celebrato, ascoltato, meditato e pregato. Aiutare chi è anziano, solo, carcerato, disabile, è un modo di vivere l'Eucaristia. Benedetto XVI lo dice chiaramente nella Deus caritas est:  l'Eucaristia che non si traduce in opere di carità è frammentata, incompleta.

Ma è ancora attuale il richiamo alla sobrietà che il Papa ha rilanciato nel messaggio di quest'anno?

Digiunare è accettare che siamo peccatori. È fare a meno di qualcosa. È anche uno strumento di "allenamento" spirituale, simile a quello che praticano gli atleti per riuscire in una disciplina sportiva. C'è poi la dimensione più dinamica, che è appunto quella di aiutare i poveri. Spendere meno e aiutare i fratelli che hanno meno:  è lo stile di vita raccomandato dal Papa anche nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest'anno. Lo spirito cristiano deve andare nella direzione opposta rispetto al consumismo senza freni. Avere le credenze e gli armadi pieni - colmi di cose che spesso non ci servono o che usiamo appena qualche volta - è un'offesa ai poveri.

Cosa significa per lei predicare gli esercizi spirituali a Benedetto XVI?

Non è una cosa da poco. Si può immaginare i sentimenti di chi riceve questo invito. Posso dire che non me lo attendevo, ma proprio per questo è un impegno che prendo molto sul serio. Mi sono detto:  il Papa poteva trovare un bravo teologo, come mai si è rivolto a me? Ma poi ho pensato:  è lui che lo chiede, allora questa è la volontà di Dio. Perché non avere la semplicità di condividere quel poco che ho? È con questo spirito che ho accolto l'invito.



(©L'Osservatore Romano 1 marzo 2009)
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