Il cardinale sudafricano Napier chiede alla prossima assemblea di rispondere alle pressanti attese del continente

La parola chiave è riconciliazione


Per l'Africa di oggi la parola chiave è riconciliazione. Il cardinale sudafricano Wilfrid Fox Napier - uno dei tre presidenti delegati nominati dal Papa per il sinodo di ottobre - suggerisce che il modello di riconciliazione adottato nel suo Paese possa essere esportato, pur con tutti i suoi limiti, per contribuire a dar vita ad altri tentativi di ottenere giustizia e pace nel continente. "La commissione per la verità e la riconciliazione - afferma il cardinale - ha fatto comunque un buon lavoro per far emergere la verità sulle violenze del passato e disinnescare il desiderio di vendetta. Quindici anni sono pochi per curare tutte le ferite lasciate dall'apartheid. Non si può dire che sia stata fatta giustizia fino in fondo. Ma ora è tempo di lavorare per una migliore equità sociale. E il prossimo sinodo continentale viene a proposito".
Il cardinale Napier, arcivescovo di Durban dal 1992, sta seguendo in prima persona la preparazione dell'assemblea di ottobre come membro del consiglio speciale per l'Africa della segreteria generale del Sinodo dei vescovi. Nell'intervista a "L'Osservatore Romano" presenta contenuti e speranze, soprattutto alla luce dell'esperienza del suo Paese.

Un sinodo sulla riconciliazione interpella il Sud Africa in modo tutto particolare.

Sì, conosciamo bene la questione della riconciliazione per via delle ferite del passato. Nell'idea stessa del secondo sinodo c'è una evidente continuità con la prima assemblea del 1994. Ci attende un approfondimento riguardo la pace, la giustizia, la riconciliazione. Sono parole scottanti in molte parti dell'Africa. La Chiesa ha già un ruolo di mediazione nel continente, ora si tratta di fare ancora di più. Personalmente posso testimoniare positivamente per il caso specifico del Sud Africa, ma non solo.

Che cosa ci si deve aspettare dal secondo sinodo espressamente africano?

Sicuramente un contributo importante per affrontare in concreto questi problemi, che sono vere e proprie tragedie, anche nel particolare. C'è bisogno di focalizzare, dopo l'ampia consultazione che è stata fatta, quelle tematiche che il primo sinodo e la quotidianità hanno indicato come più urgenti:  e niente viene prima di riconciliazione, giustizia e pace. Dunque, riconciliati tra noi come Chiesa siamo chiamati a essere promotori di riconciliazione ovunque. Anche nel sinodo del 1994 si è parlato di pace, giustizia e riconciliazione. Ma il secondo sinodo intende andare ancora più avanti per rispondere alle pressanti domande di pace e di giustizia che l'Africa pone a se stessa e al mondo.

Lei ha avuto un ruolo di primo piano anche nel sinodo del 1994. Che cosa ricorda di quell'assemblea?

Il 1994 è stato un anno determinante per l'Africa:  da una parte la tragedia del Rwanda e dall'altra la transizione democratica nel mio Sud Africa. Di quel primo sinodo ricordo innanzitutto l'entusiasmo e la determinazione di tutti i pastori per rendere la Chiesa una componente sempre più rilevante nella vita del continente, stando accanto alle popolazioni e dando voce agli oppressi. Ma non erano orizzonti nuovi per gli africani. Già Paolo VI li aveva indicati con chiarezza nel 1969, in Uganda, quando ci chiese di essere missionari di noi stessi. Così la prima sfida è stata quella di far crescere la fiducia al nostro interno. È anche grazie al sinodo del 1994 che la Chiesa sudafricana ha avuto un ruolo centrale nel rompere le catene dell'apartheid e nel contribuire al superamento delle violenze.

Qual è oggi la realtà del Sud Africa?

Siamo ancora una democrazia giovane che deve però imparare rapidamente a risolvere problemi urgenti, trovando le modalità per affermare una maggiore giustizia sociale e prestare più attenzione ai valori morali. Non basta, infatti, il rispetto dei diritti umani come fondamento della democrazia. Bisogna sostenere anche i valori morali per un corretto progresso sociale. Nel 1994, con la fine dell'apartheid e l'avvento della democrazia, ci si aspettava anche un miglioramento delle condizioni di vita della fascia più povera. La gente avverte un disagio:  chiede lavoro, una casa, un efficiente sistema sanitario e scolastico.

Com'è considerata la Chiesa nel Paese?

Come un punto di riferimento che risponde alla forte domanda di spiritualità, facendo così argine pure alle sette. Dal punto di vista pastorale, cerchiamo di rispondere alle domande della gente con la catechesi e con un'opera educativa che coinvolge anche gli adulti. Dal punto di vista sociale, le priorità sono poveri, ammalati, donne che subiscono violenze e rifugiati che vengono dalla regione dei Grandi Laghi. In una parola, solo rispettando il valore e il dono della vita, in ogni condizione, possiamo trovare le soluzioni ai problemi.

Qual è l'urgenza più avvertita?

La riconciliazione. È un ambito ancora da affrontare in modo pieno. È stato fatto tanto ma si deve pure ammettere che ci sono questioni e situazioni del passato sulle quali non possiamo dirci pienamente riconciliati. Ma il sinodo induce a grandi speranze. Faccio il caso del Sud Africa:  dobbiamo essere molto grati alla commissione giustizia e pace della nostra conferenza episcopale per tutto ciò che ha realizzato, proprio come Chiesa. Ha persino contribuito a istituire organizzazioni analoghe in seno ad altre conferenze episcopali africane. Proprio partendo dalla nostra esperienza di riconciliazione nazionale come Chiesa siamo in prima fila nelle difficili mediazioni dei tanti conflitti nel continente. Quindi, nonostante tutto, i segni di speranza non mancano. Starà al sinodo valorizzarli.



(©L'Osservatore Romano 4 marzo 2009)
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